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I numero chiusi e la ricerca aperta di Giulio Ghirardi

Il Mesaggero 25 aprile 2011

ROMA - Un cumulo di bugie, Teatrino tascabile, Numeri chiusi è una trilogia di racconti, aforismi, frammenti di Giulio Ghirardi uscito in questi giorni dall’editore romano Gangemi. Sessantasettenne, veneziano, Giulio Ghirardi, dopo vent’anni di militanza nella critica d’arte, dagli anni Novanta è poeta, saggista, narratore «attraversando quasi tutti i generi letterari senza sostare definitivamente in alcuno, mantenendosi fedele ad un linguaggio ironico e spregiudicato».

Dall’introduzione di Renato Minore a Numeri chiusi anticipiamo alcune pagine.

Non illuderti – avverte la voce che fa da contraltare all'autore nelle prime battute di questo libro – nessuno ha la pazienza di risolvere i dubbi balordi, le tue inutili controproposte sull'uso del tempo...". Si entra così subito in medias res, nel cuore del problema, dei numeri – visto che è ai segni della quantità che Ghirardi ha demandato il suo prosastico trobar clus.

D'altra parte la menzione di 'libretti in prosa' nel sottotitolo non lascia troppo interdetti: si è accolti nel cuore dei numeri solo scendendo a patti con la grande tradizione, letteraria e musicale, del canto, ossia dell'infinito della parola. Qui infatti la memoria di Ghirardi – speculativa nella "Panchina dei poeti", iconica nel "Teatrino tascabile" – si fa proustiana: "risvegliata dalle emozioni – scrive letteralmente l'autore – produce racconti e raffiche di pensiero...".

Ed è appunto l'efficace descrizione della nonna, dell'“antenata”, a prorompere nel contesto della ricerca sperimentale ghirardiana – di una sperimentazione, non è superfluo ripeterlo, mai disgiunta dall'esercizio di una radicale erlebnis – a proporsi come essa stessa crucialità del testo, tacito accordo e atto d'amore tra presente e passato, tra lingua parlata e scritta. "Niente di ricercato, di cerebrale c'era nei racconti dell'antenata. La memoria respirava nella sua voce, con la sua voce".

Un accorato inciso che è già romanzo, lettera aperta, dichiarazione a tutto campo circa l'ampiezza di spessore del proprio umano e intellettuale sentire. E' come se il progetto di un romanzo, l'erlebnis, pulsasse, si espandesse e contraesse, in continuazione, dalla prima all'ultima pagina di questi arcani 'numeri' di elevata effervescenza linguistica, numeri di un ammaliante work in progress – che mai potrà dirsi veramente domato, chiuso, concluso – delle dimensioni più intime. Nonna e nipote invecchiato dialogano sul filo di un'affettività rarefatta e tragica, consapevole dell'imbarazzante urgenza di un "colloquio (...) con altri Mondi: tra l'ipotesi e la ricerca, più umana che filosofica".

Com'è strano, e vagamente rigenerante, in tempi di post-postmodernità e chissà cos'altro ancora, sentir parlare, o piuttosto sussurrare, della "flemma di una clessidra" e di "eleganza del tempo", di misteriosi scricchiolii notturni, non addebitabili ai tarli, "che congiungono i secoli". Ma allora, si potrebbe obiettare, il sarcastico, sferzante, irrefrenabile Ghirardi ha abbassato per così dire la guardia, si è abbandonato, sia pure poeticamente, al flusso e alle raffiche di ascolti tutt'altro che giovanili e progressisti? Nemmeno per sogno.

Nel "Gioco del mare" basta una piccola spassosa scossa per voltare – apparentemente – pagina. "Noi siamo longevi – risponde un commissario a chi dichiara di studiare danze macabre del Quattrocento – pensiamo alla morte solo quando scatta il campanello d'allarme! Gli studi, gli esperimenti dimostrano che il Duemila sarà un millennio di longevità illimitate...".

Il piglio, il graffio disingannato e malandrino, sembrano quelli di un Céline o un Queneau, riemersi dal vorticoso mare della modernità a legittimare un'annessione in più alla loro cultura. Perché Ghirardi – e questo va ribadito con forza – è innanzitutto un déraciné. Oltre e forse più che veneziano, è francese. Pochi oltre lui in Italia possono testimoniare un'operosità scritturale pari alla tensione necessaria a sopportare l'amaro – ma anche esistenzialmente liberatorio – fardello del proprio sradicamento. Da noi pochissimi oggi meditano, patiscono, esperiscono forse quanto lui la magia delle risorse del linguaggio, un'idea di lingua letteraria come cortocircuito esplorativo della parola, del semovente spazio tra scrittore e lettore, tra materia e pensiero...

Non sappiamo se, durante la scrittura di questi suoi "numeri", Ghirardi abbia visto il proprio sangue colare sulla pagina, come accadde a Sollers con i suoi "Nombres". Ma non è fuorviante ascrivere questo terzo tempo della nuova avventura linguistico-narrativa ghirardiana alla summa provvisoria di un nouveau-nouveau roman inaspettatamente italiano e sanguigno, davvero fuori dal coro e dalle regole, e a lungo disseminato tra le luci di un'astratta Venezia, dopo l'impossibilità decretatagli da Butor... Da un saliente passo di "Herr Niemand" (ovvero un programmatico Signor Nessuno): "E allora le spiego che, non solo in tedesco ma in altre lingue, il suonare e il giocare si esprimono con lo stesso verbo. Peccato che l'italiano dissoci le azioni.

Il gioco non è più suono: è una scala di esperienze che sorgono dall'infanzia e confluiscono nell'alcova o nella casa da gioco...". Invece l'inesausto ritmo di questa prosa, dove la scala della temperatura delle esperienze è febbrile, impone proprio il contrario. Tenta di riconciliare l'oggetto col ricordo che di esso si ha, ricompone – o scompone – le psicologie operanti nella più ardua e mirabile, oggi, delle panoramiche: quella di una possibile oggettività...

Tramite una lingua fatalmente dissociata, Ghirardi orchestra la musica del proprio romanzo, di ogni romanzo – quella che fa tremare ogni civiltà – proponendocela in modo smaliziato, quasi fosse l'oggetto di un gioco... Perciò sempre più ci convince, tanto colta e consapevole e fascinosa baldanza.

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