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Prefazione a
Amore e ironia
di Giulio Ghirardi

la Scheda del libro

Renato Minore

"Prima la musica o la parola? Prima l'estasi o l'ironia che ci assedia nei momenti segreti?". Una prova della complessità e della schiettezza del talento di Giulio Ghirardi è data dal fatto che si rimane affascinati anche da quegli incisi o passaggi forse da lui ritenuti secondari. Se infatti la garbatamente graziosa e pungente "Piccola Salomé", il racconto con cui si apre "Amore e ironia" - un testo che è un unicum, per la prorompente tensione colta e malandrina che lo permea - ha l'audacia di inscenare nientemeno, in tempi tutt'altro che goethiani, il supremo valore della rinuncia, accade anche che lo sguardo del lettore (perché il lucidissimo Ghirardi rende visionario il lettore) rimanga qua e là soggiogato da mille fuggevolezze ascrivibili alla ragazza che "non amava le capriole nel tempo".

Ghirardi le capriole ce le fa fare a noi. Meglio: ci insegna, con la perizia propria dei maestri più riluttanti, ad arginare l'abissale rischio di simili cadute sbandate. La cotta dell'anziano protagonista per colei che è "scesa dal cielo per confortare la vecchiaia degli artisti falliti" può avere un esito sì ascetico, ma affatto intraducibile, astratto.

Se ancora e sempre è questione di forma, insomma (l'antica Queste forse non è mai finita) non è certo il caso di farsi prendere da un'inutile pruderie nemmeno di fronte a parole comunemente ritenute ingombranti come quella scelta per il sottotitolo. Il rispetto è al contrario un ottimo coefficiente di imbarazzanti avventure stilistiche. "Da molto tempo ho ormai rinunciato a servirmi dell'omnibus - protestava Renan - i conduttori mi prendevano per un passeggero come un altro... Io sono fatto per una società fondata sul rispetto, in cui uno viene salutato, classificato, collocato secondo il suo ruolo, e non ha bisogno di proteggersi".

Per uno che riteneva la scienza come fattore del progresso umano non c'è male. Allo stesso modo Ghirardi meno che mai ha urgenza di proteggersi. Con la sua tonalità tutta scoperta, alla Céline, ci annovera lieto al suo prosastico banchetto esistenziale dove capita perfino che la ragazza accarezzi le mani del vecchio artista "con la complicità di chi finge di non capire(eccone una delle tante fuggevolezze) e costui ammetta la sua somiglianza con un vecchio tenore: "mi lascio sedurre dalle voci, ora fresche ora usurate, dalle sedicenti colleghe di canto... Carmen... Dàlila... Kundry... Salomé... nei libretti d'opera è più frequente la seduzione passiva... il tenore reagisce come un cliché... si piega alla volontà della trama, ai sortilegi del suono...".

Si risolve così il solenne dilemma di cui sopra? Manco per idea. L'autore si prostra innanzi al sortilegio della bella musicale ninfetta, la sua commozione è addirittura quella palpitante del melomane, ma è ben lungi dal cedere le armi, le parole.

"L'amore si affaccia in ritardo, quando la forza di amare, di ricambiare, è una miscela di brume autunnali... Si affaccia, casualmente, come la fama tardiva - il contentino che arriva prima della scadenza suprema...". Un ritmo da dolente elegia che non può non scaldarci il cuore per lo spirito di strenua resistenza che lo anima, un tono di convalida d'altronde ricorrente anche in altre ambientazioni, dalla libreria "amorosa" di "Bambole nude" (dove tra l'altro scatta la mise en abyme, si apprende che "il libro è amore e ironia") all'appassionante peregrinazione di "Kunst und Liebe" dedicata ai pittori vaganti.

Si tratta di un'elaborazione in forma di racconto di un lungo saggio pubblicato su una rivista di storia dell'arte, eppure neanche qui la musica è da meno, e non solo perché vengono citati Vivaldi e Rossini quali abili riciclatori di brani per generi differenti.

Il metodo traspositivo seguito da Ghirardi mostra come il principio della variazione sul tema o magari dell'organico strumentale possa suggerire innovative risoluzioni anche nella scrittura, e la probabile accentuazione del punto di vista narrativo nulla toglie al valore del puro referto scientifico, ma può sottolineare la gittata espressiva a tutto vantaggio dell'oggetto della ricerca.

In questo caso Antonio Bellucci, pressoché misconosciuto artista vissuto a cavallo tra Sei e Settecento, dunque "appartenente alla generazione di Sebastiano Ricci e Alessandro Scarlatti". Il senso di accorata sospensione e vicinanza che si stabilisce tra Ghirardi e il suo personaggio, e circola tra le frasi, pare a sua volta una miniatura, una piccola seducente "Artemisia", contraltare della Piccola Salomé, veicolata tra la Baviera, Ragusa, Pieve di Soligo. "Una tempesta di brividi e di scongiuri accompagna il trapasso da un secolo all'altro. Forse anche tu, Antonio,hai sentito un po' di scompiglio nell'attraversare il confine dei secoli, in punta di piedi, assaggiando il terreno cronologico con l'insicurezza dell'esploratore che volta le spalle e si chiede: qual è il mio secolo?".

Ovviamente non sappiamo né vogliamo sapere se la domanda se la ponga lo stesso Ghirardi. Comunque significherebbe limitarlo. Più giusto,molto probabilmente, rispettare (appunto) il segreto di questa scrittura, peraltro in certi passi rivelativa e abbagliante, come una fiamma nel buio: "C'è una forza invisibile che sfugge agli osservatori più attenti: si accampa nei deboli, mai nei giganti... E' la volontà di salvare lo spirito dal gioco delle apparenze".

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