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Prefazione a
La memoria a piastrelle. Paesaggi vocali
di Giulio Ghirardi

la Scheda del libro

Renato Minore

Veneziano, certo, nel senso di giocoso e borderline.

Nonostante le tentazioni di certo surrealismo d'oltre frontiera, la scrittura di Giulio Ghirardi è allegramente, orgogliosamente, e perfidamente veneziana. E forse la frontiera sta qui, nel limite fra le acrobazie di i parole, care a Goldoni e le suggestioni astratte della letteratura triestina. Lo spartiacque è il gioco e forse per questo La memoria a piastrelle più che metafisica della scrittura è patafisica della lettura.

La memoria a piastrelle è un reticolato di pensieri e riflessioni che fingono di incastrarsi nella forma più classicamente frammentata. Sembra un incasellamento, breve, conciso, ristretto in poco più di una pagina. Ma la frammentazione non resiste ad una lettura sequenziale. Ed ecco che, se lette una dopo l'altra, le piastrelle della memoria restituiscono un disegno più articolato, ricco, giocoso.

Si parte dal sogno, generalmente, dall'astrazione. Si parte dai massimi sistemi (la solitudine, la fine del millennio, la morte, la vita) per arrivare ad un punto fisso, che è una parola, un quadro, un importante riferimento letterario. Cercare il nodo del discorso e leggerlo attraverso la filigrana delle parole e dei discorsi trapuntati nel vuoto è la scommessa che Ghirardi lancia al lettore.

Patafisica, appunto. Gioco che si fa rincorrere, a differenza di Per motivi di spazio o di Variazioni su un poemetto di Giulia Lama, due delle opere precedenti di Ghirardi, dove la suggestione metafisica prendeva il sopravvento. Dove la ricerca letteraria era più calcata, la pagina più densa e l'intenzione di parlare più forte di quella di giocare.

La memoria a piastrelle è quello che dice di essere: un viaggio a frammenti in un universo ampio e ben delineato, in fondo. Che è l'universo di un veneziano, poeta, saggista, scrittore e profondo conoscitore della vita di frontiera. Ghirardi sa che il riferimento a Kafka non sfugge: l'anonimato di partenza, l'occhio attento al mondo e ai suoi passaggi di stato. Eccolo Ghirardi che sublima un sogno senza fili, che accenna ad un mondo senza notte, che insiste su un cane o sulla disperazione di un pittore che non riesce a trovare un soggetto. Il suo Mai fidarsi dei sogni non è che un monito alla fede nella concretezza, nonostante la tendenza verso l'astrazione.

Un po' racconto, un po' polemica e manifesto filosofico, La memoria a piastrelle indulge su una duplice riflessione: sull'oggetto del riflettere sulla forma.

"Dicono che la solitudine fa rumore. Un rumore astenico, da manuale, da sussidiario. Matisse ritagliava i colori dell'anima, anzi del mondo. lo ritaglio la mia solitudine senza ottenere un centimetro di figura”.

La solitudine del poeta che narra le vicissitudini di un mondo che vede girare intorno è un tema ricorrente nelle riflessioni di Ghirardi, che continua a ruotare intorno ad un asse senza inizio ne fine. Quello che si riesce ad intravvedere è solo una soglia, drammatica, nella sua scenografia. La soglia della morte, della fine del viaggio, di quelle tematiche sono care ad un certo tipo di letteratura mitteleuropea.

"La memoria si occupa di ricami. Un brivido si attorciglia intorno alle dita. È timida. Il futuro non la guarda negli occhi. Il futuro è più serio di un maggiordomo all'antica."

La punteggiatura è parte integrante della lettura patafisica. Come un acrobata che si diverte a penzolare nel vuoto, I puntini di sospensione dividono una stanza dall'altra, una piastrella dalla sua precedente. Niente gerarchie, nel gioco e nella scrittura, nella festa le gerarchie si annullano, come in una notte di carnevale.

La stessa struttura parallela delle pagine narranti ammicca ad una uguale uniformità di intenti e pensieri.

Niente piani superiori o inferiori, niente altezze o dislivelli: tutto suona una unica nota slegata dal contesto. E andare a cercare il punto di partenza o di arrivo della nota è il gioco di fondo che Ghirardi pone al lettore.

Vediamo. L'alterità. La pigrizia. Il sogno. Il poeta.

Come Goldoni nelle sue Baruffe, anche Ghirardi mette alcune carte in tavola e chiama il lettore. Spariglia i ruoli e comincia a suonare. Un turbine di pensieri ininterrotti, spezzati solo dal vuoto (i puntini di sospensione) fra un pensiero e l'altro. Riprende le fila nei dialoghi (stringatissimi) nella botta e risposta in cui alla fine ti accorgi che l'interlocutore in realtà non è mai cambiato, che la voce è la stessa, salvo poi renderti conto che si sta cambiando discorso.

La scommessa, si diceva. Sì, la scommessa di trovare dentro il discorso lo scheletro di qualcos'altro. E così (secondo i classici schemi della plastica di Jarry) si materializza improvvisamente la linea morbida del Bacio di Hayez, ma potresti vederci anche il Bacio di Magritte. Sta al lettore decidere e impostare il gioco.

La forma qualche volta stabilisce le regole. Tutto sta ad accettare il passaggio da una riflessione sulla pigrizia fino ad un allargamento dei confini verso il viaggio. "...e il viaggio, il viaggio vero cos' è? ...è una miniera di sbagli e di fughe messe in opera dal talento di un lusitano. .. ...il perfezionismo dei sogni è ostile ai poeti. .. ...il critico non è morto, viaggia e lavora come un medico di famiglia. ..per le chiamate urgenti c'è una bottiglia o un obolo espresso in euro. .."

Da una sponda all'altra della riflessione, attraverso la curiosità e la famelicità di certa letteratura di frontiera, che niente lascia al passaggio della poesia. Il tempo interrotto del diario suggerisce una dimensione secolarizzata a blocchi, come se ogni blocco richiamasse una certa epoca.

In Pensieri di un vedutista del diciottesimo secolo, ecco che l'autore gioca con la storia e prova a entrare nella dimensione spirituale del paesaggista. Ma, ne L' isola dei poeti, torna la propensione alla riflessione, estetica stavolta ma non meno fantasiosa.

“Il sorriso non è costante. Anche la bellezza ha i suoi bronci. Il rapporto tra i poeti è vago come la diffidenza, stucchevole come la tenerezza.

La dimensione poetica di Ghirardi è affascinante perche molteplice. Il continuo spostamento del punto di vista e, soprattutto, dell'io narrante, conduce il lettore nel mezzo di un viaggio fantastico, dove la morte e la vita, la poesia e il silenzio non sono che gli elementi di un librettista d'opera che intavola il suo spartito. La dimensione poetica, certo, ma anche la dimensione speculativa, la riflessione (quasi cartesiana, a volte, nella sua interezza di pensiero) filosofica, e tipica della narrativa di frontiera.

"Le teorie – è il profugo che lo dice, è il complessato che lo trascrive – sono le alternative transgeniche alla vecchiaia dei ritmi, dei simboli, dei settori, alla decadenza sempre più lunga e serena, delle metafore in clonazione".

La solitudine ("teatro di accuse e nostalgie trattenute") è il centro dell' isola dei poeti, quell'isolamento struggente e insieme denso che fa lo scrittore.

"Anche i frutteti, i giardini, le foreste sono vittime inconsapevoli dei romanzieri che svendono l'Eden per comperare, per esibire i deserti, sempre più vasti, della realtà usa e getta, del narcisismo omologante. ..non siamo scrittori, siamo un popolo di narcisi, ci plagiamo, ci stratifichiamo l'uno su l' altro. La prefazione o la bandella annacqua le somiglianze. ..le isole, gli arcipelaghi letterari scappano dalla soffitta per vincere il mare della vetrina”.

L 'esibizione dei deserti, la parabola della solitudine simile a quella di un pornografo senza più fantasia: è come se le riflessioni di Ghirardi portassero ad un approdo senza coste, pronto a ripartire per esaurirsi in fretta, con un solo obiettivo: quello di lasciare il posto al pensiero successivo, alla riflessione che deve venire.

La poetica de L'isola dei poeti non è che l'articolazione complessa di un pensiero solo, la continuità. La continuità delle cose, dei pensieri, l'idea che il mondo sia l'espressione – molteplice – di un'unica anima, che assume di volta in volta le parvenze di un sogno, della realtà, della sola suggestione o, più complessa, della riflessione.

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