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Peter Russell. Vita e Poesia

«Mi piace pensare che le mie poesie siano un monumento vivente alla mia presenza breve e non sempre lodevole in questo mondo»

Wilma Minotti Cerini illustra il corposo volume dedicato alle opere del poeta inglese. Il libro, da lei curato, uscirà per il Foglio Letterario Edizioni di Piombino (Livorno) ed è allo stesso tempo uno studio, un omaggio, un'antologia.

        Arrivando alla conclusione di questo grande viaggio attraverso la mente di Peter Russell, si ha l’impressione di non essere completamente approdati a un traguardo, ma di averlo solo in parte sfiorato.

Pur avendo raggiunto una tappa ragguardevole su quanto si è potuto trovare, sia nelle edizioni italiane che estere, c’è ancora tanto da scoprire nell’enorme massa di scritti del poeta ancora inediti presso la Fondazione che porta il suo nome: appunto la “Fondazione Peter Russell” a Castelfranco-Pian di Scò, della quale il presidente Leonello Rabatti si occupa con dedizione. Per parte mia posso affermare di aver fatto tutto il (mio) possibile nella ricerca di quanto pubblicato, oppure stampato artigianalmente da Russell sulla sua rivista autoprodotta “Marginalia”; nel contempo rammaricandomi di quanto, se fosse vissuto, avrebbe potuto ancora donare scrivendo sonetti, poemi, elegie, pensieri filosofici e molte altre cose.

Quando il tutto troverà una sistemazione finale (anche, come sperabile, con l’ausilio di volontari esperti) sotto l’egida dell’Assessorato alla Cultura della Regione Toscana, ci saranno senza alcun dubbio altre pagine da aggiungere, ma tutto sarà a disposizione degli studiosi e dei lettori, dando loro la consapevolezza del patrimonio culturale lasciatoci da un poeta tra i maggiori del Novecento, riconosciuto a livello mondiale dai grandi critici. Patrimonio che è stato donato non solo alla Toscana ma a tutta l’Italia, luogo dove Peter ha voluto vivere e morire.

Il lavoro di compendio è stato il più possibile meticoloso, non avendo lasciato nulla al caso, e questo permesso di superare la fatica con l’entusiasmante riscoperta di questo uomo così speciale, di questo suo desiderio e bisogno, quasi ossessivo, di conoscere per poter poi donare a tutti la sapienza immagazzinata nella sua mente formidabile, con quella esemplare capacità - tipica, appunto, delle menti privilegiate - di approfondire la conoscenza della storia culturale dell’umanità attraverso la filosofia, la letteratura e la poesia.

Peter Russell ha scritto poemi di suggestiva bellezza, nei quali troviamo un ampio respiro di pensiero filosofico, religioso e storico, dove il mito a lui così caro prende vita attraverso i secoli. Un esempio tra tutti è il suo straordinario poema Paesaggi leggendari, nel quale immette tutto lo scibile possibile: il mito, il classico, il cinico, l’epico e il romantico.

Ma l’espressione poetica da lui preferita rimarrà il sonetto. Mi piace ricordare quanto scritto dal professor Anthony Johnson (Università di Pisa) nel suo convegno di studi su Peter Russell ricordando il dilemma nel componimento di Yeats The choise (La scelta, 1931) che inizia:

«The intellect of man is forced to choise / Perfection of the life, or the work / And if is take the second must refuse / A heavenly mansion raging in the dark» («L’intelletto dell’uomo è condannato a scegliere / Tra due perfezioni della vita o dell’opera, / E se antepone la prima dovrà rifiutare / Una dimora celeste e arrovellarsi nell’oscurità»).

Thomas Fleming, editore di Chronicles, rileva la tendenza metafisica e la vasta gamma delle metafore di Peter Russell, il cui temperamento e l’ephos le rendono scomode o aliene per l’ortodossia critica della Gran Bretagna spaziando tra il lirico, il filosofico, l’epigrammatico, il visionario, lo scientifico, lo spiritoso.

Thomas Perkins rileva una propensione mistica nei suoi poemi con una reazione quasi tagliente, ma del resto gli interessi e i gusti di Russell non sono mai stati neppure lontanamente provinciali: in lui la poesia è il linguaggio dell’immaginazione dotata di una realtà più vasta di quella reale.

Nel suo lungo intervento sul significato di “scrittura” (semestrale “L’Area di Broca” XXXV-XXXVI, 68-69, 1998-1999) Russell afferma: «Le poesie sono come frattali, che prendono forma dalle parole, non dalla geometria. Alcune poesie sono composizioni più consapevoli di altre. Alcuni miei sonetti, ad esempio, sono coscienti ruminazioni su chi sono e dove vado, per non dire dove dovrei andare, e sono anche governate dalle esigenze della rima e del metro. Altre nascono dalla voce interna che grida o meglio canta, non provenendo dal centro della coscienza, l’ego, ma dagli sconosciuti notturni oceani e dalle oscure foreste e dalle nuvole mutevoli di un regno sconosciuto, inconscio. Queste sono le poesie delle Muse, per me i fatti e i ricordi più preziosi della mia vita».

E ancora: «Mi piace pensare che le mie poesie siano un monumento vivente alla mia presenza breve e non sempre lodevole in questo mondo, non un cenotafio o una mia tomba vuota. Si vive in un determinato e limitato periodo storico, ontologico filogenetico, la durata della nostra vita si sviluppa nel corso della vita o nella storia della razza. Il tempo cui noi ci riferiamo è un tempo caduco. Nella poesia invece noi mettiamo un tempo ed uno spazio qualità-psico-spirituale. Nientemeno che l’Eternità! ... Gli dei e gli angeli e i demoni, il dio Pan e Sileno e le ninfe e Apsara, ascoltano e cantano e amano. Dite pure che questa metafora è un mito, o un’illusione. È solo con le illusioni che noi catturiamo guizzi di verità, così scriveva Novalis. Quando si perdono le illusioni si è morti, inerti. Se si vive secondo i fatti come sembrano (i fastoids, come si dice in inglese) si diventa prigionieri delle tenebre e delle delusioni».

Non voglio dilungarmi, ripetendo parole già scritte in questo saggio o compendio dai critici più eminenti sia italiani che stranieri: tutti sono concordi nel ritenerlo tra i più grandi Modernisti del secolo Ventesimo. Desidero solo ricordare le grandi privazioni che Russell si è imposto, pur di raggiungere quell’estasi che la solitudine apparente dà alla Musa, motivo per raggiungere chi la cerca con tanto appassionato impeto amoroso.

A questo proposito mi viene in soccorso uno degli aforismi di Schopenhauer: «Il tempo libero di un uomo vale quanto lui stesso». Credo che Peter, ritirandosi apparentemente nel suo mondo alla Turbina [il mulino -casolare appartato nel quale visse per molti anni, n.d.r.], dove ritrovava i suoi amici più fedeli - il bosco, gli uccellini che lui tanto amava, il cervo che appariva all’improvviso pur a distanza, i vari gatti selvatici e casalinghi che trovavano la possibilità di condividere il magro pasto e, soprattutto, il silenzio dove la voce parlante era lo stormire delle foglie - Peter, dicevo, poteva godere dell’alba e del tramonto in una solitudine positiva, poteva riflettere e trovare la giusta emozione creativa e i pensieri necessari per i suoi amati sonetti, liriche ed elegie.

Credo che il Pratomagno non abbia mai avuto un cantore così fedele. Peter cercava una vita “alla Robinson Crusoe” e, tra i pochi alimenti solidi che riusciva a gustare, vi erano i doni che un sottobosco regala nelle varie stagioni, senza pretendere nulla in cambio. Del resto lui amava zappare e seminare un piccolo orticello, amava mettere le mani nella terra, come se dovesse accarezzare una madre: appunto, “la madre terra”.

Ciò non toglie che fosse informatissimo sulla vita civile quotidiana. Inoltre, pur dedicando gran parte della sua vita alla poesia e allo studio, non tralasciò mai di coltivare anche la sua capacità di accoglienza affettiva con una dolcezza particolare verso i bambini, come ampiamente descrive la figlia Sara Russell.

Certamente, quel che in lui rimaneva di inglese (pur con sangue irlandese) non poteva fare a meno di due vizi che gli facevano malissimo: il whisky e, per arrugginire i suoi polmoni, le immancabili sigarette Alfa senza filtro. La cosa più impressionante era la quasi assoluta indifferenza per il cibo, si alimentava pochissimo e, come mi scrisse, solo di pappette digeribili. Altra cosa straordinaria era il modo in cui sapeva sopportare i supplizi per le varie operazioni subite, piuttosto che una scheggia di legno conficcata sotto l’unghia di un dito, senza perdere la sua ironia e il sorriso sulle labbra.

Possedeva la facoltà positiva di saper sempre ricominciare.

La sua autentica fame era rivolta alla lettura, alla riflessione, all’immaginazione e di queste godeva come un bambino. Tra le sue migliaia di libri si sentiva a pieno agio, come se non fossero oggetti ma preziosi amici, e lo erano davvero. Aveva una straordinaria capacità di ricavare e trattenere informazioni dalla lettura e di farne sintesi nella sua mente formidabile.

Se fosse stato presente Socrate avrebbe certamente esclamato “ma quante cose ci sono, di cui non ho bisogno!”, riferendosi ai bisogni dell’anima, ma forse si sarebbe arreso davanti allo sguardo divertito e disarmante di Peter, di fronte al suo Maestro, perché in lui vi era una giocosa ironia, tanto bella da ammaliare tutti coloro che lo andavano a visitare ma, nel contempo, anche schiva nel manifestarsi a chiunque.

Aristotele dice: «la felicità appartiene a coloro che bastano a sé stessi». Non so se Peter veramente bastasse a sé stesso, in parte sicuramente sì, ma essendo un uomo affabile - anche se amava la sua solitudine positiva - gradiva conversare amichevolmente con persone competenti di letteratura e pensiero, quando trovava un punto di incontro con la sua anima. Il suo massimo godimento interiore, però, era stare in mezzo ai ragazzi dei licei dei dintorni di Arezzo quando veniva invitato a parlare di filosofia, letteratura, poesia, giovani ai quali amava trasmettere la sua conoscenza e provocare, in questo modo, anche un dibattito sul ruolo della poesia nella società moderna.

«La convinzione del supremo valore della poesia mi dà un’inebriante felicità, quasi una beatitudine. Un centinaio di persone, che sono corrispondenti e amici, condividono con me questa gioia. Sono casalinghe e industriali, principi e poveri, ministri e carcerati, impiegati di banca e medici, e così via. Senza il loro aiuto e incoraggiamento io non riuscirei a sopravvivere fisicamente, né tantomeno spiritualmente. Quello che balza agli occhi è che nessuno di questa brave, intelligenti persone è un poeta o professore di lettere. Da un punto di vista economico nella nostra illuminata società io sono una nullità, un deciso fallimento. (...) Quello che è certo è che la soddisfazione che sento, dopo sessant’anni di scrittura, mi dà una gioia che nessuna ricchezza, fama, successo, potrebbe distruggere. Credo che la poesia sia la più sublime di tutte le esperienze possibili. È la completezza dell’anima. Non migliore o superiore alla musica, ma più completa perché consta del linguaggio». (da L’Area di Broca, traduzione di Kiki Franceschi).

Ci viene in soccorso Cicerone con questa sua massima: «Nemo potest non beatissimus esse, qui est totus aptus ex sese, quinque in sé uno ponit omnia» («Non può non essere perfettamente felice colui che si basa del tutto su sé stesso e tutto ripone soltanto in sé stesso»).  Arthur Schopenhauer asseriva: «Un’indole buona, equilibrata, tranquilla può sentirsi contenta anche in circostanze disagevoli, la sua filosofia non se la lascia costruire dagli altri, ma se la costruisce da sé».

In effetti Peter aveva elaborato una filosofia personale, frutto di mille letture, e in questo si potrebbe dire che aveva un pensiero molto alto. Così come si potrebbe sostenere che in lui vi fosse una sorta di “educatore di comportamenti”.

Avrebbe voluto che il mondo prendesse una piega diversa, iniziando ognuno da sé stesso, un modo di educarsi e proteggere la natura dai drammi che comporta, ad esempio, la deforestazione indiscriminata, per il puro profitto di alcuni. In Campagna verde campagna ci dice come dovremmo essere. Il suo monito è assolutamente differente dal pessimismo di Voltaire rivolto agli stolti, in quanto vuole con tutto il cuore mantenere una speranza. Disse Voltaire «Nous laisserons, vous et moi, madame, ce monde-ci aussi sot, aussi méchant que nous l’avons trouvé en y arrivant» («Lasceremo te ed io, signora, questo mondo tanto stupido quanto meschino così come l’abbiamo trovato quando ci siamo arrivati»).

Tornando al mio rapporto con lui, devo personalmente ringraziare Peter per avermi quasi costretta ad approfondire la poetica così difficile dei Cantos di Ezra Pound. È bastata una sola poesia, Envoi, dal poema Hugh Selwyn Mauberley pubblicato nel 1920, per ammaliare la mia mente.

ENVOI

Va, libro nato muto,
Dì a lei che un giorno mi cantò quel canto
Di Lawes: non avessi
Tu che canto per quante hai conosciute
Parole, ci sarebbe causa in te
Di perdono alle colpe che su me
Pesano e fanno eterne le sue glorie.

Dì a lei che diffonde
Tale tesoro nell’aria,
Senz’altra cura che diano le sue grazie
Vita al momento,
Io vorrei chiedere ad esse di vivere
Come rose, deposte in ambra magica,
Rosse ed ancora d’arancio segnate,
Fatte d’un sol colore e una sostanza
Impavide negli anni.

Dì a colei che va
Col canto sulle labbra
Ma non esprime il canto e non sa
Chi lo scrisse, che forse un’altra bocca,
Bella come le sua,
Potrebbe, in nuove età, trovare onore,
Quando le nostre due ceneri con quelle
Di Waller giaceranno, da un oblio
All’altro, fino a quando un mutamento
Tutto abbia, tranne la Bellezza, infranto.

(Traduzione di Mary de Rachewiltz, figlia del poeta)

Ho quindi cercato di approfondire la personalità di Pound, grande amico di Peter, leggendo le Lettere da Parigi 1920-1923, edito da Rosellina Archinto (Milano) nel 1992, nelle quali troviamo Pound immerso in una Parigi vitale, artistica e letteraria, lanciata verso il Modernismo in tutte le direzioni del pensiero. Pound inizia questa corrispondenza, così interessante, per il mensile americano The Dial nel settembre 1920, portandoci con mano intelligente in una società innovativa e vitale, scrivendo: «Parigi - paradiso degli artisti di là al loro merito o demerito - come la vediamo sullo sfondo del ritratto di Rodenbach, invita a tutto tranne che a un atteggiamento critico...».

Per i Cantos, Peter impiegò cinque anni di studio per poterne cogliere tutte le espressività di una poesia ermetica, un tempo che per quanto mi riguarda ormai non mi è concesso.

Russell è stato non solo ammiratore del pensiero di Pound, ma tra i più attivi sostenitori della sua liberazione dal manicomio statunitense in cui fu rinchiuso nel dopoguerra. Da questo studio di Peter su Pound, e grazie all’amicizia intellettuale che si era instaurata tra loro, nacque l’idea di fondare una nuova rivista letteraria, che potesse far conoscere il pensiero e la poesia di Pound e di altri autori ancora sconosciuti. Questo progetto, del 1948, vedrà la luce nel 1949 e la rivista prenderà il nome di Nine (il nove è il simbolo della perfezione nella cultura cinese, come le nove Muse) con il sostegno di Pound, Thomas S. Eliot e Wyndham Lewis. Viene considerata la migliore dell’epoca per l’internazionalità dei suoi interessi e per l’avvicendarsi, sulle sue pagine, di illustri poeti e letterati inglesi e americani, oltre che delle avanguardie dell’immediato dopoguerra.

Pound darà un contributo essenziale sia di natura economica che di pensiero e favorirà incontri di alto livello culturale. Russell pubblicherà, tra tanti, Roy Campbell, considerato il miglior traduttore in inglese di opere di Baudelaire e Rimbaud.  Conoscerà in quel periodo Kathleen Raine, direttrice della rinomata rivista Temenos, divenendone amico per la vita, e con la quale Russell pubblicherà molte sue opere. Peter lo dichiara apertamente: «Pound è in assoluto il mio maestro» e questo fa comprendere la grande amicizia e ammirazione che lo legherà sino al suo declino e alla sua morte.

Con la liberazione di Pound dal manicomio, nel 1958, cessa la pubblicazione di Nine. Parallelamente all’opera di Pound Russell, nei suoi viaggi in Italia, paese che ama profondamente, approfondisce la propria conoscenza dei grandi poeti italiani, in primis Virgilio, Dante, Petrarca e i classici della letteratura e poetica latina, ma anche i moderni.

Amico di Salvatore Quasimodo fin dal dopoguerra, frequenta per un certo periodo i circoli letterari di Firenze e di Roma. Inviato nella capitale italiana dal suo editore di Londra per intervistare Ernest Hemingway e il grande filosofo ormai quasi novantenne Giorge Santayana, che era stato maestro di Eliot, subisce il fascino dell’illustre personaggio: l’incontro risveglierà in lui nuovi stimoli per altri poemi, tra cui le straordinarie elegie dedicate al personaggio tardo-romano (da lui inventato) di nome Quintilius Stultus. Vennero trasmesse radiofonicamente dalla BBC di Londra, stabilendo un metaforico parallelismo tra la decadenza imperiale romana del IV secolo e i nostri giorni.

Nel contempo si trasferisce in Canada e negli Stati Uniti come “Poeta residente”, insegnando in varie università, e incontra la donna che diverrà la sua seconda moglie, con la quale avrà i suoi tre figli. Accetta l’invito ad insegnare all’Accademia imperiale di Teheran sino alla rivoluzione khomeinista, allo scoppio della quale è costretto a partire velocemente, assieme a moglie e figlioletti, con l’ultimo volo prima della chiusura delle frontiere, perdendo tutto un patrimonio di libri preziosi e di beni. Ma l’esperienza all’Accademia gli permise di approfondire il pensiero persiano e arabo nelle lingue originali, con la filosofia che sostiene il pensiero islamico erede della tradizione ellenica. In questo modo viene a conoscenza dei parallelismi nella struttura della Divina Commedia con Isrâ e Mi’râj, ovvero il Libro della Scala che narra il viaggio notturno di Maometto. Si suppone che sia stato Brunetto Latini a portare questa novità a Dante dopo un suo viaggio a Toledo, allora dominata da un mondo intellettuale arabo molto avanzato e tollerante e, osiamo dire, aperto alla spiritualità in senso lato.

Dal 1977 Russell risiederà in Toscana, preceduto da un periodo al Lido di Venezia. Si stabilisce a Pian di Scò, nel vecchio mulino “La Turbina” sulle alture del Pratomagno, dove trova la serenità anche negli affetti familiari per proseguire i suoi studi ed essere assai prolifico con la sua poesia immaginativa. Finalmente esce dall’ombra ed è subito riconosciuto, dall’ambiente accademico e dagli studiosi, tra i grandi poeti modernisti del Novecento.

Passano gli anni, la situazione familiare diviene precaria dopo la partenza della moglie per gli Stati Uniti assieme ai figli, affinché possano studiare nella lingua madre. Il successivo ritorno del figlio Peter George Russell a Pian di Scò sarà un grande conforto umano, ma anche un aiuto concreto sia nel compito di traduzione, sia nel trascrivere e ordinare al computer i moltissimi scritti, oltre che durante i tanti malanni che si susseguono sino a portare il poeta alle soglie della morte. Anche l’amico Leonello Rabatti gli è accanto, nei fine settimana, per sostenerlo con una dedizione quasi filiale.

Dopo un grave collasso e il conseguente decadimento fisico, Russell dovrà necessariamente essere ospedalizzato e poi trasferito nella casa di riposo di Castelfranco. Con la quasi totale perdita della vista, ma con estrema lucidità e la sola forza del pensiero e della memoria, Peter riuscirà a comporre giorno per giorno dei sonetti dedicati al rimpianto della vita passata, alla libertà perduta a causa della malattia senile, alla nostalgia della Turbina e dei suoi amati libri; nel contempo descrivendo la rassegnata attesa della morte da parte delle persone all’interno della struttura, con le quali cerca un impossibile dialogo che si infrange contro il mutismo e gli sguardi assenti in giornate ritmate unicamente dalla frase «è l’ora di andare a mangiare».

Allora anche Peter vuole morire, volge la sua tenerezza e il suo affidamento verso quel Dio che lui non può sentire suo nell’ambito di un’unica religione, ma solo nell’interezza del cosmo. Nel frattempo attende alla finestra, o sotto un tiglio del giardino della casa di riposo, che i suoi amati uccellini vengano a beccare le briciole, conforto della giornata.

Tuttavia la struttura mette a sua disposizione sotto la finestra, perché arrivi più luce, un tavolino dove può in qualche modo scrivere su grandi fogli, senza poter vedere le lettere che formeranno il sonetto del giorno. E quello spazio mentale e letterario, pur se minuscolo, diventerà una specie di salottino, quando i giornalisti andranno a intervistarlo o gli amici a visitarlo.

Quello che mi ha sempre sorpreso in Peter Russell è la sua forza interiore che non si arrendeva davanti alle disgrazie, alla perdita irrimediabile (prima per un incendio, nel 1990, e in seguito per un’alluvione) di tanta parte dei suoi scritti e di tanti volumi pregiati. Parlando di queste disgrazie con lui, mi immaginavo di ricevere un lamento plausibile e, invece, mi diceva di quanto si rammaricasse per aver perduto tutte le fotografie della sua famiglia e dei suoi bambini quand’erano piccoli.

Con la forza che gli derivava dagli Stoici, e dall’immensa filosofia socratica, Peter riprendeva ogni volta da capo, sempre in modo diverso rispetto a come la poesia perduta si era manifestata in precedenza. Questo lo so per certo, perché anch’io una volta cercai una mia poesia che non ritrovavo e che, secondo il mio punto di vista, mi era venuta benissimo. Con la memoria avevo cercato di ricostruirne un surrogato che non era la stessa cosa, risultava meno forte di quando la poesia “ti prende” nel momento magico in cui la scrivi di getto. Quando poi finalmente ritrovai il testo perduto, e misi a confronto le due poesie, per quando potessero somigliarsi quella “vera” era la prima, dettata dalla Musa in un momento di grazia.

Peter Russell è stato, e rimane, un amico indimenticabile, malgrado ci si sia visti di persona una sola volta a Gallarate, per una sua premiazione. Assieme a mio marito, abbiamo trascorso con lui un appassionato e intenso pomeriggio e sera, come ci conoscessimo da sempre. Poi la nostra corrispondenza ha fatto il miracolo di continuare questa amicizia, che definirei di raffronto spirituale ma anche ironica, fino alla sua salita al cielo dove, ne sono sicura, lui mi guarderà sorridendo insieme a mio marito, chiamato da Peter “il simpaticone Livio”. Due persone eccezionali della mia vita, due pensieri e due scrittori, simpatici ed ironici anche.

Mentre io mi reputo onorata per aver potuto scrivere, in collaborazione con Sara Russell e Leonello Rabatti, questo saggio o compendio ora pubblicato dalle edizioni Il Foglio Letterario, avendo a mio vantaggio quel tempo che l’età ti regala quando si è liberi da impegni obbligatori.

Biografia di Peter Russell

Peter Irwin Russell è considerato dalla critica uno dei più grandi poeti inglesi del secolo scorso e l’ultimo dei grandi moderni. Nato a Bristol, in Inghilterra, il 16 settembre 1921, frequentò molti dei colleges più rinomati, distinguendosi come lettore di Scienze Naturali. Il suo iniziale approccio alla carriera accademica risulta, quindi, legato a materie scientifiche e naturalistiche, piuttosto che a discipline filosofico-letterarie.

Tra il 1948 e il 1956 fu editore, a Londra, dell’importante rivista letteraria Nine alla quale collaborarono le maggiori personalità letterarie dell’epoca, tra le quali T.S. Eliot, Ezra Pound, George Santayana, Kathleen Raine. Nello stesso tempo fu gestore di una libreria e di una piccola tipografia.

La sua attività editoriale fu rivolta in particolar modo al panorama filosofico-letterario anglosassone nel quale figurano autori come Tom Scott, Sydney Goodsir Smith e il già citato Ezra Pound, del quale il poeta fu grande estimatore e autentico amico.

La sua formazione culturale fu perfezionata attraverso numerosi viaggi, grazie ai quali entrò in contatto con nuove culture e si avvicinò a numerose altre lingue tra cui il francese, il provenzale, lo spagnolo, il portoghese, l’italiano, l’arabo.

Visitò l’Italia la prima volta nel 1947, per poi tornarvi nel 1964-65, scegliendo Venezia come luogo di dimora e sede per le sue esperienze di docenza.

Proseguì i suoi viaggi prima nella ex Jugoslavia e poi negli Stati Uniti, dove fu “poet in residence” (poeta residente) alla Purdue University, in Indiana, soggiornando quindi, ricoprendo lo stesso incarico, alla University of Victoria, in British Columbia, e in altre università canadesi.

Tra il 1977 e il 1979 risiedette in Iran, dove tenne la cattedra di Filosofia Occidentale e Orientale alla Imperial Academy of Philosophy di Teheran. Lo scoppio e le conseguenze della rivoluzione islamica lo costrinsero a lasciare velocemente il Paese per trasferirsi in Italia, dove soggiornò di nuovo a Venezia fino al 1983 e, successivamente, in Toscana a Pian di Scò. Qui, presso la località “La Turbina”, nella struttura di un vecchio mulino sulle rive del torrente Resco, trascorse l’ultima parte della sua vita, dedicandosi completamente all’attività letteraria e alle sue poesie, lontano dalla vita pubblica e dagli impegni accademici. Durante il periodo di residenza a Pian di Scò ricevette numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Le Muse (Firenze, 1990), il Premio Dante Alighieri (Firenze, 1991), il Premio Internazionale Succisa Virescit (Università di Cassino, 1997), il Premio Speciale Mario Conti, Fiorino d’Oro (Firenze, 1998).

Nel 2001 il poeta decise di donare al Comune di Pian di Scò il suo fondo librario ed il suo archivio, affinché potessero essere adeguatamente conservati e valorizzati.

Le precarie condizioni di salute lo costrinsero, suo malgrado, a trasferirsi presso la residenza sanitaria assistenziale di Castelfranco di Sopra, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Si spense nella notte del 22 gennaio 2003.

L’esperienza letteraria, culturale e umana di Peter Russell risulta sotto ogni profilo eccezionale: è stato poeta, saggista, polemista, traduttore, conferenziere, profondo conoscitore delle maggiori culture letterarie e religiose mondiali e studioso di numerose lingue. Ha frequentato personalmente ed epistolarmente alcune delle maggiori personalità culturali del secolo scorso.

Si tratta indubbiamente di uno dei maggiori poeti del secondo ’900, che ha vissuto ed assorbito in profondità i nuclei migliori della cultura mondiale, restituendo l’unicità preziosa di questa ininterrotta, enorme esperienza conoscitiva nella straordinaria bellezza dei suoi versi poetici, unendo inscindibilmente vita e scrittura.

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