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La voce di dentro

Già il titolo La Voce di dentro ci porta in una dimensione intima, dove i ricordi riemergono con la nostalgia di una vita vissuta compiutamente, e per questo ancora più malinconici (Oh, se non fosse quel fiore, | quell’azzurro a consolarmi | dentro il silenzio | dove tacito ascolto |  la voce di dentro!).

Vi è un momento della vita in cui si sente impellente la necessità di ripercorrere i passi perduti, ritrovare ristoro da quell’infanzia dove ricevevi a piene mani un amore infinito: quello dei genitori, senza che questi pretendessero delle rivalse, dove tutto si proiettava in un futuro che, una volta consumato, ha davanti solo la proiezione di un tempo incerto vissuto oltremodo con un certo fastidio, quando il solo aprirsi di una finestra su una città caotica ti porta solo i rumori fastidiosi di un traffico automobilistico (vedi: scatto d’ira).

Ecco allora riemergere le immagini di un tempo dove la figura del “padre” viene ingigantita dall’amore filiale e la memoria torna ad essere viva con quella delicatezza dei sentimenti che si donano reciprocamente in un’atmosfera bucolica nel ricordo, ma nella realtà assai dura per quel tempo. Il padre vignaiolo ama la sua vigna e le dedica con sapienza, amorevole cura quasi fosse un figlio, e le sue mani scorrono con leggerezza ad accarezzare ogni virgulto, felice se i tralci si distenderanno al sole e regaleranno generosamente i suoi frutti. Ma il padre stanco ed assetato vede arrivare il suo bambino con la brocca di acqua fresca, e pur aspettandolo è felice di vedere questo gesto di amore verso lui, e quel sorriso di felicità rimane nell’animo del figlio come un insegnamento (vedi: Mi aspettava e “Allegro transitava”).

Assai bello è il poema: “Il libro fra le mani”, uno spaccato di vita quotidiana di un giorno d’inverno, freddo, uggioso di pioggia di nebbia e di gelo; dove pure la stanza prendeva luce dal fuoco di un camino sul quale si era cotta la minestra serale e dove il poeta allora bambino leggeva sino all’ultimo barlume di luce: le battaglie omeriche o le belle favole degli antichi. Poi il sonno portava lui e i suoi fratelli tra le braccia di Morfeo, mentre la madre, dopo aver posto lo sguardo sui suoi bimbi addormentati si ritirava per ultima nella sua stanza.

Nel poema “dicembre 1943” ripercorre i giorni drammatici della guerra dove si fronteggiavano sulla linea Gustav, da una parte i tedeschi in ritirata e dall’altra i nuovi alleati, in mezzo le case che venivano abbandonate in fretta per un rifugio in una grotta vicina, ed il Natale che si approssimava senza alcuna gioia spirituale e di doni scambiati, aveva per compagna solo la paura e il rombo del cannone e della mitraglia, e il Garigliano rosso di sangue. Ma la natura vegetale guarda solo il sole e al tepore primaverile il mandorlo fiorisce sulle miserie del momento, sulla tragedia di Cassino distrutta e del Sacro Monte (…un miracolo l’improvviso silenzio, | sui morti al fronte. | La fine della guerra passò | senza l’attesa, proprio come | i giorni senza tempo | che irrevocabilmente | si impossessano della nostra vita | fatta di attimi e di improvviso | come la morte del soldato amico. | Ricordo, aveva i capelli biondi, smunto il viso ed un sorriso.)

Sono versi di una forza sorprendente e nel contempo commovente, un invito a non dimenticare il dramma di tutti i drammi che ancor oggi ci distruggono dentro proprio perché li conosciamo, li abbiamo subiti.

Li ritroviamo anche nella poesia “figlie della storia” : (…La pace è solo una luce | intravista tra le ombre nere | che coprono il gelo dell’animo; | i pensieri, bagliori che illudono | gli uomini tra il riso | e il pianto delle Erinni; | respiro d’inconscio la speranza | sospirata dalle genti.)

A ritroso si cercano i basamenti della propria vita (v. quel Casale sul poggio) dove rivivono le voci dell’infanzia sua e dei suoi fratelli, e soprattutto della madre, è un’attrazione irresistibile tornare sul luogo dove si è nati, ammirarne i contorni dove sui declivi sorgono le antiche, quanto preziose, viti di Falerno.

Molto commovente è il poema “Morte del padre”. Il padre morente si innalza nel cuore del figlio (…Per noi fosti maestro, educatore, bussola…) mentre il vigneto metteva le prime foglie (…con gli occhi ci domandavi se in tutti | i tralci).

Questa silloge della memoria ci porta ad esaminare il poetante nel suo percorso a ritroso, dove ancora si può ritrovare un modo di vivere semplice ed in simbiosi con la natura, tant’è che non occorre neppure un orologio per scandire le ore del giorno, e così ci si accorge che vi è un’alba, una soleggiata giornata, un crepuscolo che scende sugli uomini e sugli animali selvatici, ma che ci riporta l’incanto di un cinguettio, o il frinire di una cicala; ed ancora ci si commuove per l’avanzare della primavera che come un quadro magico bel Botticelli, sparge a piene mani i suoi fiori sui campi sulle siepi e sugli alberi in un’estasi di bellezza, ma sono poi le piccole mammole odorose a stupirci.

Ma Brandisio Andolfi ci indica anche che l’andare a ritroso è un recupero per l’uomo, per coloro che distruggono la propria vita con la droga. Vi è pure in disincanto degli uomini politici che sprecano tante parole inconsistenti.

Ma è “Lungo la strada nera” dove come impazzite scorrono le automobili, che il poeta ci invita a fermarci; lui lo fa con un amico, ma quell’amico potrebbe essere uno di noi. L’auto si ferma all’imbocco di una strada di montagna ed è lì che (il silenzio ha ingoiato il rumore) l’anima si ristora e si ritrova.

Il poetante si chiede (A chi andrò a raccontare) se a qualcuno possa interessare quel sentimento della memoria che è sua e che vorrebbe tramandare, ma ci sarà qualcuno ad ascoltare? Noi pensiamo di sì, ogni storia ha il suo fascino ed una indicazione morale, nel senso di una ritrovata pace nel silenzio del proprio intimo e nella dilatazione di quanto stiamo perdendo in questo mondo dove il tempo mangia il tempo della contemplazione di una natura, che non ha alcun bisogno di cellulari, di claxon, e di internet se non per usarli per salutare un amico lontano che ci sta a cuore, ma solo di sole, di pioggia, e di stagioni che si susseguono.

Ricordiamo un pensiero del grande filosofo indiano Vivekananda che invitava a fare un vuoto nella mente per poter vivere e assaporare il momento.

In questa recensione lascio le altre poesie altrettanto belle e significative, tutte di una delicatezza che denota nell’animo del poeta una grande sensibilità d’intenti e che ci auguriamo possano essere lette da molti lettori.

La silloge termina con poesie dedicate ad alcuni amici per i quali il poeta Brandisio Andolfi ricorda avvenimenti ed affetti.
Recensione
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