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Natura morta

Nel filo sottile, che sotto traccia unisce le parole, il concreto e l’astratto paiono nascere dalla “terra grassa e scura”, seguendo le cadenze musicali di uno spartito che riportano l’eco delle Georgiche, esplicito nel riferimento virgiliano di “terra grassa e nera”.

La materia e la forma, la substantia e l’idea, l’immaginazione e il sogno sono parti integranti della fisicità e della psicologia che si evidenziano nella natura con la sua forza preponderante di vita, ma anche di distruzione e di morte, indispensabile per rinascere e “rifiorire”, energia che viene ad avere una propria consistenza nel silenzio, in quel vuoto dello spazio dove avviene l’incontro tra “il trascendente” e “la totale alterità | la vera vita assente | e antimateria e impronta | dell’inesistente” come se il significato ultimo delle cose fosse insito nel caos che tutto avvolge, frammento di un “cosmo nucleare”, che fa risalire agli atomi, alla filosofia greca.

Da questa materia informe, solo in apparenza compatta, viene ad emergere la parola “radicata nell’utero del tempo”, parola che è “radice del cielo e della terra” e che si misura con il “travaglio” distruttivo senza fine delle forze naturali, “nel fango e nel sangue”, in una continua metamorfosi secondo la lezione lucreziana:

“Ma la natura morta | non è senza vita: | tutto si trasforma | senza cessare di essere | in una rotazione | mai finita | e niente può restare | in uno stesso stato | per il processo del cammino continuato. | Ognuno nasce | per tornare alle radici | e incontrare lì | il suo destino | che è quello di durare | anche nell’assenza | per la permanenza del principio.”

Mutamento della natura e della storia che, pur segnato da eventi catastrofici, racchiude in sé l’energia vitale, forse “l’anima del mondo”, quel “brodo germinale” che è alla base dell’universo, della creazione esplosa “dal buio largo | del tempo dilagante” in uno “stato eterno”, “disperso e frantumato”, ma con la parola e con la poesia ricostruito in questa Natura morta, ordinato da Paolo Ruffilli fin negli elementi più umili del quotidiano in un “piccolo inventario” di piante, fiori, acque lustrali e profumi, secrezioni umorali di corpi, flussi e riflussi, cibi e bevande e vino con frutta “all’uso degli antichi”.

Ed è proprio questo vademecum minuzioso dei vari processi fisici e biologici, vegetali e minerali, a dare vitalità e consistenza ad una “natura morta”, con i suoi umori del corpo e della vita in una visione che cerca di annullare il vuoto, quell’abisso senza nome che, al di là dello spazio, viene a confondersi con il tempo.

Recensione
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