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Liceali. L'insegnante va a scuola

La consapevolezza dell’età giovanile

A lettura ultimata del volume di Francesca Luzzio “Liceali. L’insegnante va a scuola”, edito con i tipi di Genesi Editrice, un aroma di freschezza, di garbo, di aspre o dolenti o tenere terre giovanili -mai aride- sembra incunearsi sottilmente nei meandri del nostro interiore. Segno che le parole della scrittrice-poeta hanno lasciato un segno, un’impronta. Segno che le parole non si sono snebbiate o vaporizzate ma si sono fatte prensili, tessuto. Certamente la Luzzio esprime i suoi dettati mostrando fedeltà al proprio vissuto d’insegnante in pagine intense ma al contempo leggere, “giovani” come i protagonisti delle narrazioni.

L’autrice ci porge un narrato sviluppato in modo sensibile e maturo. Vita da liceali, dunque: senza ermetismi, talvolta onirica; oppure problematica; alla ricerca di se stessi o degli altri per una interrelazione da vivere in interezza.

Il volume, comprensivo di quindici momenti narrativi e da tre sezioni di poesie, pur se in forma diversa, ci porgono una condizione creaturale unica, veritiera, senza dispersione o estraneità. La scrittrice ha l’intuizione non soltanto dei fatti sul movimento temporale dei vari personaggi, ma si sofferma sulla causalità, sulle interrogazioni, sul sentimento del tempo legato alla realtà del quotidiano.

Si può cogliere, così, attraverso i vari ragazzi protagonisti, un incessante dinamismo dell’animo umano, a volte oscuro e impenetrabile, a volte chiaro e comprensibile.

Dovremmo soffermarci su ciascuno di questi ragazzi, guardarli uno ad uno negli occhi, dare a chi uno schiaffo amoroso oppure ad un altro la carezza di una presenza consolatoria.

Come non ricordare il “ragazzo Fagotto” dilaniato nell’intimo da una separazione genitoriale senza dialogo alcuno; come non soffermarsi su Mohamed, l’italiano non italiano, alla ricerca di un’identità non soltanto civile ma soprattutto intima; come non richiamare la figura di “quel barbone” e le sue parole sulla realtà sociale; oppure il dialogo tra l’insegnante e Michela sulla “perdita d’identità”, dialogo che s’intrama in volo verso Berlino, nel viaggio d’istruzione.

Ogni ritratto non è frammentato ma un intero mondo, autentico e senza artificio.

Anche i versi ci contagiano come la prosa attraendoci emotivamente. L’universo scolastico ci avvolge, si concede in tutte le proprie atmosfere, evoca la nostra giovinezza, sgomitola storie e geografie e su tutto l’incipit dell’amore: fisico e d’anima ovvero la scoperta dell’esserci, del vivere, dell’essere in se stessi e nell’alterità.

Alcuni versi significativi tratti da “Favo di miele”: “La scuola è un favo pieno di miele/ di essenze profumate di fiori vari/ di tessere di quel mosaico che tu vuoi creare”; e da “Consolazione”: “Soffrire non è morire:/ è epifania di crescita, è verità”.

Versi corporei, versi spirituali. Possono essere traccia del vivere perché temporali ed eterni, fuori e dentro di noi. Un poeta sa vedere e manifestare tutto questo, semplicemente, linearmente, con un costrutto narrativo e versificatorio ricco di risonanze. Veritiere. Da poeta.

Recensione
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