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Considerazioni sulla “Vita di scarto” per l’avvio di un confronto professionale

La Vita è la massima realizzazione che nasce dall’incontro tra la materia della natura e la energia che si muove nell’universo, tra l’uomo e l’intelligenza cosmica. Come tale la vita è sempre preziosa, anche quando può prendere le colorazioni obbligate della necessità e del marginale, dello “scarto”, di ciò che pensiamo poter fare a meno e siamo portati a mettere da parte, a eliminare, buttare. E non è certo un caso che a cadere per prima vittime dell’esclusione di scarto siano proprio le forze più preziose e per questo più fragili, perché più deboli: i bambini, le donne, gli anziani. Ma è da come trattiamo e ci rapportiamo con queste forze deboli, clandestine, intrinsecamente significative sul piano valoriale, che noi possiamo misurare il grado di sviluppo della nostra civiltà e di evoluzione del nostro contesto ambientale e di vita sociale.

L’Infanzia è il più grande bene dell’espressione della vita. E come tale va amata e rispettata, protetta, ad ogni costo e in qualsiasi situazione. E non è possibile che continui ad essere invece fatta oggetto di attenzioni malsane, di violenze, abusi, maltrattamenti. Che continui ad essere così sfacciatamente derisa e violata nella sua innocenza, da parte di adulti irresponsabili, immaturi e depravati, deviati e perversi. Adulti che non riescono ad andare oltre i loro bisogni e rimangono ancorati a percorsi di devianza, con uso e abuso di alcool e droga. Adulti che conoscono esclusivamente il linguaggio della violenza, della relazione parassitaria e simbiotica, incondivisibile nelle sue molteplici manifestazioni odiose.

E succede cha la loro vita, così come quella dell’infanzia che per sfortuna l’interseca, non conti più nulla, tanto è lo strazio a cui è sottoposta. E questa è la vita di scarto di due, tre piccoli bambini, di appena pochi anni, sottoposti a sevizie, torture, abusi, dai loro stessi genitori dediti a sostanze stupefacenti.

Dopo l’infanzia appare la Donna e mi torna alla coscienza un imbecille ubriaco che importuna una giovane signorina, appena recuperata alla vita relazionale, nel pieno di una festa sociale e in un clima di allegria e di gioia distensiva. Alcuni suoi amici l’invitano ad allontanarsi e lo distraggono, in parte lo aiutano a cambiare registro e mostrarsi più galante e cortese. Ma la lucidità e il contatto responsabile riacquistato dura il tempo dell’impellenza del bisogno incontrollato, che preme a tornare a stordirsi con un altro bicchiere di alcool. Il risultato è che la festa si guasta del tutto, con la capacità di romperne l’armonia, fino a richiedere l’intervento delle forze dell’ordine. E la signorina si nasconde e cerca di sottrarsi all’imbarazzo della timidezza e riservatezza, alla derisione di chi non capisce e contribuisce a dare corpo ad una vita di scarto. Una vita preziosa che continua a rimanere vittima di eventi spiacevoli, negativi, incresciosi, non ricercati, almeno sul piano della coscienza volontaria.

E l’uomo si cura la sbornia, anch’egli già considerato scarto sociale. La donna ripiomba nello sconforto e nella sfiducia verso l’adulto rivissuto in tutta la sua violenta irruenza dittatoriale di forza incontrollata. E nel tardo fondo della notte si consumano vite derise, compatite, chiuse nel dolore di una complessità interiore incomunicabile, che incatena e spinge sempre più all’accentuazione del sintomo nevrotico.

E oltre l’evento contingente c’è un’altra donna, la moglie del giovane, e altri cuori, quelli dei genitori della ragazza, che piangono e pregano, sperano che cambi la sorte, perché la vita non debba smarrirsi e perire negli scarti marciume dell’inafferrabile e indicibile bassofondo dell’anomia sociale. Perché una donna, una moglie, una madre, spera, spera sempre che la vita non sia e non diventi mai “vita di scarto”, anche quando la realtà parla proprio e purtroppo solo di questo.
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