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Vincenzo Rossi, come uomo e come scrittore, è un profondo pozzo di umanità, con un cuore grande e capace di accogliere chiunque sia in difficoltà o gli chieda una mano di aiuto…fosse anche un cane!. Questo perché la sua è un’umanità globale, indirizzata alla vita. Attraverso la narrazione della storia di alcuni cani, che l’Autore ha preso in casa e curato con amore, egli ci parla dell’uomo, ci parla di sè stesso e di quello che alberga nel cuore dell’intera umanità. E il cane diventa un simbolo, il viatico di una forte affettività, un legame d’amicizia e di rispetto che lega l’uomo alle altre forme viventi: la natura e il regno vegetale, il regno animale e quello umano.

Questa volta, dopo averci parlato di Ercole e di Lola, Rossi racconta le vicende di un irrequieto e curioso cucciolo, di nome Garibaldi, scampato alla morte, grazie al suo buon cuore, che lo ha spinto a raccoglierlo da sotto un cespuglio e portarlo a casa, collocandolo nella propria autorimessa. E il cane Garibaldi si lascia curare e si lascia voler bene, rispetta e colloquia con il padrone, con un tono da “filosofo”, ma… poi ama anche la sua libertà, la possibilità di fare le sue esperienze e di potersi aprire al mondo.

E’ così che tra l’uomo e l’animale, tra il letterato e il filosofo si avvia un confronto e un dialogo, attraverso cui vengono affrontati vari temi e problemi di complessità graduale, tutti indirizzati a un insegnamento di crescita e di evoluzione. E in questo raccontarsi a vicenda, tra esigenze del mondo animale, guidato soprattutto dall’istinto, e esigenze umane, guidate da norme morali, limiti e responsabilità, vengono recuperati e affermati valori fondamentali della dignità umana, quali l’amore e la salvaguardia verso la natura e la terra, l’importanza di poter custodire una memoria e il rimando alla costruzione di un’identità, che dia significato e un’anima immortale al proprio operato.

Ed è proprio lungo la linea della memoria, che Garibaldi ricorda e soffre di nostalgia, per i bei tempi passati in compagnia degli altri suoi simili, di Ercole e di Lola. Da qui il senso di solitudine che lo corrode e lo spinge a cercare compagnia, allontanandosi dal sicuro giaciglio e dal suo padrone.

Una narrazione animistica, dove i cani parlano, gli alberi partecipano al cordoglio dell’uomo e la grazia dei paesaggi naturali restituisce vigore e energia, ad un fisico stressato e piegato alle esigenze “civili” e organizzative di un mondo economico lavorativo e socio culturale. E, forse, anche i cani, anche gli animali, hanno un’anima, che porta Garibaldi a invocare il “dio degli animali” e a riconoscersi e impersonificarsi nel suo ruolo di filosofo.

Ma… è chiaro che il vero protagonista è l’Io narrante dell’Autore, e il cane che parla rimanda al mondo immaginifico e inconscio dell’uomo, ad un pensiero primario e colmo di figure pregnanti, che spingono per uscire fuori e avere il proprio spazio e il proprio diritto di raggiungere la coscienza. E tra questo sottile confine tra conscio e inconscio, ragione e irrazionalità, mente e istinto, si gioca la storia e l’esistenza stessa dell’uomo e della vita.

Attraverso Garibaldi possiamo, quindi, conoscere ciò che si agita nelle viscere e nelle profondità del cuore e dell’animo di Vincenzo Rossi, quali sono le sue convinzioni e i suoi dettati di uomo saggio e di cultura, che ha scoperto e strutturato una propria filosofia di vita.

I tumulti del cane, i conflitti tra l’aspirazione ad una libertà assoluta e l’accettazione di una libertà consapevole, la capacità di non lasciarsi impaurire dal dolore pur di conoscere la gioia dell’amore, il forte desiderio di non rinnegare gli affetti e di rimanere fedele al padrone, di gustare i profumi, la bellezza e i frutti della natura in compagnia, più che in un pacifico isolamento… tutto questo ci parla della complessità interiore e del movimento profondamente umano di Rossi, che trova una sua ricomposizione proprio nella letteratura e in una innovativa apertura spirituale, che mantiene come caposaldo l’energia della natura e, di conseguenza, cosmica.

In questo senso la concezione “animistica” del creato, si umanizza e si integra nel vissuto umano della vita e nella dignità della narrazione, che valorizza e recupera ogni forma in essa presente. Il cane può così fare amicizia con i gatti, offrendogli anche parte del proprio cibo; la libertà si guarda bene dallo scadere in uno sterile e inutile libertinaggio, accogliendo il riferimento della responsabilità, che doma l’istinto e riconosce il buon uso della catena al collo, quando si tratta di garantire la difesa della vita; la comunione e la partecipazione và poi praticata e agganciata alla quotidianità, non solo enunciata… e tutto questo ci parla di Rossi e Vincenzo si manifesta a noi per come lui è. Questo linguaggio, questi insegnamenti, traspaiono e continuano ad essere definiti e approfonditi, attraverso tutta la sua opera. Questo racconto, dedicato al suo cane Garibaldi, aggiunge un altro importante e utile tassello alla conoscenza del suo ricco mondo letterario e della sua immensa umanità, che si riversa poi sull’uomo e sul creato intero.

Recensione
Garibaldi
narrativa 
Autori
Vincenzo Rossi
Edizione:
Centro Studi Letterari Eugenio Frate
Isernia 2003

pp. 96

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Literary nr.2/2008
 

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