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Globalizzazione e adolescenza
Fare i conti oggi con la complessità del vivere e nuove offerte nel sostegno d’aiuto

a. I giovani d’oggi alle prese con dinamiche di complessità

Oggi, alba del terzo millennio, viviamo un’epoca difficile e particolare. I grandi idealismi politici, economici, tecnologici, umanistici, scientifici, hanno subito una battuta d’arresto. Nuovi scenari, inediti per la mente dell’uomo, si presentano, frammisti a mille contraddizioni. E ci si affanna, in una frenesia sfrenata, a discutere, incontrarsi, confrontarsi, nell’intento di trovare un’immediata e più veloce via d’uscita. Si cerca di accelerare un processo di nascita a nuove forme di pensiero e di comportamento, di cui si ha sentore, ma non se ne vede, al momento, la concreta evidenza. Si rimane così sfasati, a mezza strada, come sospesi in aria, ma vigili e pronti a cogliere l’occasione per fare il grande balzo. Diciamo che, in un clima di grande confusione e di piena complessità, si vive uno stato di preparazione, ma non si sa bene a che cosa.

Ed ecco allora l’ansia, lo smarrimento, la tensione, l’iper - attivismo, la nevrosi del vivere la vita, tra confusione e ambiguità. L’uomo riflette e s’interroga, indaga rispetto alla costruzione del futuro e cerca, intanto, una soluzione, ai mali, ai danni, da lui stesso provocati.

Un mondo complesso, sia dentro che fuori, globalizzato, dove è facile smarrirsi e fare brutti incontri, in una fitta rete di congegni multimediali. E se non ci si è preventivamente e adeguatamente attrezzati, per rispondere al velenoso e selvaggio arrembaggio del cinismo, dell’arroganza, della pretesa, può anche andare a finire male, degenerando verso la violenza e la distruzione.

Veramente inaudita e senza giustificazione la violenza a cui assistiamo da impotenti. Guerra, terrorismo, delitti di sangue, minacce, microcriminalità, bullismo, dispersione scolastica e quant’altro, si presentano in tutta la loro dura crudeltà. E ogni cosa riconduce all’odio che coltiviamo, chiuso e rimosso,nel profondo del nostro animo frustrato, squallido e psicolabile. Un odio violento e distruttivo che oggi esplode, a potenza atomica, in tutta la sua energia e in forma evidente, davanti agli occhi di tutti, davanti alla nostra coscienza, che non può più esimersi dal prenderla in considerazione e farci i conti.

In questa società variegata, complessa, cavillosa, è facile perdere la direzione della propria vita e diventare preda di circoli viziosi, nati dal vuoto che ci circonda. A volte ci si accanisce poi nel piacevole divertimento di spaventare gli animi timidi, sensibili, innocenti, fragili e che da scherno pian piano si trasforma nello strapotere dei molti, che schiacciano con l’appariscenza formale, ingrossando la voce e adducendo a scusante l’efficientismo produttivo, ad ogni costo speculativo.

In questa società complessa e pseudo organizzata, diventa facile intraprendere strade di esclusione, di isolamento e di emarginazione. Non ci sono più tante barriere di protezione intermedia. Le reti parentali si sono smembrate, le istituzioni non tengono il passo, con servizi retrogradi e obsoleti.

Senza tutoraggio e sostegno alcuno, tempi duri, sostanzialmente, per i troppo buoni, per i semplici di spirito e per chi lascia trasparire pur semplici segni di disagio o di disabilità. Ma guai a mollare del tutto. Quel poco di buon senso, di energia che rimane, è bene impiegarla per mantenersi a galla, guardandosi le spalle, perché c’è sempre un ignobile impostore pronto a saltarti addosso, per darti il colpo di grazia.

E sono i tempi dei danni neurologici, del disorientamento invadente, della perdita di senso, del danno psicosomatico e neurovegetativo, dell’allergia, del burn - out, del mobing…è lampante, chiaro, intuitivo il segnale della sopraffazione, del sopruso, dell’arrivismo, dell’impunità per la gestione “allegra” della cosa pubblica. In questa storia antica quanto l’uomo, l’unica vera legge, ancora tenuta in debita considerazione e che si rispetti, sembra essere proprio quella della giungla, dove il più forte ha sempre la meglio e vince sul più debole.

In questi tempi di polverosa complessità, chi si presenta deficitario in qualche lato dell’Io, mostrando minimalismo indifeso, con tempi più lenti di elaborazione, chi smarrisce, sia pure temporaneamente, qualche grado di libertà… in questo scenario di vita, dal contesto kafkiano, in cui ci si interroga più volte sul chi possa essere il colpevole, col solo motivo di allontanare la colpa reale, compartecipare una qualche “diversità” e non seguire la moda massificante e livellante, anche in termini di genere, può essere un serio pericolo e, quindi, da tenere a bada e nascondere ad ogni costo.

E’ da mettere in conto che in queste terribili ed estreme condizioni possano esplodere atti di protesta totalmente incondivisibili: il limite con cui si qualifica a volte l’umano diventa devastante, perché vissuto e fatto vivere in clima necrofilo e con l’odore nauseabondo, umiliazione da cui sfuggire e sottrarsi ad ogni costo, sia pure partecipando alla corsa senza speranza di ricevere approvazione ed acclamare l’affermazione totalitaria e assoluta del potere.

A farne maggiormente le spese sono oltretutto, come se non bastasse già lo svantaggio con cui si parte, manco a dirlo e come sempre accade, i più deboli, gli indifesi, emblematicamente indicati come bambini, donne, anziani…i giovani di oggi.

Essere adolescente in quest’alba di terzo millennio sembra, dunque, essere una sciagura terribile, una posizione difficile da non augurare a nessuno… quanto invece il giovane adolescente vive e soffre, facendosene involontario e tragico interprete, tutte le contraddizioni e le incongruenze del nostro tempo sociale. E se da un lato è più capace, ne sa di più ed è più temerario, dall’altro si presenta fragile e insicuro, camminando su di un terreno dalla coltre delicata e sottile. Un terreno minato e che potrebbe esplodere. Un giovane comunque dei suoi tempi, che affronta le condizioni di sfida e le contraddizioni della società in cui vive

Ed allora, rientrando nell’ordine naturale dell’età evolutiva, c’è solo da sperare che la cultura modifichi al più presto i suoi riferimenti cognitivi, con cui si costruisce il comportamento e lo stile del vivere sociale, affinché molte inutilità della complessità odierna, incomprensibili anche per il mondo dell’adulto, si riportino alla semplice norma del vivere la quotidianità nella serenità di come suggerisce la vita.

Non dimentichiamo, infatti, che è l’adolescente che porta con sé lo sviluppo e la punta d’arrivo culturale e sociale, del cammino che come umanità abbiamo percorso. E’ nell’adolescente inscritta la speranza futura che l’uomo riesca a fare il balzo conoscitivo e quantico a cui si sta da tempo esercitando, riprendendo la piena gestione delle coordinate della progettualità positiva della vita.

b. Giovani adolescenti parlano inascoltati al mondo adulto

Essere giovani, in un contesto complesso e contraddittorio, come i tempi che stiamo vivendo, tra ansie per una sicurezza, sia pure garantista e assistenziale, che sparisce e una fiducia d’attesa, per un nuovo indefinito e tutto da creare, può indurre ad un vissuto di tragedia difficile da gestire e dai risvolti imprevedibili.

L’adolescenza è già di per sé una fase della vita pregna di tante titubanze e vortice insicuro di intrecci che coinvolgono tutte le dimensioni di sviluppo dell’Io, da quella corporea, a quella psichica e spirituale, che creano tensioni e smarrimenti. Età dai grandi rivolgimenti, sia sul piano fisico che sentimentale, ora in preda a cariche ormonali, ora a vissuti dal contrasto stridente tra ciò che si elabora idealisticamente e ciò che offre il riscontro con la realtà, sballottati tra bisogni nati dal principio del piacere ed esigenze espresse dal principio di realtà, tra spinte di indipendenza e necessità di sentirsi sostenuti e appoggiati a qualcuno, tra spinte di libertà e voglia di conformismo, individualismo e assoggettamento alle regole del gruppo, gorgheggio tra mondo interno e mondo esterno… l’adolescenza, chi di noi non lo ricorda, è la porta obbligata dell’inferno, che non fa sconti a nessuno, per poter entrare nella maggiore calma di stabilità offerta dal territorio degli adulti, condizione necessaria per poter acquisire più responsabilità e capacità di entrare in rapporto con sé stessi, ovvero accorgersi della propria presenza nel mondo e del contributo che ognuno è chiamato ad offrire.

Tale processo di autonomia e maturità è oggi molto ritardato e a volte irrimediabilmente compromesso, proprio per i cambiamenti subentrati nell’organizzazione socio - familiare, che aumenta i tempi di permanenza del giovane nel suo interno, come area di parcheggio e di custodia verso i pericoli della strada e di un mondo senza chiare e forti barriere protettive, estendendoli all’inverosimile, complice una cultura di paura e di preoccupazione lavorativa che non riesce a restituire all’adolescente le redini della propria vita e anzi ne cerca in tutti i modi di evitare e falsare l’incontro con la dura realtà.

Debolezze adulte e false concezioni, sul mercato del lavoro e capacità nell’uso di una libera gestione della propria persona, ammorbidite e vestite anche di scientificità, circondano allora il mondo adolescenziale, chiamando sul tavolo degli imputati direttamente i genitori e la coscienza civica di tutti noi cittadini, a cui preme invece lo sviluppo di una sana politica sociale dei giovani. E forse sono proprio gli adulti, prima ancora che i giovani, che dovrebbero iniziare a meditare sulle misere condizioni in cui oggi è ridotto il nostro modo di vivere, decidendosi e impegnandosi a dare il buon esempio, non più espropriandosi del loro potere reale e non delegando totalmente la soluzione dei problemi ai rappresentanti politici, senza mai chiedere una diretta verifica, la risoluzione dei mali che affliggono l’odierna società e il mondo dei giovani. In caso contrario non rendiamo un buon servizio alla causa dell’adolescente e i giovani continuano a rimanere territorio di nessuno.

E’ giusto che la famiglia e la società sostengano i giovani, ma senza prendere il loro posto, poiché è ancor più giusto che il futuro i giovani se lo costruiscano per come lo immaginano e lo pensano, a diretto contatto con i problemi reali del vivere quotidiano. E allora cerchiamo di andare nella stessa direzione, dandogli una mano a trovare una soluzione ai loro problemi,alle stragi del sabato sera, alla morti bianche, agli eccidi consumati in famiglia, alla violenza del branco.

Oggi i giovani uccidono per una rissa, per un dissapore personale, per fragilità sentimentale, per paura… perché il mondo degli adulti non li prende sul serio o se ne occupa solo marginalmente e certo non per come dovrebbe. Dopotutto lavorare per i giovani vuol dire occuparci dei nostri figli e del nostro stesso futuro, visto che nel prosieguo degli anni saranno proprio loro a darci il ricambio nella gestione della cosa pubblica. Saranno loro, i giovani, i futuri interpreti dei nostri bisogni. E cosa gli stiamo insegnando? A quale violenza noi adulti stiamo o siamo disponibili a rinunciare? Li stiamo indirizzando, orientando, aiutando, o semplicemente li sopportiamo, in attesa che si tolgano dai piedi al più presto possibile?.

E’ necessario che questi aspetti li discutiamo e li proponiamo al dibattito della cultura politica e economica, facendoci voce promotrice dei sani bisogni e desideri e dei sogni dei giovani, avviando strutture e servizi necessari che possano realmente supportarli nella loro delicata crescita, per accompagnarli sulla sponda che noi oggi occupiamo e che saremo, auguriamocelo di cuore, ben grati di lasciare libera alla creatività della loro nuova energia, in modo che possano intraprendere, sicuramente meglio di quanto fatto da noi e con più calma e maggiore sicurezza e saggezza il cammino della maturità adulta.

c. L’ottica antropologico esistenziale come offerta d’aiuto al mondo adolescenziale

Rimandando ad altra sede le specificazioni e gli approfondimenti sulla nuova disciplina dell’Antropologia Personalistica Esistenziale, in questo contesto mi preme sottolineare la sinergia che può essere creata tra la ricerca scientifica e l’azione pragmatica, soprattutto quella legata ai vissuti dello scambio esperienziale. Il problema adolescenza non lo si risolve a tavolino, o solo legiferando. Va invece affrontato prendendo in considerazione la concretezza del vivere di tutti i giorni e mettendo in dialogo conoscenze scientifiche e vissuti esperienziali. La questione adolescenza è cioè quella posta dai nostri figli e dai giovani, per come l’agiscono nella quotidianità e nel rapporto diretto con tutte le “agenzie” con cui vengono a contatto.

Allora non nascondiamoci dietro un dito. Iniziamo da noi. Adolescenti lo siamo sicuramente stati. A che punto siamo, rispetto alla nostra adolescenza?. Facendo luce sulla nostra adolescenza, rivisitando i problemi che abbiamo incontrato e considerando lo spirito con cui li abbiamo affrontati, saremo poi di certo di maggiore aiuto e più pronti nel rispondere ai quesiti posti dai giovani adolescenti, siano essi figli, utenti di servizi o semplici cittadini, persone che incontriamo nelle più disparate situazioni, nel cammino complesso della nostra vita.

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