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Rudy De Cadaval, nome d’arte e precisa scelta esistenziale da portare avanti e far evolvere nella creatività letteraria, è uno dei più noti e apprezzati Autori della letteratura contemporanea. Poeta, narratore e saggista, lo scorso anno è stato segnalato presso l’Accademia di Svezia per il Premio Nobel in letteratura. Nato a Verona, ha ben presto avvertito una forte spinta verso la poesia, concretizzatasi con la pubblicazione di opere importanti, che vanno da 23 Poemas Contemporaines (1968) a Schiavo 1933 (1979) e da L’Albero del silenzio (1989) agli ultimi Mi assolvo da solo (2004) e L’ultimo uomo (2004), guardando tra i titoli che a me sembrano più significativi.

All’itinerario poetico De Cadaval, con dedizione e approfondimenti di studio e ricerca, ha accompagnato un intenso e produttivo percorso di saggistica critica, che lo ha portato ad occuparsi di Omar Khayyam (1963), Hemingway (1970), Salvatore Quasimodo (1983), Oscar Wilde (1988) e Emilio Salgari (1992), che risultano tra le trattazioni più significative. Un discorso a sé merita il più noto saggio “Mostri Sacri” del 1977, che ha molto contribuito a far conoscere l’Autore al vasto pubblico e imporne l’ acume critico all’attenzione della comunità letteraria.

Ora con il bellissimo saggio su Kafka. Un testimone inquietante, De Cadaval supera veramente sé stesso, perché, è risaputo, il soggetto non è dei più semplici da trattare, e invece De Cadaval lo fa con serietà critica e partecipazione di sentimento, con applicazione e serena padronanza di lucida conoscenza testuale. Il risultato è splendido, perché il saggio, scritto con linguaggio semplice e scorrevole, traspira di competente autorità, con tanti rimandi bibliografici e puntuali riferimenti testuali, che fanno del libro un prezioso strumento di studio e ricerca, oltre che di prima informazione e presentazione della travagliata vita e delle più importanti opere di Franz Kafka (America, Il Processo, Il Castello). L’analisi della letteratura kafkiana è da De Cadaval condotta in forma chiara e con modalità empatica e discorsiva (cfr. il capitolo “Una lettura personale di America”, p. 27), che molto contribuisce a snellire e rendere più superabili le oggettive difficoltà legate alla particolare scrittura e alla trattazione dei soggetti scelti da Kafka.

Dopo la lettura del saggio di De Cadaval arriva infatti una consequenziale e quasi naturale voglia di andare a leggere i libri di Kafka, per confrontarsi direttamente col suo stile e incontrarne i soggetti narrati, seguendo le indicazioni offerte dalla critica decadavalliana. E questo credo sia un importante merito della modalità soffice ma precisa scelta da De Cadaval nel suo saggio per trattare l’opera kafkiana, che riconferma l’interesse e il desiderio di avvicinamento alla letteratura kafkiana, ovvero il riconoscimento di vivace influenza che tutta l’opera letteraria di Kafka ha avuto sulla letteratura europea.

Dopo aver tratteggiato le linee essenziali della biografia di Kafka, il saggista ne registra con queste parole la sua inquietudine, non a caso ripresa nel sottotitolo del libro: “Osservatore del cuore degli uomini e del suo in modo particolare, come campo di sperimentazione, il dono straordinario di Kafka è la sua capacità di porsi in sintonia con il processo collettivo mediante il suo soggettivismo portato all’estremo” (p. 25). E ancora nel capitolo “Il fenomeno dello stile letterario kafkiano” (p. 35), De Cadaval prendendo in esame la metodologia e la tecnica espressiva (lenta, incerta, penosa e ambigua e per certi versi oscura, comunque meticolosa e impeccabile nella registrazione di ogni possibile scappatoia), con cui Kafka, col rigore sintattico che lo contraddistingue, descrive e costruisce ambienti e personaggi (individualista fino al midollo, Heinz Pulitzer lo classifica “anarchista metafisico”,pg.39), non manca di accentuare la persistenza del male e l’insicurezza sociale, che continuano a perseguitare l’uomo, dando così risonanza collettiva alla sofferta testimonianza di Kafka e alla sua consapevolezza di quanta faticosa e irta sia la strada del progresso e dell’evoluzione umanitaria, lontana da conformismi e ideologismi predicativi, quanto illusori, spesso scambiati invece per realtà da perseguire.

Riferendosi a Il Processo così De Cadaval scrive: “Il destino dell’uomo, così come viene configurato attraverso l’incalzare della burocrazia, trova in queste pagine l’implacabile ritratto che ha radici nell’esperienza dell’autore” (p. 67). E Kafka, come uomo e come scrittore, è sicuramente espressione della difficile storia del tempo in cui vive: un uomo che aspira alla libertà ed è costretto a confrontarsi e subire l’oppressione del potere culturale e sociale, un uomo che vive fino in fondo il disagio familiare e verso la donna, così come le tragedie nate dalla prima guerra mondiale,un uomo che soffre e presagisce i più devastanti fuochi di guerra che echeggiano nell’Europa e che porteranno agli orrori dell’autoritarismo politico e dei campi di concentramento. Joseph K , sempre ne Il Processo, invece di bloccarsi e ritornare in sé, come luogo dove poter trovare le ragioni di quanto gli stà accadendo, ovvero interrogarsi per ritrovare i corrispettivi interni della violenza che gli si manifesta attorno, passa invece dal lato della vittima, andando alla ricerca di ciò che può giustificare l’azione del potere, che come forza esterna lo rende passivo e obbediente, sottomesso alla burocrazia e alla Legge del Tribunale, fino a soccombere con la morte fisica.

Ieri come oggi c’è, quindi, bisogno di coraggio, dedizione e lavoro, tanto lavoro, se si vuol incidere, anche con l’impegno di denuncia, attraverso lo strumento letterario, sui codici culturali e sui costumi sociali delle persone, e De Cadaval come Kafka, sofferente (perché consapevole dell’oppressione ingiustificata del potere, nelle sue varie forme d’espressione) testimone dei tempi, certo non si risparmia nel duro confronto con gli studi e gli approfondimenti letterari, messi costantemente a confronto e posti a verifica con gli esiti esistenziali della propria vita, perché com’egli stesso dice: “se veramente desideriamo divulgare la letteratura, dobbiamo pensare a fare letteratura, non solo a divulgarla” (p. 4). E la sua monografia su Kafka è sicuramente un valido esempio di come si può amare un Autore e fare Letteratura, a tutto vantaggio dell’arte letteraria e del contributo che essa può dare all’umanità.

Questa monografia, gettando nuova luce sulla concezione della vita kafkiana (dove spesso si rimane spettatori, contro le assurdità degli eventi che accadono e si determinano nostro malgrado), sulla densità psicologica della sua scrittura e sull’individuazione dei codici di denuncia, è senz’altro indirizzata a rimanere un sicuro punto di riferimento, per quanti vorranno in futuro cimentarsi con la visione della vita e con l’arte letteraria di Kafka. Un’opera che riconferma l’acume critico di De Cadaval e il suo modo amorevole e obiettivo, preciso e onesto, di trattare i grandi e i piccoli nomi della letteratura, onerando lo strumento letterario e elevandolo a valore evolutivo, a vantaggio dell’uomo e della società.

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