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La scala di Jacob

Primo Premio
Città di Pomezia 2017

Corrado Calabrò è uno dei tanti calabresi che si sono guadagnati fama e riconoscimenti in Italia e all’Estero, grazie ad un’assidua e costante attività, e professionale e letteraria, svolta con serietà, impegno e amorevolezza. Nato in una casa in riva al mare nella città di Reggio Calabria, l’impronta della solarità e della terra madre rimarranno temi presenti e ricorrenti del suo lungo percorso poetico.

La sua Opera ben figura negli Oscar Mondadori (2002) e ne Lo Specchio (Mondadori, 2009). Le sue poesie sono state tradotte in varie lingue e per meriti letterari ha ricevuto, da varie Università straniere, la Laurea Honoris Causa. La Commissione di Lettura dell’Editrice Pomezia Notizie, nell’ambito del Premio Letterario Internazionale Pomezia 2017, gli ha meritatamente attribuito il Primo Premio, con pubblicazione dell’opera presentata La Scala di Jacob nei Quaderni Letterari di “Il Croco”, di Pomezia Notizie.

Calabrò è un poeta che si lascia amare per l’immediatezza del messaggio che affida ai suoi versi e che arriva dritto al cuore del lettore, affascinandolo e coinvolgendolo, con parole e immagini che si unificano e si ritrovano in un mondo che è quello di tutti, con aspetti e scene tratte dalla vita vissuta e dalla quotidiana realtà, umana e sociale, del nostro essere Persona in cammino. Per quanto mi riguarda i suoi versi attraggono sempre la mia attenzione e risultano essermi molto vicini, specialmente quando sul filo della memoria l’ispirazione indugia e ripropone bellezze del mondo naturale e della donna madre.

Ricordo con piacere l’appropriato accostamento che Bonifacio Vincenzi, poeta e scrittore calabrese tra i più validi, nel curare il primo volume di un progetto rimasto incompiuto I Poeti del Musagete (Ed.ni Magnoli di Firenze, Roma, 2003), introducendo la mia poesia e citando Calabrò, riguardo ad un’ispirazione poetica che “centellina i silenzi, l’alito del tempo, la voce che risuona altrove”, ebbe a dire: “Corrado Calabrò, il grande poeta calabrese, ci spinge ad andare più in profondità: Non noi, quello che in noi di noi è morto,/ solo quello ha vissuto” (Corrado Calabrò, Una vita per il suo verso, Oscar Mondadori, MI, 2002).

Sul traghetto, un gabbiano ci segue, dice, a pg 6 di questa raccolta La Scala di Jacob, Calabrò: “Si poserà su Reggio o su Messina? / … Si può scorgere forse la casa / con tante stanze in cui mia madre è morta.”. Versi toccanti e che smuovono risonanze nelle profondità dell’anima.

Risonanze preziose, a complemento della Silloge, arrivano anche dalle numerose poesie edite nel numero di Giugno di quest’anno dal mensile Pomezia Notizie (pagg.5,27,41,48-50): “E’ come una barca senza chiglia / una casa in cui manca la mamma.”; “il mare è un rischio; / ma io non l’ho mai sentito come tale. / Il mare va preso come viene / … / sentendosi lambire a ogni bracciata / da una carezza che non si trattiene”. E’ la mamma, l’essenza d’amore, che calma ogni apprensione e indirizza e definisce bisogni e desideri dell’essere umano, a volte determina anche svolte esistenziali fondamentali; e il mare, nella sua metafora materna, ci ha già visti protagonisti per nove mesi nel rapporto col grembo durante la vita pre natale. E il poeta lo sa, ne ripesca la memoria: Lungo è il bisogno d’amore / in chi t’ha amata.

La poesia di Calabrò affascina perché è un viaggio nell’esistenza, nella vita d’ognuno e a diretto contatto con la realtà che ci si trova a vivere nella quotidianità. E il poeta sottolinea la contemporaneità, al passo con i tempi colora e carica d’energia, quello del simbolo e del mito, del sogno e della favola, il grigiore della storia, nella concretezza di uno spazio e di un tempo che è quello che si vive, e che si apre al cambiamento e all’alchimia, come elemento magico che, allo stato attuale della critica letteraria, la Poesia riesce, molto meglio di altri generi artistico-culturali, a trasmettere e a suggerire, accendendo multiformi scintille di bellezza e di luce per un futuro migliore, e nel rapporto con le Istituzioni, che con la Terra e con il Cosmo.

E credo questa sia l’essenza di queste diciotto poesie edite come Quaderno n. 128 da Il Croco: “Ti lascio, figlio, una scala di legno; / è una scala a pioli fatta a mano / eretta in verticale verso il cielo: / devi scalarla come un sesto grado.” (cfr. la poesia La scala di Jacob, pg 9), sempre in avanti, nel divenire perenne che la condizione umana si trova a vivere, e “che non può finire / finché senti il bisogno di salire”, assecondando quel desiderio, che ci avvolge e ci trascina, di mettersi in sintonia con l’energia della Vita e di non smettere di sognare, di immaginare sempre nuovi e diversi scenari di umanità, nella tipicità della parola poetica.

Questi versi, caricandosi di grandi simbolismi e con la forza della metafora, entrando nel territorio della storia biblica di Giacobbe, restituiscono lo spessore umano e letterario e artistico, nel senso creativo della parola, di Corrado Calabrò. Il poeta che abbiamo imparato negli anni a conoscere e che tutti amiamo e ammiriamo e che tanti contributi innovativi continua a donare alla cultura letteraria contemporanea. E quale augurio migliore di questo verticalismo poetico, di desiderio esistenziale e spirituale di salire verso le cime e le vette più alte dell’esistenza, e da scalare con una scala alla quale di continuo aggiungiamo dei gradini fatti a mano, con le nostre mani, e per correggere e meglio indirizzare il progresso e la democrazia del futuro dell’uomo sulla terra, per il conseguimento di una vita armonica, dove, citando ancora i versi di Calabrò, la cecità non priva della capacità di vedere e la sordità di udire e comporre stupende melodie: “Quello di cui i ciechi sono privi / è la vista a livello cosciente/ non -a livello inconscio- la visione. / non fu un sordo a comporre la Nona?”, pg 8. Così che il poeta, in completa serenità e chiarezza, può allora dire, seguendo i versi di Calabrò, “Ho visto tutto:/ niente esiste per me se non in me. / Ho visto tutto/ ed il tutto era in me:/ in me, frazione unitaria di zero” (cfr. la poesia Frazione di zero a pg. 7). Versi eccellenti di una sincronicità unica e che aprono ad una dimensione nuova del vivere e del concepirsi in questo mondo, alla quale, se ci sta a cuore la costruzione del nostro futuro, dovremmo tutti indirizzarci e il più velocemente possibile.

E’ la nostra storia, dell’uomo che lotta con la sua presenza, una storia che si dipana tra passato e presente e per un futuro da cambiare e da costruire, per come è nella peculiarità del cammino dell’uomo, in un viaggio piacevole a accidentato, narrato e che sempre si ripropone attraverso il Mito di Ulisse; sublime la poesia Trasloco (pg. 20-21) che richiederebbe altro spazio di commento, laddove non bastassero questi versi: “Sette città sette case ho cambiato / sette volte le cellule ho mutato / sette donne in amore ho abbandonato. / … / Le upupe in coppia se ne sono andate. / Chi sette volte una donna ha lasciato/ non ha un presente ed ha perso il passato”.

Recensione
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