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La vita della parola

In quest’ultima opera poetica di Bonifacio Vincenzi c’è anzitutto il serrato confronto con la parola, che, al di là della funzione linguistica, nel significato simbolico dell’energia archetipica, porta con sè il senso pieno della sua capacità rigenerativa, che inventa e crea il mondo delle cose denominandole e dandogli vita, quella che accende la presenza dell’esperienza e del vissuto relazionale, specifico dell’incontro di sintesi delle due parti che è alchimia unificatrice della parola che si fonde con la vita, creando La vita della parola. E il travaglio del viaggio della parola che diventa vita è identico a quello che attraversa la persona del poeta Vincenzi nel momento che compone i suoi versi e magicamente crea la scrittura poetica che anima e vivifica la pagina con l’energia del viaggio, impedimenti o gioie che si sono verificate durante il cammino.

Una poesia quindi della maturità espressiva e della capacità di scendere nell’anima della parola, per trasporla, negli elementi esistenziali e nell’immagine del trascendente, per come si definisce sulla pagina meditata attraverso il verso poetico, testimonianza di una naturale identità poetico-creativa che vive nel cuore del poeta e che poi si riversa sulla parola, intrisa sì di memoria e ricordi, ma soprattutto di intenso senso spirituale, per come è possibile leggere nella poesia d’apertura: Non è la voce che torna / né altro che riusciremo a riscrivere / in questo bisogno muto di ricordare. / … un gesto è pur sempre anelito / di mistero … / l’insidia non è / nella luce ma in questo buio / … dove io vivo con tutte le mie vite.

Quasi a dire che misterioso rimane il motivo e il luogo dove s’accende la vita e dal quale muove la parola, potendo noi conoscere solo la risultanza del fantastico intreccio del suo viaggio, dove il vissuto personale si fonde con le altre vite significative del proprio passato: di certo s’affaccia qui il dialogo profondo di Vincenzi con la persona del padre, che è anche elaborazione del lutto per la sua perdita, diventando, senza denominarlo, la parola che apre e chiude e dona energia all’intero libro, specificazione centrale della terza parte La memoria dell’assenza, dove i versi trasudano di commozione e di pathos: Saperti in un posto inimmaginabile,/ vederti passare dove le querce / mutano con le stagioni. / Guardare la salita degli affanni, / gli specchi dei cambiamenti. / E chiedersi … / Fin dove arrivino le orme … Pg 47.

Una poesia sentita, scritta con trasporto emotivo e robustezza di parole ricercate e ben incastonate in un verso comunicativo, compatto e arioso, leggibile e musicale, che accende spiragli di incontri con il mistero della vita e la fragilità dell’esistenza, monito a non disperderne il soffio d’avvio, in principio era il verbo, ma convogliarlo nella capacità umana di condividerne la bellezza dell’incontro, portandola poi pienamente e degnamente avanti: Bastò poco, un soffiare di vento gelido / nell’aranceto, altri movimenti senza peso, questa e / quella vita, una visibile l’altra no, nessun grido / nessuna risata, un silenzio che parla, / una vita che tace. Pg 33, cfr pure pg 19.

Alcuni versi di questa maturità poetica di Bonifacio Vincenzi, per le risonanze dei luoghi vissuti e i tempi del ricordo condiviso, provocano alla mia persona fremiti che attraversano la mente e raggelano il cuore (C’erano quattro finestre in quella casa. / Quattro finestre eternamente chiuse. / E c’era qualche sogno appeso alle pareti, / qualche follia legata alle finestre chiuse. / Ma non c’era più la vita in quella casa.) per poi dinamicamente aprirsi alle tante strade della creatività della vita, rimettendosi in moto in compagnia della parola che guarda verso l’altrove, punto d’incontro e di fertile scambio sulla linea della parola poetica che traccia le novità oltre la morte e spera e indica possibili itinerari alternativi, affidati alla lucentezza dello spirito, agli spazi immensi del cosmo illuminati dalle stelle, le stesse oserei dire di Le stelle di Macabor che animano l’avvio col numero primo di questo libro la nuova collana di poesia messa in campo dalla Macabor Ed.ce (Spesso un bianco di pagina accoglie / la sera nel canneto e tu torni / come una brezza lieve: ad occhi chiusi / senza voce né tempo nel volo delle rondini / sfociano gli istanti. / Pare vero il mio andare / nei tuoi occhi, la corsa per tagliare l’aria / che ci avrebbe accolti.).

Grazie Bonifacio per questa tua fatica poetica posta in direzione della vita e per i sogni che la tua Persona e la tua Parola in versi accende nell’animo dei tuoi lettori: Non conosco altra vita se non che nelle parole (…) Che il tempo non esista lo sanno / in pochi … // di cose appena / comprese si grava la vita che indosso. (…) quel bambino / Portava i suoi sogni a casa (cfr pgg 22, 23,24, 27).

Recensione
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