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Luci e contro luci riguardo a diversità e handicap

La “diversità”, in tutte le sue forme, fin dagli anni universitari e ancor prima, ha canalizzato il mio interesse professionale e esistenziale, tanto che il pianeta handicap e il disabile, ovvero le forme della sua possibile socializzazione, integrazione e inclusione, è presto diventato il campo operativo privilegiato della mia attività professionale e dell’indagine esistenziale, molto probabilmente anche per “curare” e incontrare i miei stessi lati di diversità, cercando di amalgamarli al contesto del vivere la quotidianità della vita. Soprattutto la “diversità mentale”, la cosiddetta “pazzia”, è stata per me una conoscenza che ha sollecitato e aperto l’indagine della ricerca interiore, avviandomi a più precise scelte di campo in ambito psicologico e terapeutico. E dopo trentacinque anni di attività d’impegno partecipativo, professionale e esistenziale, essa “malattia” è quella che maggiormente continua a lasciarmi umanamente insoddisfatto e rattristato, nel constatare come gli sforzi di coinvolgimento e partecipazione allo stato di malattia spesso non vengono ripagati dal recupero completo dello stato di sanità, quasi a confermare una certa inattaccabilità del sintomo e la resistenza a voler acquisire la sanità mentale, che si riconferma come disimpegno socio – culturale ad un interesse evolutivo, ovvero necessità perenne dello stato di malattia come bisogno occulto. C’è anche da considerare il dato storico, che trova sicuro riscontro nell’odierna mentalità popolare, nonché nella scarsa e mediocre attualità del dibattito scientifico, e che porta a considerare e trattare la persona mentalmente “debole” come un essere inferiore, da commiserare, compatire, sopportare, se non che da escludere, relegare, ghettizzare, abbandonare, comunque non degno dell’attenzione dell’altro sufficientemente intelligente e complessivamente integro in ogni sua funzione. Idee assurde, illogiche, che ancora oggi, comunque, faticano a scomparire dall’immaginario del mondo relazionale della gente comune e di quella mentalmente più dotata, e che di certo impoveriscono e ritardano la corsa evolutiva verso traguardi e mete sociali, umanitarie e di sviluppo esistenziale, più avanzate.

Personalmente, attraverso la quotidianità del mio lavoro, a favore dell’handicap e della disabilità psichica, scopro ogni giorno continue contraddizioni che chiamano in causa prima di tutto le famiglie e le istituzioni, la scuola, i servizi, ovvero l’educazione, la formazione e il modo di rapportarsi e approcciarsi “scientificamente” alla persona disabile, per migliorarne i livelli di autonomia e includerla compiutamente nella società del vivere globale. Sono molto critico riguardo alle forme della relazionalità mosse in ambito familiare, alle modalità d’integrazione e all’operatività riabilitativa, messe in atto nei confronti della Persona disabile, ovvero agli impianti teorici e alle metodologie operative escogitate e impiantate, senza alcun rispetto di contestualizzazione, nell’ambito dei servizi socio – assistenziali e sanitari, e fatte proprie culturalmente dalla nostra società “liquida”, insana, sfuggente, perché complessa e compressa dalle innumerevoli concause, che il più delle volte si sommano e si riversano sul tema della disabilità, negli ordini della diversità.

A causa della difesa valoriale e della strenua richiesta di voler umanizzare gli interventi settoriali, verso lo strapotere in qualsiasi modo e ambito esercitato, mi capita a volte di ricevere in cambio l’incomprensione più totale, insistendo e volendomi soffermare sui concetti e i rimandi che guidano gli interventi e le attività dei vari trattamenti professionali, col solo scopo di volerli rendere più chiari e comunque per dargli dignità di discussione e di interesse nel dibattito culturale. Nella concretezza dell’intervento specialistico è questo che accade ogni volta che, a mo’ d’esempio, alla figura dello Psicologo viene richiesto una valutazione del livello cognitivo del soggetto “diverso”. Nell’impegno di calcolo del Quoziente Intellettivo, il fatidico “QI” (60,80,100, sotto o sopra gli standard mediali…) si rivela una inutile mercanzia d’idiozie, poichè l’obiettivo ultimo e primario, da parte di tutti gli attori coinvolti, è indirizzato a scoprire se e quanto la persona sia in grado e in che misura di saper esercitare e gestire gli apprendimenti, espressione della cultura di massa, nonché la capacità di pensare, ragionare, in modo concettualmente complesso e per astrazioni, secondo gli schematismi dominanti, stigmatizzando e imbalsamando poi, come intoccabili, le “performance” realizzate nello studio dello specialista di turno, scollandole dal contesto reale di vita nel quale la persona è cresciuta o si trova a interagire e svolgere la sua quotidianità. L’atteso calcolo del “QI”, inseguìto soprattutto da alcune professioni medicalmente deputate a elargire privilegi e premi d’assistenza, si riconferma allora il vecchio ricettacolo di un puro e semplice assistenzialismo, oltremodo immorale, che dovrebbe far arrossire di vergogna tutte le professionalità che ruotano, a giro, nel mercato della diversità. E forse è tempo di svegliarsi, di iniziare a fare una giusta informazione, come è nello scopo di questo scritto, nei confronti delle famiglie e a richiedere maggiore professionalità in ambito scolastico, per una più corretta politica sociale da parte delle istituzioni e per dare supporto e sostegno comunitario a chi si trova a vivere questa “tragedia” e purtroppo manca di paletti di riferimento sicuri su cui poggiarsi.

Nella mia lotta silenziosa, dal rifugio speranzoso mimetizzato di quotidiana modestia, cerco di rendermi utile, alla causa della diversità, nel correggere vocaboli, frasi inopportune, erronee metodologie d’intervento, nei momenti della discussione e dell’incontro collegiale, quando non mi pervade lo scoramento e allora desisto, abbandonando deluso completamente il campo, col dolore della cosciente consapevolezza dell’altro e prezioso tempo che ancora dovrà consumarsi inutilmente, perché la disabilità acquisisca diritto di parola e la “diversità” psico – socio – esistenziale vesta i panni della giustizia e della verità, nel cammino evolutivo umanitario.

Ci sono è ovvio, e meno male, le eccezioni, ovvero le tante e molteplici iniziative e esperienze, con tentativi dirompenti d’avanguardia, attraverso le quali iniziare a guardare con occhi nuovi la questione, e da cui partire per affrontare correttamente il tema dell’handicap e della diversità. Per quanto rientra nel mio impegno d’uomo e di professionista specialista, nell’ambito della psicologia e della psicoterapia, del counseling e della sociologia, della sessuologia e della didattica sperimentale, e in modo più esteso e profondo nell’ambito della consulenza esistenziale, come richiesta d’aiuto, non posso esimermi dal dare il giusto rilievo, con precise indicazioni, al contributo che arriva dal campo dell’Arte creativa poetica, come evidenziato in un precedente scritto, e dagli sviluppi metodologico applicativi dell’Antropologia Esistenziale e in particolare dall’indirizzo Personalistico, per come esplicitato dalla Teoria della Persona del Maestro Antonio Mercurio della Sophia University of Rome, su cui avremo modo di soffermarci in un nostro prossimo intervento.

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