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Poeti scomparsi – Rudy De Cadaval

Ricordando Rudy De Cadaval, fedele interprete della poesia del novecento

Ricca, libera e avventurosa esistenza del poeta Rudy De Cadaval, all’anagrafe Giancarlo Campedelli (Verona primo gennaio 1933 – Altipiani di Arcinazzo - Roma tredici agosto 2021). In questa calda notte d’agosto, si è spento circondato dall’affetto e la vicinanza della moglie Claudia Formiconi e il conforto dei figli, Laura e Alex, tanti amici e uomini di cultura, Rudy De Cadaval, pseudonimo preso in onore della ballerina Manuela De Cadaval, morta in un incidente automobilistico, appena un anno dopo che si erano conosciuti. A Manuela, Grazia, Claudia, è la dedica che De Cadaval pone al suo libro L’ultimo uomo (ILTE, 2004) e che raffigura in copertina L’urlo di Munch. Il dolore e il rapporto con il femminile, l’elemento femminile nella poesia e nella vita di De Cadaval, senz’altro meritano un approfondimento. Quanta vita sia capace di liberare e far brillare la morte, non sempre necessariamente fisica, questo dobbiamo ancora imparare a farlo diventare parte del modo di guardare la realtà del nostro vivere e condurci nell’esistenza.

Rudy De Cadaval è stato irrequieto ma fedele interprete delle nuove esigenze e tendenze della poesia del novecento: ricerca di idee e tendenze, parole e immagini, estetica e contesti d’ambientazione che potessero placare la smania di rinnovamento e libertà, di creatività, eros vitale, lasciando sullo sfondo la sofferenza e gli incubi di due guerre mondiali. E De Cadaval, e per la mole di materiali che riusciva a produrre, e per la cura dell’immagine e la conoscenza di figure influenti della cultura italiana e estera, per la facilità comunicativa con cui entrava in dialogo col mondo dello spettacolo, cinema, teatro, è subito diventato riferimento per molti altri poeti del suo tempo, perché personaggio emergente di una poesia innovativa, che si staccava decisivamente e dall’endecasillabo, così tipico della cultura italiana, e dalla rima e dalla rigidità della metrica, dell’osservanza della punteggiatura, per sperimentare e ricercare nuovi stili e metodologie e tecniche espressive, avvalendosi del verso libero, ora lungo ora breve, richiamo verso le nuove tendenze già in voga oltreoceano, sulla scia di Lee Masters e Whitman, affiancati parallelamente da avanguardie e nascita di movimenti e tendenze non sempre coerenti, non sempre resistenti all’usura del tempo. Rudy De Cadaval, rimane invece riferimento certo e fondamentale, insieme a tanti altri “mostri sacri”, della poesia moderna e contemporanea.

De Cadaval è stato apprezzato da Giuseppe Ungaretti, suo scopritore, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, nonché da Ignazio Silone, Bonaventura Tecchi, Raphael Alberti, Yves Bonnefoy, Natalino Sapegno, e tanti altri nomi illustri della cultura italiana e internazionale. Ha esordito nel 1965 in poesia dopo che Carlo Betocchi lo chiamò presso la Nuova Accademia inaugurando la Collanina Bianca col suo L’Ultimo Chiarore della Sera. Della sua numerosa produzione di opere in poesia ricordiamo inoltre: 23 Poesies Contemporaines, Paris, 1968, prefazione di Andrè Maurois; Schiavo 1933, Forum, 1979, prefazione di Paolo Ruffilli; Et Apres …, traduzione e prefazione di Solange De Bressieux, Barre-Dayez, 1980. E poi Colloquio con la Pietra, Guanda, 1985, prefazione di Roberto Sanesi; L’Albero del Silenzio, Edizione del Leone, 1989; Mi Assolvo da solo; Gabrieli, 2004, prefazione di Giovanni Giudici; L’ultimo uomo, Ilte, 2004, prefazione di Syed Ameeruddin e nota critica di Krishna Srinivas; Selected Poems of Rudy De Cadaval, traduzione bilingua, inglese e mongolo, O. Manduhai, Ulaanbaatar (Mongolia), World Poetry Almanac, 2010. Per chi volesse approfondire e conoscere di più sull’Autore ecco degli utili riferimenti: Bibliografia di Rudy De Cadaval, 1956-2008 a cura di Claudia Formiconi (2008), e le monografie scritte da Orazio Tanelli (1988), Liano Petroni (2001) e Domenico Defelice (2005).

De Cadaval dal 2008 diminuisce, via via quasi fino ad azzerarla, la sua intensa attività letteraria a causa di una grave malattia agli occhi, il glaucoma. Una vicenda questa che addolorerà profondamente il cuore e l’animo del poeta, che si vede spogliato della possibilità di viaggiare e spostarsi in autonomia per intrattenersi nei suoi numerosi incontri dell’interrelazionalità socio culturale, concependosi invece repentinamente limitato e costretto ad una vita familiare e di ritiro in casa, con sempre maggiori restrizioni. Di questo ne parlerà con gli amici, i pochi che negli anni riescono a rimanergli vicino e con i quali continuerà ad esternare le sue idee, a confrontarsi e fare progetti e sulla poesia e sul mondo che i poeti hanno ereditato e si trovano a vivere, dal quale De Cadaval si vede sempre più distante e escluso, per via della sua malattia e soprattutto per l’introduzione massiccia della tecnologia, anche in campo poetico e che richiama l’ausilio del computer e del cellulare, uso per lui difficile.

Rudy De Cadaval alcune sue poesie

Dalla mia parola erede crescerà l’albero del silenzio

Non cerco me nella poesia
mi nascondo in fondo

Non cammino nella metafora
come nel cappello decorato di piume

Invito al tavolo gli amici
e i nemici ancora più fedeli

Morirò tutto ma dalla mia parola erede
crescerà l’albero del silenzio

E sopra la baraonda del mondo
sporgerà il ramo stupito

*

In cerca della parola

Vado in cerca della parola
dell’albero
che sveglierà la città morta
la cenere

dal sole alla mano
solo ombra
dal volto al volto
mancano le parole

non ho trovato l’uomo
che cercavo
nel fitto della cenere

Da L’Albero del Silenzio, Edizioni del Leone, 1988

*

Coltelli nella schiena

Io resto in piedi solo,
in mezzo alla mia strada
fra tanta luce che mi piove addosso
e molta gente che mi da la mano,
facendo complimenti.

Ma quante mani, della stessa gente,
mi ficcano i coltelli nella schiena,
senza saperlo mai…

Ed io devo pagare col mio sangue,
per quelle strette di mano
che ogni giorno mi danno.

Da Mi assolvo da solo, Gabrieli Editore, 2003

*

L’Ultimo uomo

Egli evita il solenne ritmo del mare
basta una sola collina
per chi ha a disposizione il mondo intero.

Si unisce al silenzio verdebruno,
ispeziona le trappole, si perde
nel folto, tra grandi massi riappare.

Torri di guardia non innalza. Vive
come gli uccelli, bastanti a se stessi
saltellano e beccano. Potrebbe

stare alla macchia per una settimana;
mantiene l’abbrivio come loro
sull’ala librata del presente.

Ma a volte, allo svegliarsi, con il segno
d’una pietra sul fianco più pungente
del discorso dei sensi e della memoria

di mostruosa battaglia. Schiude allora
un canale in disuso all’irruzione
dell’odio, finchè l’estremo uomo

sale l’estrema collina, senza avere
pensiero sentimento, come prima.
Preserva se stesso come natura

ma quale vissuto caricatura
della razza cui gli accade di sopravvivere.
È vestito di fango. Privo di movente.

Interamente rappresentativo.

Da L’Ultimo Uomo, ILTE, 2004

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