Servizi
Contatti

Eventi


Bruno Bartoletti poeta dal sentire profondo e universale
dalla resa espressiva di rara eccellenza

Non a tutti i libri dedico lo stesso tempo di lettura. Ci sono sillogi poetiche che m’impegnano poche ore, altre che s’incuneano nelle profondità dell’animo e che leggo, rileggo, medito, e per le quali dovrei lasciar riemergere dall’intimo speciali linee critiche e peculiare, attento vocabolario. Il tempo dell’attesa fa parte di questa seconda modalità di lettura, sia per l’evidente e ineccepibile struttura metrica di cui si avvale lo scrittore (versi di misura maggioritaria, come gli endecasillabi, e versi di misura più breve, come i settenari e i quinari, ottimamente accostati) sia per la maestria espressiva e l’unità stessa del contenuto, sia per l’insistente e piacevole caratteristica dell’anafora, più volte richiamata nei testi e di notevole efficacia emotiva e colloquiale.

Già la prefazione di Andrea Brigliadori e la postfazione di Narda Fattori riescono a mettere in risalto i riferimenti letterari e i pregi dell’autore, ma tale è la moltitudine dei rilievi critici che si possono avanzare per una simile ricerca poetica, che, in realtà, arduo risulta il compito dell’analisi particolareggiata e della successiva sintesi: ogni volta, infatti, che ci si accosta ai versi, qualcosa di nuovo ti coglie, ti coinvolge, ti stupisce, ti stimola a valutazioni sempre più approfondite.

L’osservazione che balza più evidente dall’insieme dei testi è lo stato d’animo dell’autore, che pare vivere, ora, della vita che fu. Basta leggere la poesia iniziale (Il tempo dell’attesa), che conferisce il titolo alla stessa silloge, e la poesia di pag. 84 (Io fui), per rendersi conto che la vita del poeta è rivolta essenzialmente “a ritroso” e orientata ad evidenziare (adesso che il tempo è divenuto solo attesa dell’ultima tappa del vivere) ciò che “allora” si rivelò apparenza, illusione, promessa o pienezza dell’esistenza stessa. “Io fui. Fui l’erba di trifoglio che la siepe | inonda di profumi… | …l’acqua che lenta distilla la sorgente | … fui la piccola luce che s’imbeve | delle piccole ansie della sera | … fui la voce segreta, silenziosa, | percorsa da rivoli di soste | … stagione di effimere promesse | … e nel silenzio accolto la reliquia | di lontani ricordi strappati a mani tese”: consuntivo, dunque, di un periodo dell’esistenza e, insieme, nostalgia del passato; constatazione d’illusioni e paradigma di speranze; ritorno alle radici e ricerca disperata del senso ultimo di vita; sommario di un’età ormai perduta e ricerca poetica della sua memoria, ricerca che la maggior parte dei critici definisce di stampo pessimistico, leopardiano e pascoliano in particolare, ma che, tuttavia, trova in quell’”attesa”, citata nello stesso titolo del libro, un tracciato di speranza: “… schegge | di luce nella sera del nostro addio”, quando “raccoglieremo granuli di giorni | ed echi di lontananze” (Foglie di sogni cadranno); oppure quando “orizzonti di luce apriranno la soglia del tempo” (Rivedrò); o quando, immaginando “l’ultimo viaggio” tra le vecchie contrade del paese natìo, il poeta farà riferimento allo sbocciare delle gemme e delle bacche, al canto delle rane, al profumo della salvia, agli alberi conosciuti e amati, al solito gatto randagio, agli uccelli sui rami, alle lucciole e ai grilli tra le spighe di grano, mostrando, in tutto ciò, di amare la vita nel suo esplodere e di volerla quasi condurre con sé, nella pienezza dei sensi, verso l’oltre desiderato.

Le vicende personali dell’autore, scalzato ancor giovane dalle sue radici, devono aver duramente provato il suo animo, tanto che l’intera opera assorbe e manifesta questo distacco, questa indicibile sofferenza, e tanto che il ritorno alla casa natale si fa sempre più amara consapevolezza di quanto ormai estinto, “come un vecchio quaderno fuori corso”, “mentre corrono voci ed ombre ancora | là sulla soglia, sui gradini vuoti”: constatazione di partenze “per altre strade”, fino a considerare la casa stessa, in un’immagine altamente eloquente e densa di pathos, “un alveare vuoto” (Ritorno a questa casa). Ma anche qui, se si vuole, si può trovare un cenno di lieve fiducia in quell’”attesa” del poeta, forse illusoria ma piacevole, che qualcuno gli “porti il segno di una redenzione, | ripopoli il calvario di ogni assenza”; che un bimbo possa, altresì, essergli vicino nell’”ultimo viaggio” ed egli possa sentire “il suo cuore battere nel buio”; che una donna, infine, riesca a pregare dolcemente, accanto alla sua sepoltura: segni di vita, tracce d’affetti e di continuità dell’esistenza che vanno oltre ogni prospettiva umana e oltre la morte stessa.

Molte sono le liriche dedicate alle “radici”, molte e toccanti, soprattutto quando esse fanno riferimento alla terra lontana e nuda “votata al suo supplizio”, dove “beato chi nasce e vi muore” e dove si ricostruiscono mentalmente tenerezze concrete e perdute, “voci profonde, cupe, trapassate”, voci la cui assenza pesa enormemente sul cuore del poeta. Così appare la figura materna, tratteggiata nelle poesie con estrema linearità, “vestita di silenzio che non s’ode | se non nelle preghiere di un pensiero” (A mia madre) o “supina sul divano … | guardare in lontananza il tempo | dei suoi morti” (Di là dalla cortina d’ombre) o “quando in preghiera” si sedeva, un tempo, accanto al poeta a raccontare “favole d’amore” (Altro non so). Figura garbata, soffusa, ben delineata nella sua semplicità e nella sua missione quotidiana, percorsa da vaga tristezza e da sacra vibrazione religiosa. E il richiamo alle persone di allora si fa sempre più forte, più intenso, fino a giungere alla maledizione della sorte umana che non consente di trovare “altri amici | se non quelli scomparsi”.

Ogni volta l’accento lirico si fa più denso di emozioni, in un perenne, corposo parallelo tra il profilo dei ricordi e i richiami della natura, tra il mare, le onde, il vento e l’eco delle “ombre” che popolano questa silloge serrata e profonda. La morte stessa è questo scivolare nell’ombra, è un precipitare di sasso debole “dentro un gorgo”, un cadere di fiori “in un silenzio muto”: analogie sempre forti, tangibili, riferite alla concretezza della realtà sperimentata.

Alla “poesia” sono riservati, qui, pochi versi, pochi ma intensi: il desiderio che “la parola” non recida le sue radici nell’intimo degli “oscuri cunicoli” e, nel contempo, la consapevolezza che vi siano ormai “troppe parole sulla carta bianca“ e, forse, sia meglio “ascoltare, non dire: tra le sillabe | raccogliere l’eco di una voce, | il fragile rumore di un ricordo” (Parole).

Così è anche per l’amore di coppia: la riservatezza è sicuramente un vessillo personale di questo bravo autore. Degna di nota, comunque, è “L’uno e l’altra” in cui l’intento quasi narrativo, riferito a un amore perduto, assurge a vertici d’immensa delicatezza e a tocchi d’accentuato lirismo.

Ci sono, in questo libro di Bruno Bartoletti, alcune poesie che andrebbero commentate parola per parola, verso per verso; metafore e similitudini fuori dalle consuete linee poetiche; peculiari nuclei lirici che associano paesaggi a riflessioni interiori in assoluta consonanza; rime interne che creano assonanze musicali di estrema piacevolezza; linguaggio traboccante d’immagini, intenso e vibrante, e una resa espressiva di rara eccellenza. Pur nella sua concezione di vita fondamentalmente malinconica, certo lontana dal mio modo d’intendere l’esistenza e i suoi problemi, è interessante riconoscere come la poesia di B. Bartoletti, nel suo alternarsi di memorie vissute intensamente e riferite in maniera incalzante, lasci trasparire un potenziale poetico convincente, efficace e significativo, grande maturità espressiva, nitore formale e ordito strutturale non comuni, degni della massima attenzione.

Mi astengo dal prospettare paralleli con altri autori moderni e contemporanei, poiché, nella prefazione di A. Brigliadori, già abbondano; aggiungo solo che, se lo studio dei classici, da parte di B. Bartoletti, risulta palese e sicuramente ben interiorizzato, è altresì chiaro che il suo stile è personalissimo, unico e irrepetibile e che necessita sicuramente annoverare quest’autore tra coloro che hanno ancora qualcosa d’importante da dire, a livello d’emotività, e qualcosa di ragguardevole da insegnare, quanto a scelte linguistiche e a linee strutturali, a molti altri scrittori che boccheggiano nel vuoto dei sentimenti e nella paralisi della varietà lessicale, oggi più che mai imperanti.

Recensione
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza