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Il paradigma tensionale verso il Trascendente

Molta attenzione merita quest'opera della scrittrice siciliana, ormai milanese di adozione: sofferto atto di fede, genuina espressione della debolezza umana e, al contempo, paradigma di un'implicita, sincera tensione verso il trascendente.

Non posso affermare d'aver letto d'un fiato: L'assoluto perfetto di Ninnj Di Stefano Busà. molte sono state le pause meditative e altrettante le riletture, a voler penetrare fino ai margini estremi la parola, a volerne centellinare il valore intrinseco, conscia com'ero d'avere tra le mani uno degli atti di fede più sofferti e più umanamente sinceri che abbia mai letto, genuina espressione della debolezza terrena e, al contempo, paradigma di un'implicita tensione verso quell'Assoluto che "sa parlare | le mille lingue delle moltitudini" (Anfore di cielo).

E non mi pare, affatto, quest'opera "una sorta di breviario laico che spinga verso la contemplazione o 8...verso un sussurro d'orazione", come scrive, ad un certo punto, la più sottile penna del prefatore Antonio Spagnuolo, e neppure "la cronaca costante di una invocazione che sembra voler far capo a spunti psicologici aderenti al mistero della fede in Cristo". Qui c'è l'urlo dell'invocazione rivolta a questa figura dilaniata; qui la consapevolezza della viltà umana contrastante con l'innocenza e la perfezione del Cristo; qui il desiderio del riscatto della poetessa dalla condizione di disagio e di dolore interiori, in un crescendo di verità, prima accostate e poi interiorizzate "nel rovello di ruvide crete"; qui il riconoscimento pieno di un messaggio di Redenzione del quale, forse, in antecedenza s'ignoravano i termini.

Già il titolo "L'assoluto perfetto è una dichiarazione di fede in Colui che desidera prendere per mano l'uomo "esposto | alla fragilità dei suoi limiti | alla devastazione della sua eresia", l'uomo imperfetto e peccatore, per condurlo verso " l'estatico abbandono alle sue braccia immense" (Il raccolto nelle mani di Dio):

E allora con altri occhi l'autrice ripercorre il viaggio di Gesù verso il Golgota, penetra l'urlo di morte dei sicari, riconosce le piaghe, gl'insulti e gli sputi dettati da "milioni di Giuda" (Eri il Verbo, eri l'Origine), vorrebbe scalzare dal capo sanguinante gli aculei delle spine, essere presente all'ultimo scempio e invocarne il perdono per una "latitanza" umana che dura da secoli e, ora e qui, nell'animo della poetessa si fa fremito, tensione, desiderio d'espiazione, di liberazione.

Allora le "ali" mutilate dal male (ali cui spesso l'autrice fa riferimento) riprenderanno il volo di libertà, a "sfuggire l'inferno dei vivi", a sostare "nell'orto degli ulivi" d'una penitenza voluta, a riconoscere non solo quel che Cristo ha compiuto, ma anche soprattutto ciò che Egli rappresenta oggi per il credente: E devo dire che i sintagmi " Tu sei(...) tu sei(..." con i quali l'autrice vuole rendere l'idea dell'essenza di questa figura centrale della fede cristiana, e le conseguenti figure metaforiche create per tentarne una focalizzazione, se pur consciamente remota, sono di una bellezza straordinaria e sempre fanno riferimento alla "natura", nella sua estrema varietà e nella sua infinita dolcezza.

Ecco allora questo Cristo divenire "erba trafitta dai rovi, | fiumara casta che esonda", "lavacro a zolle rinsecchite", "linfae radice che non temono | il rigore invernale", "acqua sorgiva", "vela e roccia, | vertigine fonda degli oceani, | il fine ultimo, l'ascesi e il senso": ecco questa figura che "si curva sullo stelo dolente, | sulla foglia secca, sul polline leggero" e "serba virgole d'amore" o "concede plenitudini d'immenso".

Non mancano certo nell'opera cenni di elevato lirismo riferiti alla Madre di Dio e spunti di riflessione serrata e profondissima sulle cadute dell'uomo, sulla solitudine sperimentata dal Nostro Salvatore nei momenti di passione e morte, sul dispiegarsi delle ragioni del Padre, sulla stessa Resurrezione, "vertigine d'attesa", miracolo e vittoria sulla "necessità della morte"; Resurrezione per la quale, in un'immagine superba , "zirla un tirdo canterino", quasi ammaliato dal rifiorire della vita in Colui che era stato crocefisso e sepolto (la Gloria di Dio): Non mancano nell'opera dubbi, perplessità, interrogativi e neppure riferimenti all'infanzia dell'autrice, luogo privilegiato d'immagini e d'aromi sia all'ultima stagione della vita che s'appressa a grandi passi, con i suoi temibili bilanci. E qui, appaiono quasi preghiere le ispirazioni , le invocazioni: "fa che anneghi | nel lago dei Tuoi occhi, | come tortora alla brezza" oppure "Questa sera voglio puntellare il muro | diroccato dalla grandine, | alleviare le piaghe del Tuo costato."; preghiere come antidoto all'intimo malessere, al disagio motivazionale dell'umanità; preghiere che s'appellano alla nudità dell'anima, conscia dei suoi limiti umani e delle forze caotiche del mondo contemporaneo; preghiere librate e liberate da qualsivoglia orpello enfatico e da ogni pur minima sbavatura retorica.

Sovente la scrittrice chiama in causa anche la Storia (Esserci) e le varie problematiche dell'umanità succube delle sue imperfezioni, che ella chiama "asprezza delle imperfezioni", con il coagulo delle sue passioni; ma lo fa per rendere più esplicito il concetto motivazionale del contrasto tra la viltà umana di tutti i tempi e la figura di Cristo attraverso la Grazia "che si agita come un dardo nel petto": Lo fa per mantenere vivo e palpitante il dialogo tra le parti, tra la microstoria d'ogni essere umano e la sua miseria nel ripetersi di errate esperienze, e la Perfezione di Dio.

Il linguaggio di Ninnj Di Stefano Busà è forte, compatto e coeso, scevro da eufemismi e da perifrasi: un linguaggio diretto che, pur tuttavia, s'avvale delle figure retoriche più sottili e significative, per sedurre intellettualmente il lettore in coloriture espressionistiche di gran pregio. La linea introspettiva non è mai astratta, ma fa riferimento al contingente, alla contestualità tra paesaggio interiore e natura, tra l'evolversi individuale e quello storico-sociale.

Il verso si stempera in piacevole musicalità (che va oltre la ricerca metrica) e la parola determina un forte impatto sul lettore per originalità e scorrevolezza, pur essendo il linguaggio composito e trasfigurativo. Le analogie, i frequenti ossimori, le palesi simmetrie e, insieme, le evidenti opposizioni d'immagini conferiscono energia e creatività alla forma lessicale adottata dall'autrice.

Il dialogo intessuto con il Cristo, sovente sostenuto da apparente cordialità, (gli si rivolge col "Tu" più familiare) designa una colloquialità aperta che s'innesta, netta, sull'emotività del lettore e richiama l'essenzialità poetica del grande David Maria Turoldo, non tanto per la spinta etica e per l'intento pedagogico insiti nell'opera dell'autore citato, quanto per l'obiettività dei riscontri e dei conflitti umani da entrambi rilevati e per la comune necessità di un abbandono pieno alla speranza, tocco salvifico divino.

Uniscono altresì i due autori sia la certezza della solidarietà di Dio con l'uomo sofferente, sia la considerazione verso l'Essere, verso la Sua immensità: "dentro il delirio della Tua assenza-presenza | c'è il divenire del Principio Primo, afferma la Di Stefano Busà in (Sento ardere l'incenso); di questo Dio che ognuno deve cercare "nella conchiglia del proprio cuore", espressione caratteristica de "Il dramma è Dio di Turoldo, ripresa, in altri termini ma il medesimo intento, dalla poetessa, là dove afferma "conchiglia incuneata allo scoglio, | mi svuoto dell'onda che cancella | il ricamo delle tue orme..." ) L'ora inviolata).

I riferimenti sul piano tematico-concettuale, la lotta tra la quotidianità terrena traballante e transitoria, e il bisogno emergente d'Assoluto richiamano l'energico espressionismo delle poesie di Clemente Rebora o lo stile dirompente di Ada Merini.

Molta, molta attenzione merita, dunque, quest'opera di Ninnj Di Stefano Busà, nota al mondo letterario contemporaneo da molti lustri per la sua singolare scrittura poetica e per il costante impegno a livello giornalistico, saggistico e critico.

Attenzione, direi, dovuta in maniera ancor più rilevante qui, per la forza dei sentimenti presenti e palesati, per la sincerità espressiva e per quella congiunzione intima tra vita e letteratura che riesce a catturare contemporaneamente l'elemento umano e quello descrittivo, i paradossi esistenziali dell'essere e la perfezione dell'Assoluto, le scelte ideologiche coraggiose, quali possono essere oggi quelle riferite alla fede, e la loro non facile resa lirico-espressiva, tra l'altro in quest'opera felicemente risolta.

Recensione
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