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La singolare e vigorosa ricerca di ciò che eleva l'uomo al di là e al di sopra delle incongruenza umane. Questo e molto più nell'ultima raccolta di Ninnj Di Stefano Busà

A giusta ragione l'autrice vuol dare spazio alle voci autorevoli di critici che si sono, via via, interessati alla sua opera e che sono nell'ordine di tempo (Abbagnano, Bo, Sansoni, Bigongiari, Capasso, Bárberi Squarotti, Demarchi, Raboni, Bertolucci, Bonifazi, Merini, Piromalli, Maffia, Guerrieri, Ruffilli e molti altri).

Questa nuova raccolta gode dell'eccellente prefazione dell'emerito Emerico Giachery, il quale ha saputo penetrare nella poetica dell'autrice in maniera delicata organica, limpida, sinteticamente mirata e profondamente autentica e avvertita. Pur sentendomi una formica accanto a questi "grandi", mi fa piacere esprimere il mio pensiero sull'opera in oggetto, per l'apprezzamento che nutro nei confronti dell'autrice e per quel senso di sintonia culturale che ci accomuna da tempo.

Partiamo, dunque, dal titolo. Quella luce che tocca il mondo, che conferisce speranza a chi s'accinge a togliere il velo alle parole della poetessa, anche se non poche ombre persistono tra le righe dei testi,anche se il dolore del mondo, vissuto da lei in prima persona, trova spazio in diversa misura e intensità nelle sue poesie. La "luce, dunque, i si du" più volte citati, le "ali" che, per loro stessa natura, consentono di sollevarsi da terra e conducono verso quel cielo cui l'autrice dirige, nonostante tutto, e al quale spera di appartenere "ad ogni costo" (Insostenibile distanza), "il vento" stesso che scompiglia, sì, ma sa anche innalzare con forza ed elevare l'uomo al di là delle incongruenze umane.

Fin dalle prime poesie, emerge il trionfo dei "riverberi alati | fatti d'aria, abbandonati e pensosi | come sogni disabitati" (Il trionfo dei riverberi). Così è quella "sete" di luce cui l'autrice s'appella quasi implorandola:"Tienimi stretta come ala al suo cielo. | Mi sento come il nibbio | che chiude morendo l'apertura dell'ala, | trattenendo ancora nel becco | l'odore di salso " (Un'altra morte).

Così, pur essendo il mondo "senza eroi, | vascello che inabissa i suoi marinai", pur avendo suoni stonati che andare "oltre la fatica i sopravvissuti" (Senza eroi e La Trafittura).

Luce, ali, tempo, dolore, sono parole chiave di questa silloge, parole alle quali, in pari dignità, dobbiamo aggiungere amore, affetti, nostalgia, silenzi, poesia. si tratta di motivi e sentimenti che l'autrice esprime sullo sfondo, quasi per pudore, velatamente, tra riga e riga, tra verso e verso, quasi toccata e fuga, ma che tuttavia assumono rilevanza estrema nel mettere a nudo la profondità del suo pensiero e l'ampiezza della sua interiorità.

Riscoprire ad es. "l'ultima notte di fuoco, | ascoltare della carne lo stupore" (Siamo vivi e dispersi), oppure "abitare il perdono, come una casa dell'anima" (L'amore) o desiderare "un aloe di frescura, un solo giorno | d'ambrosia e tenerezza | che cancelli l'alidore stagnante della sera" (lo strazio delle crepe) fa sentire nuovamente nell'anima rintocchi e sensazioni prima sopiti, fa dire di essere ancora vivi, pur nella marea dei nostri struggimenti.

Profondo il richiamo degli affetti, tenere le figure della nipotina Lucrezia ultimo bocciolo della nidiata, paragonata a "fragile porcellana di Sévres"; l'amicizia forte e avvertita nei confronti dell'attrice Valentina Cortese, verso le quali nutre sentimenti in affinità elettive, in comunione d'intese. Toccante il richiamo alla maternità, espresso in quel "piccolo fiore | nel ventre che la madre" "disseta | alla linfa primordiale delle sue arterie" (Come un piccolo fiore), il ricordo della madre, intenta a "puntellare | gioia ai panni stesi al sole, | ai nostri occhi la luce dei mattini..." (alla Madre).

E chiama in causa la parola che ha voglia di "aprirsi altrove, | come un passero che svola..."ed ecco scorrere l'insieme di quei barbagli "la luce e la parola", confitte al silenzio, al fremito dell'attimo. ecco, allora cosa significa essere "poeta": "grido di sciacallo, pelle d'angelo, | fiore pesto" che sì'inventa la vita dal suo nulla, ma che sa commuovere la luna, rappresentarla "nell'Orma di Dio" (In qualche grano di poesia).

Il ritmo sotteso alle parole e intenso, si rileva il valore anche metrico e musicale di questa eccezionale forma poetica se ne determina il lessico non comune, appropriato e raffinato, la potenza degli accenti lirici originali, le similitudini inedite e il ricorso a componenti metaforiche mai appesantite da esasperate ricerche, caratterizzate da immediata autenticità con il reale. Caratteristici si rivelano gli enjambement e piacevoli le assonanze e le allitterazioni (vedi pag. 13 o pag. 14 o ancora, pag. 18). Vi sono in questa poetica molte sintonie col tessuto lirico quasimodiano. Il richiamo al "tempo" reale o metafisico, il senso dell’umanità che attende riscatto dal "vuoto universale"avvicinano l'autrice al modello ungarettiano. Risonanze ed echi di vera, alta poesia che non tradisce mai le aspettative, che aprono al pensiero di Dio, alla concezione cristiana ed esistenziale di Luzi.

Singolare, vigorosa risulta la poetica di Ninnj Di Stefano Busà, che punta sempre all'essenzialità del significato e del significante, in una perfetta amalgama di fonicità e linguismo, che si rivela di volta in volta, da una raccolta all'altra, di grande approfondimento, avendo dinanzi un paradigma poetico unitario, sapiente,estroso, maturo, di elevata compostezza e rilevanza nell'attuale panorama letterario italiano e anche internazionale,in grado di formare e rappresentare una personalità degna della massima considerazione e attenzione, determinando una triade di alto livello con la Spaziani e la Merini, come giustamente affermano i suoi critici.

Recensione
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