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Fermenti n. 240, anno XLII (2013)
Periodico a carattere culturale, informativo, d’attualità e costume
Numero da collezione

         

         Considerazioni sui testi di saggistica e sulle recensioni facenti parte del n.240 (2013) di “Fermenti”.

Per la saggistica da segnalare, tra i numerosi scritti, il saggio di Gualtiero De Santi “Una vita violenta” in galiziano, l’articolo di Luana Salvarani “Mi piace rimare”. I giovani descolarizzati e la rinascita della poesia, Visioni del cantare ciclico. Serge Pey: un poeta nel flusso entropico di Giovanni Fontana, L’Avanguardia degli anni Sessanta. Tanto rumore per invocare il silenzio di Velio Carratoni, Quando la “commemorazione” non è rimozione. Sul Gruppo ’63 di Francesco Muzzioli di Antonino Contiliano.

“Una vita violenta” in galiziano, di Gualtiero De Santi, esprime l’idea che “non si può dire con certezza, che deve essere inteso come un vero e proprio caso letterario l’uscita in galego (la lingua della famosa Rosalia De Castro e del Lorca di alcune liriche amorose, ma insieme di una assai vasta compagine di poeti e di narratori), del secondo romanzo romanesco di Pier Paolo Pasolini, Una vita violenta, a cura del filologo e linguista, ma anche stilista (per quanto sembri incredibile), Gonzalo Vasquez Pereira.
L’attenzione del critico si è soffermata anche su Marino Piazzolla, sul quale ha scritto un interessante intervento”.

La figura di Pier Paolo Pasolini, dopo la sua morte, avvenuta nel 1975, fino ai nostri giorni, è rimasta nell’immaginario collettivo e continua ad essere oggetto di studio e di discussione nella sua complessità.

E’ stata messa in risalto la lungimiranza del suo pensiero, con il quale egli ha profetizzato,con esattezza e intelligenza, quello che sarebbe stato il tipo di società, nel nostro postmoderno occidentale, in particolare italiano, nella nostra contemporaneità.
Il poeta omosessuale dichiarava di rischiare la vita ogni notte e, non a caso, è morto ammazzato.
Il titolo del romanzo di cui ci occupiamo, rispecchia, dunque, il tipo di esistenza che il poeta ha vissuto nei suoi contatti, anche erotici, con i ragazzi di vita delle borgate romane, abbrutiti dalla miseria, l’ignoranza e la sopraffazione.

Uno di questi giovani è stato accusato del suo assassinio, anche se per gli inquirenti, le circostanze rimangono misteriose.

“Unha vida violenta, questo è il nome della presente edizione, apparsa solo qualche mese fa, pubblicata da una piccola ma molto efficiente editrice di Santiago de Compostela.
Una vita violenta è il terzo dei testi del poeta, narratore, intellettuale e regista, tradotti nella lingua della Galizia.
Si deve innanzitutto sottolineare la conferma dell’attualità dell’opera pasoliniana ancora dopo cinquant’anni dall’uscita di Una vita violenta.
Bisogna essere consapevoli dell’attenzione che il giovane Vasquez ha sempre dimostrato verso lo scrittore friulano (tra l’altro è stato proprio lui a consigliargli di tradurre proprio Una vita violenta).
La considerazione della’rilevanza di Pasolini nell’ambito della letteratura europea è avvalorata dalle numerose recensioni del libro, apparse su riviste e giornali spagnoli”.

Il nostro è ancora presente, fortemente, nel nostro immaginario, non solo italiano, ma a livello europeo.

“Mi piace rimare”. I giovani descolarizzati e la rinascita della poesia, di Luana Salvarani, ha per tema il fenomeno che consiste nel fatto che “molte proteste emergono di tanto in tanto dal clima istituzionale della “cultura” e dal vario sottobosco degli “amanti del libro” vari lettori, utenti di blog, forum, appositi festival, quasi tutti un po’enogastronomici nella loro essenza.
Il saggio parte dall’assunto che esistono molta superficialità e una forte crisi dei valori nel mondo giovanile, cosa vera per molti aspetti ed elemento che si sta intensificando con il passare del tempo, con l’affermarsi della cultura dell’avere, del dilagante consumismo.
Uno degli aspetti evidenti, relativi a quanto suddetto, consiste nel fatto che i giovani non amano la poesia, la trascurano e non leggono quasi nulla.
Per questo motivo si potrebbe giungere tout-court alla conclusione drastica, ma come vedremo riduttiva, che essi sono fatalmente insensibili, immorali, materialisti.
Secondo quest’ottica le ragazze diventeranno fashion-victims pronte a donarsi al primo venuto per una borsetta.
E i ragazzi crudeli machos che si danno alla violenza sessuale in branco e al narcisismo stradale.
Ma è veramente in questi termini così pessimistici e drastici che si delinea la situazione?”

La risposta a tale domanda è negativa, in quanto quasi tutte queste considerazioni e rivelazioni, più o meno ufficiali, non devono essere prese alla lettera.

“Esse sono compromesse da vari errori metodologici e da una grave miopia che sta allo loro base.
Si fondano su fatti come i seguenti le “statistiche”: acquisti pro capite di libri e giornali, prestiti nelle biblioteche.
E’ riportato un esempio: si dia il caso che io sia un lettore “professionista” e abbia a che fare con centinaia di libri all’anno, per lo più nel settore storico, artistico, letterario.
Tuttavia, non leggo, secondo le statistiche, e compro libri solo nel mercato remainder-antiquario, che non rientra nelle statistiche.
Non entro nelle librerie, vado in biblioteca cinque o sei volte l’anno e non ho mai acquistato un giornale in vita mia.
In linea con questa visione delle cose, non sono un lettore, o meglio, ho le stesse statistiche di lettura di una massaia sessantenne della Padania profonda, o di un ventenne del Sud con la madre analfabeta e la terza media.
Supponiamo anche che i lettori professionisti (che i libri antichi li scaricano dai database digitali delle biblioteche, e quelli anche moderni li comprano in antiquaria perché vanno fuori catalogo in pochi mesi, e naturalmente sono costretti a fotocopiare come pazzi, perché se aspettiamo i tempi d’acquisto e catalogazione delle biblioteche, mummificano prima di iniziare a studiare) “non abbiano voce in capitolo”.
Arriveremo a risultati inaspettati, se teniamo in considerazione i lettori “comuni” e, soprattutto, quelli che ci interessano di più per la nostra ricerca, i “giovani”.
Si soffermerà l’attenzione sui giovanissimi di 13-17 anni. e non sui vari insiemi dei liceali e di figli di professionisti, ma sulla grande maggioranza di coloro che lasciano gli studi alla fine dell’ ”obbligo formativo”, dopo la terza media e un anno o due negli Enti di Formazione Professionale, o che hanno bisogno di una mano per emanciparsi dal diritto-dovere all’istruzione.
Questo è divenuto per loro un brutto sogno, una serie di delusioni inevitabili e mortificazioni immeritate, un avvolgimento di tempo perduto e di possibilità mancate, quando forse si aspira solo a rendere meno lontana l’indipendenza economica.
Sono basate su anni di osservazioni in laboratori di lettura e scrittura con i ragazzi di terza media, inclusi quelli “difficili”, le conclusioni riportate nel saggio, e sull’attuale presenza dell’autrice come formatore in un progetto Icaro, la scuola di “seconda chance” per i giovani che non possono arrivare alla licenza media e che la scuola non riesce più ad amministrare”.

Si tratta di ragazzi che, a livello di voti, hanno una media del 3 e del 4, spesso figli di extracomunitari: quindi è comprensibile che non possano avere quasi nessun interesse per i libri pubblicati in Italia.

Sono dati preoccupanti quelli relativi alla mancanza di interesse per la lettura dei giovanissimi, deprivati, per varie circostanze, di qualcosa che sarebbe molto utile alla loro formazione etica e la loro crescita, per il loro relazionarsi con la vita, che concede loro pochi spazi, per il personale riscatto, in un mondo di falsa libertà e di molti messaggi mediatici negativi.

Visioni del cantare ciclico. Serge Pey, un poeta nel flusso entropico di Giovanni Fontana, ha per oggetto la poetica del’autore in questione.

“Pey è un poeta solito a sondare i misteri numinosi della poesia tramite l’esperienza visionaria di una scrittura che sembra emergere dalle profondità della terra, per risalire nello spazio del suono, a inverare sulla pagina una parola magica ed evocativa, risultato di uno studio anche antropologico.
Tale ricerca, non a caso, ha la forza di un rito sciamanico.
In Sardegna il nostro è riuscito a riconoscere i posti, le atmosfere, le radici profonde più adatte al suo spirito inquieto e alla sua particolare forma d’intelligenza.
Questo è accaduto se non altro per la natura particolare del territorio sardo, rinvenibile nel suo paesaggio, nella sua storia, nella sua lingua, nella sua gente, nelle sue atmosfere veramente suggestive e uniche, che hanno pervaso la sua scrittura e lo hanno ispirato.
Pey in questo ambito rinnova i suoi tragitti creativi in una sorta di conturbante labirinto connotato da elementi che si suggellano e che fanno da tramite tra la storia e il mito, tra natura e cultura, tra realtà e immaginazione, tra esterno e interno.
Essi si pongono come centri di gravità di figure poietiche ad altro grado entropico.
Queste aree, questi spazi dell’immaginario, soggetti a forze d’attrazione così specifiche, si coordinano, si sovrappongono, si stratificano, liberando una forte carica emotiva, che si traduce in parola scritta.
Esse fanno diventare sempre più complesso il sostrato delle relazioni entro le quali il poeta individua il fondamento, l’etimo della sua scrittura, del suo poiein, della sua personale ricerca.
Penetra gli oggetti scavando con il suo sentimento, ne sfiora le superfici, ne prende gli aspetti in un processo di lucida metamorfizzazione, attraverso cui scattano momenti d’identificazione con un’oggettività che reca evidenti segni di alterità meravigliosa.
Si ritrova incessantemente questa risolutezza in funzione della dinamica dell’itinerario, di volta in volta perseguito, che grazie alla sua complessità e alla sua essenza epifanica dà vita alla carica entropica.
Sono affascinanti gli esiti, frutto della visione che viene ad essere
rielaborata.
Il moto, istante dopo istante, scenario dopo scenario, occasione di piena vita nuova sul piano percettivo, determina l’innovarsi delle configurazioni degli elementi e delle relative figure poetiche.
Serge Pey plasma il suo ordine, la sua armonia, sempre però subito annullati nel tendere verso nuove associazioni, nell’apparente caos degli oggetti.
Va verso altre forme di conoscenze che si pongono come fondamento per ulteriori sentieri, espressione dell’immaginario creativo, come insiemi che vengono compresi e sottesi gli uni dagli altri”.

Una poetica dei luoghi, captati nel loro fascino, che ha come carattere quello di avere una valenza ammaliante e che diviene tout-court esercizio di conoscenza, sotteso alle figure che l’immaginario geografico presenta e produce.
Cifra dominante pare essere l’attenzione del nostro per la natura e i suoi paesaggi, oltre che per le sovrastrutture create dall’uomo in essi, elemento che si fa poesia, come a partire da un microcosmo che si potrebbe definire pascoliano, nel suo essere lontano dalle atmosfere urbane.

“Del resto, per Serge, “La poesia che collabora/ alla celebrazione/ dell’ordine/ non è una poesia”.
Composito e corposo il saggio intitolato L’Avanguardia degli anni Sessanta. Tanto rumore per invocare il silenzio di Velio Carratoni.
“Nella sua prima sezione, intitolata A ridosso dei narratori, è espresso il pensiero, secondo il quale, l’Avanguardia degli anni Sessanta non trova, nelle ragioni del suo inizio, i mezzi per mutare e riedificare la letteratura, che in quel periodo stava arrivando ai risultati più alti.
Le ambizioni del movimento avanguardistico, che si proponeva come unica soluzione possibile, furono in molti casi rese vane.
Sono testimonianza dell’elevato valore creativo, raggiunto in quella fase della nostra letteratura, molti titoli usciti in quell’epoca, e gli autori che l’hanno conseguito erano tutti di importanza primaria, come si evince dall’elenco che segue.
Il doge (Aldo Palazzeschi), La macchina mondiale (Paolo Volponi), Il padrone (Goffredo Parise), La cosa buffa (Giuseppe Berto), Il male oscuro (Giuseppe Berto), Un’anima persa (Giovanni Arpino), La spartizione (Piero Chiara), L’ombra delle colline (Giovanni Arpino), Le furie (Guido Piovene), Il papa (Sergio Saviane), I racconti (Domenico Rea), Rien va (Tommaso Landolfi), Le trombe (Giuseppe Cassieri), La linea dei Tomori (Manlio Cancogni), La cugina (Ercole Patti), La bambolona (Alba De Cespedis), Il passo dei Longobardi (Arrigo Benedetti), Le due città (Mario Soldati), A ciascuno il suo (Leonardo Sciascia), Lo scialle Andaluso (Elsa Morante), Villa di delizia (Carlo Castellaneta), I meridionali di Vigevano (Lucio Mastronardi), La donna al punto (Elio Bartolini), La costanza della ragione (Vasco Pratolini), La ragazza di nome Giulio (Milena Milani), La scoperta dell’alfabeto (Luigi Malerba), Viaggio di ritorno (Aldo De Jaco), Lo scialo (Vasco Pratolini), Racconti (Cesare Pavese), Le storie ferraresi (Giorgio Bassani), Il grande ritratto (Dino Buzzati), Vita di fantasmi (Alberto Savinio), Satire italiane (Giovanni Comisso), Racconti (Francesco Jovine), Se non la realtà (Tommaso Landolfi), Mastroangelina (Corrado Alvaro), Un volto che mi somiglia (Carlo Levi), Bibbia napoletana (Carlo Bernari), Si riparano bambole (Antonio Pizzuto), I nostri antenati (Italo Calvino), Parigi o cara (Alberto Arbasino), La carrozza (Giuseppe Cassieri), Ricordi Istriani (Carlo Stuparich), I grandi ospiti (Giovanni Battista Angioletti), Gli alunni del tempo (Giuseppe Marotta) e tanti altri.  
Nel segmento Poeti del tempo ritroviamo un’enumerazione dei nomi dei libri di poesia più significativi usciti intorno agli anni Sessanta: Il canto del destino (Giorgio Vigolo), Il vetturale di Cosenza (Carlo Betocchi), Il seme del piacere (Giorgio Caproni), Poesia ed errore (Franco Fortini), Poesie d’amore (Fabrizio Onofri), La madre e la morte (Alfonso Gatto), Croce e delizia (Sandro Penna), La musa decrepita (Leonardo Sinisgalli), Così parla l’estate (Luigi Fallacara), Scampoli (Camillo Sbarbaro), Versi e poesia (Giacomo Noventa), Poesie (Diego Valeri), Le notti romane (Giorgio Vigolo), Il giusto della vita (Mario Luzi), L’immobilità dello scriba (Leonardo Sinisgalli), Nel cerchio familiare (Giorgio Orelli), La ragazza di nome Carla (Elio Pagliarani), Il male minore (Luciano Erba), Poesie liguri (Cesare Vivaldi) ecc.

La lista suddetta dimostra che in quel periodo, o intorno ad esso, in Italia scrivevano molti altri autori, oltre Bassani o Cassola.
Era veramente utopico rimuovere certa tradizione andata avanti fino a quel periodo, con i titoli di opere come quelli sopra riportati, e molti altri lavoravano bene o meno.

Gli avanguardisti, sviluppando quello che, con le dovute cautele, potrebbe definirsi una forma di vago misticismo dell’azione a livello della creatività, volevano sgretolare l’ordine precostituito con la loro personalissima produzione, completamente sovversiva rispetto alla situazione egemone, che si delineava nel panorama delle nostre scritture.

“Qualcuno era giunto a cancellare la presenza della trama, dei periodi, della punteggiatura, dei segni tradizionali, con iniziative stravaganti e irriferibili, che hanno generato anarchia nei testi nell’ambito narrativo.
Le opere dovevano essere incompiute e le parole, che le costituivano, avevano un significato solo se ritenute parole distanti tra loro, secondo gli sperimentatori: si creava così una vaga forma di ribaltamento delle regole.
Erano tolti i capitoli, i capoversi. Venivano adoperati spazi bianchi per configurare geometrie fatte di parole e non di cerchi, triangoli, linee.
Si arrivava ad un disordine completo. Per sovvertire la scrittura ognuno per proprio conto i componenti definiti “da vagone letto” mettevano
in atto riunioni come se fossero prese.
Ci si batteva in nome di un ideale che andava ben oltre il fenomeno letterario in se stesso.
Nel delineare forme pittoresche di pensiero divergente, secondo la formula: “Non la tua, ma la nostra volontà sia fatta”, si basavano sul dissenso di massa.
Segue il segmento Esponenti significativi nel quale viene messo in luce che i più ponderati furono Eco e Balestrini.
Ma gli altri erano per lo più sbandati e frammentari, anche se si definivano avanguardisti.
Provenendo da esercitazioni fiorentine. forse Pignotti si riteneva più efficace.
Ma altri crearono stili che elevavano i propri tentativi, come Arbasino, riattualizzando il linguaggio senza infrangerlo.
Così arrivò a Fratelli d’Italia e ai suoi molti testi ricchi di influssi, di costume, di ironia, di gusto gaddiano del pastiche, tutto in chiave ludica, liberata da ogni traccia sentimentale, antiaccademica e basata su un tipo di pensiero divergente.  
Uno dei maggiori che ha apportato ossigeno nuovo, come Sanguineti in campo poetico, è stato lui.
Si sono riscattati, a livello critico, altri, come Guglielmi e Giuliani, con un lavoro sempre innovativo da discussione, mai vacua o disordinata.
Erano riformatori gli autori sperimentali, a parte quelli citati, nelle
loro scritture, non sempre riuscite, differenti e rifondate, dopo gli indovinati risultati di Pizzuto, un vero precursore che sta a sé.
Ognuno difficilmente otteneva favore, volendo apparire come leader di stuoli ribelli, rimanendo ben salda la struttura tradizionale, che, pur scalfita, continuava ad essere prevalente.
Sanguineti faceva il rivoluzionario, ma scriveva poesie criptiche e, come docente universitario, si occupava di classici.
Questo il limite secondo qualcuno. Tutti seguivano proprie ideologie
C’erano molti limiti e almeno si mettevano molte cose in discussione, mentre attualmente c’è il blocco assoluto.
Si poteva constatare un forte fenomeno di contestazione nel ‘63, mentre i passatisti ribadivano vecchi canoni, che non sempre erano obsoleti.
Moravia contemplava i contendenti ma non si mischiava con loro.
Anche se tentava di guardare sospettosamente; forse si comportava
così per timore di essere o messo al bando?
In ogni caso lui restava, un fenomeno di mercato.
Per i giovani, in epoca ante ’68, aveva una grande attenzione, da quel momento.
Grande era il suo influsso e al suo scattare sembrava aperto a tutto, chiuso per altri versi.
Forse per troppa scarsa lungimiranza, ha appoggiato troppi servili, innescando uno stato di cose che vorrebbe ancora prevalere, non riuscendo a capitolare, applicando metodi da residui di cordata programmata.
Venivano rimossi i Riccardo Bacchelli per la propria solennità.
A loro non rimaneva niente.
Così qualcuno è rimasto legato al passato senza mire ad andare oltre.
I presunti innovatori: così sono stigmatizzati dalla Spaziani:-“Volevano solo fare rumore. Il resto era vuoto assoluto”.

E’ improprio ammettere ciò?”

Si può dire che l’affermazione della poeta de La stella del libero arbitrio è troppo drastica, in quanto l’Avanguardia ha prodotto anche opere di grande bellezza, che hanno avuto riscontri dalla critica e che anche adesso sono presenti nelle maggiori antologie pubblicate negli ultimi in Italia, a conferma delle potenzialità del movimento.

E’doveroso prescindere dalle generalizzazioni, nell’affrontare un discorso che ha molte sfaccettature, in una dialettica che ha visto contrapporsi due forze opposte nell’ambito del sistema letterario italiano.

“Il più coerente è stato Umberto Eco e ancora oggi pratica la saggistica, di tutti i generi che possono abbracciare le sperimentazioni, passando per la narrativa (Il nome della rosa), il costume con interventi sulla contemporaneità in senso generale.
Sembrano essere stati realizzati oggi i suoi scritti degli anni sessanta; contengono una carica di forte modernità.
Dopo tanti tentativi eclettici, Pignotti è passato alla poesia visuale, Balestrini ha tentato generi diversificati, dalla narrativa (Vogliamo tutto), alla poesia di ricerca, rifugiandosi anche lui nell’arte grafica, nei tentativi editoriali, con riviste divenute storiche come “Quindici” ecc.
Altri si sono smarriti o sono rimasti intrappolati in una iterativa lacerata, non vivificata, accensione di novità.
Ai lati di questi, pur in posizioni elitarie o di ecletticità Gianni Toti ha prodotto (film narrativa poesia) ma i suoi lodevoli risultati di scavo sono rimasti decantati da tanti addetti ai lavori, senza avere avuto un balzo di vero avvio verso considerazioni profonde.
E di fronte a tanti passi incerti dal periodo del Gruppo in poi: gli autori come quelli di cui sopra hanno prodotto tanti lavori che spesso sono rimasti nella dimenticanza assoluta, anche se altri artisti del genere hanno prodotto qualche opera che ha trovato consenso.
L’intento era quella di non capitolare a nessun genere. Così è successo per la musica, la pittura e la scultura, tranne che in qualche caso”.

L’Avanguardia rimane un fenomeno artistico e culturale che non si deve sottovalutare, nonostante le sue contraddizioni, e i suoi migliori rappresentanti sono anche attualmente un riferimento per molti poeti e scrittori che operano oggi in Italia.

Molti degli autori dell’Avanguardia sono stati storicizzati nel panorama delle nostre lettere.

In Quando la “commemorazione” non è rimozione. Sul Gruppo 63, di Antonino Contiliano, è espresso il concetto, secondo il quale, “negli anniversari, di solito si celebrano le commemorazioni, e le stesse difficilmente sfuggono alla rimozione degli eventi di cui parlano.
Le celebrazioni deprimono e scoraggiano – specie se gli esiti della lotta e degli eventi connessi, di cui ricordano la travagliata fenomenologia, sono stati smorzati, assorbiti, neutralizzati e affossati –.
Lanciano segnali di fumo nero, vedete cosa succede, non provateci più.
Il caso di Francesco Muzzioli sembra diverso, in Il Gruppo 63- Istruzioni per la lettura (Odradek, Roma, 2013).
Il libro riapre una scissione mai chiusa, ricorrendo un altro decennale della neo – avanguardia italiana degli anni Sessanta, cioè l’’impossibilità della rimozione dell’Avanguardia stessa come antagonismo e alternativa, lì dove lo stesso postmoderno ne avrebbe decretato la morte definitiva come evento di rottura.
Di contro, il libro, ripropone: impossibilità dell’Avanguardia o “attualità dell’Avanguardia”?
Il testo si dà al lettore come ricostituzione e. più chiaramente si propone come un “manuale” con le “istruzioni per l’uso”, per una conoscenza più ragionata e consapevolmente critica, e tra possibile e impossibile, attualità o meno
Non solo, dunque, sono presenti la nascita, il contesto e la contestazione in cui si è mossa la Neoavanguardia del Gruppo ’63, ma anche la teoria, la pratica e la critica (anche quella interna al gruppo) e quanto di lascito ancora aspetta di essere preso in carica per diventare azione di una corrente”.  

Le commemorazioni suddette, nella nostra contemporaneità, sono un segno della sua ancora forte vitalità nel contesto culturale italiano dell’Avanguardia, come espressione della forza dell’arte nelle sue svariate forme.
Si deve intendere come una manifestazione del clima della nostra epoca, di un’apertura verso una forma di pensiero divergente, una sua estrinsecazione, nel segno della vera libertà dell’espressione artistica, che è assoluta e deve essere intesa come realizzazione di ogni possibile stile.
Il libro di Muzzioli è di importanza centrale per rivalutare e riattualizzare l’Avanguardia e per fare intendere i suoi significati e i suoi intenti, senza preconcetti o esitazioni, con equilibrio e profonda acribia.
In Recensioni, Le dérèglement de tous les mots, Indicazioni di letturaper Il pollice smaltato di Gemma Forti, di Donato Di Stasi.

“Gemma Forti, dopo un silenzio durato sei anni, con la sua sesta opera poetica, raggiunge la piena consapevolezza artistica, suggellando la sua cifra di autrice di genere esperienziale.
Prende le mosse dai tradizionali territori della sintassi (codici costruttivi e dialettici), la sua ricerca linguistica, per giungere al limite del più spericolato e ardito montaggio di parole, con cui fermare almeno un minimo del velocissimo spirito dei nostri tempi, con un’acuta visione dell’esistente a livello politico, sociale e di costume.
Il titolo, Il pollice smaltato, rimanda a una presa di distanza dalla seduzione (ormai cliché imperante), per la costruzione, al contrario, di un
poiein, che dia attualità allo spazio storico (profondità, prospettive, antispettacolarità) a nome di una tensione critica, civile e di costume alla quale non siamo avvezzi nel panorama odierno.
Gemma Forti, non potendosi più esprimersi attraverso una parola che va verso il canto, tramite una cifra lirica o neolirica, (è stato fatto per secoli da Petrarca e Caproni), si piega al grido non sommerso, nella forma artistica dell’invettiva, straparlando in una lingua socializzata avversa alla dimensione politica oscurantista e reazionaria dell’attualità”.

Per certi aspetti la sua è una poesia etica e ideologicamente impegnata che ha per bersaglio figure squallide del panorama politico italiano, come quella di un certo cavaliere, che aveva un potere più forte al momento dell’uscita del testo, rispetto a quello che ha ai giorni nostri..

“Si esprime senza sentimentalismi e soggettività; in sintonia con una tale visione, produce una scrittura dinamica, fortemente analitica, in grado di riempire con le sue strofe eccentriche, la botte vuota dell’industria culturale.
C’è incisività, stabilità, coraggio, in quest’ultimo werk fortiano, e ancora indipendenza, distanza dalla nausea del conformismo, un altro modo (umanistico) di intendere l’umanità.
Il pollice smaltato, raccolta del tutto antilirica ed antielegiaca, mette in scena un caleidoscopio di pensieri, rende tumultuoso il sangue con la sua
fortissima urgenza del dire, ciò che è sotto ai nostri occhi finalmente spalancati, non ciò che riusciamo ad immaginare ad occhi chiusi”.  

Un tema messo in rilevanza dalla poeta è quello della violenza sulle donne, adesso quanto mai attuale.
Una poetica fortemente realista nella sua originalità, quella della Forti, in controtendenza con quelle più diffuse nell’attuale panorama italiano, un modo di fare poesia che ha come referente l’alterità, costituita dalla società circostante, e non il ripiegamento sul proprio io.

Interessante la recensione di Francesca Medaglia a We are winning wing ovvero Noi siamo l’ala vincente che è “il testo poetico sine nomine che il soggetto collettivo “Noi Rebeldia 2010”. (“Noi Ribellione, 2010” ). ha usato come inizio della composizione di un’opera a più mani.

Il libro, attraverso ben sette redazioni, si è andato trasformando sotto le mani degli autori, costituendo una scrittura poetica pluri - focalizzata, in cui si passa dall’Io al Noi.
E’ veramente notevole il modo nuovo, ingegnoso e brillante, trovato da questo collettivo, per sfruttare gli strumenti di cui il mondo contemporaneo dispone, come internet e la multimedialità, trasformandoli da semplici mezzi a strategie di composizione.
Questa modalità di composizione, inoltre, ha permesso di aprire un canale verso l’esterno e ha condotto alla valorizzazione delle differenze nel
rapporto dialogico con l’altro da sé, che porta nella scrittura collettiva a logiche di neocrealizzazione”.

We are winning wing può essere considerato un ipertesto e un work in progress, un’opera originalissima, che si delinea in più linee di codice, un’intrigante esempio di creatività, basato sull’interagire costruttivo di svariati partecipanti, utilizzando a tutto tondo le possibilità offerte agli autori dalla nostra società.  

“Redazione dopo redazione, e grazie anche alle ricombinazioni e alle modifiche opportunamente operate dal soggetto proponente, secondo la tecnica del “montaggio”, è venuto alla luce questo testo poetico comune che come un “concerto” in versi a più voci, ha finito per delineare i sempre fluidi e mobili confini di un nuovo soggetto collettivo”.

Un modo nuovo di approccio al lavoro poetico che potrebbe divenire un nuovo genere, praticabile in futuro anche da diversi epigoni, modalità che si è potuta realizzare nel nostro tempo anche grazie all’uso dei raffinati strumenti tecnologici, che aprono moltissime e multiformi possibilità per l’estrinsecarsi della fantasia.

In Bibliosound di Gemma Forti, numerose recensioni; tra queste quelle a Marina Cvetaeva Scusate l’amor,e, 2013, poesie 1915-1925.

“Questa antologia poetica, con testo a fronte, a cura di Marilena Rea, pubblicata dalla Passigli nella collana Le occasioni, raccoglie le liriche d’amore di Marina Cvetaeva, scritte nel periodo 1915-1925.
I destinatari delle poesie sono amici e conoscenti, reali o idealizzati, che divengono interlocutori: il marito Segej Efron, Sof ‘ja Parnok, (con la quale ebbe una relazione d’amore, sebbene già sposata e madre di Ariadna, tra il 1914 e il 1916), Blok, Kuzmin e Pasternak, amanti degli anni dell’esilio (1922-1939).
Tutti questi non si sono, però, rivelati all’altezza di colei che chiedeva il miracolo, cioè l’amore straordinario, per poter amare straordinariamente, secondo una visione estetizzante degli affetti, sintomo di un io vulnerabile, in un’ottica utopica e idealistica.
La stessa Cvetaeva ha scritto: “La lirica pura vive di sentimenti. I sentimenti sono sempre uguali a se stessi. Non hanno evoluzione, come non hanno una logica (…) Ci sono stati fissati dentro il petto – come fiamme di una torcia – fin dalla nascita”…
E’ sempre in tensione la sua anima in un completamento nell’altro, sua estensione, attraverso la grande passione, che viene sublimata solamente nella sfera delle versificazione.
Marina Cvetaeva, nata a Mosca nel 1892, morta suicida a Elabuga nel 1941, si può sicuramente ritenere una tra le autrici più importanti della poesia russa del primo Novecento.
La sua fama si è consolidata nel tempo, non solo come poetessa, ma anche come prosatrice originale e saggista di notevole acribia.
C’è un’assoluta assenza di sentimentalismi nella sua poetica e il verso si frantuma secco e cadenzato.
In particolare le composizioni di questo libro sono un canzoniere dell’anima e, nello stesso tempo, mettono in scena anche un cosmo regolato da una fisica empedoclea: aria, acqua, terra e fuoco.
Nell’ultima parte, intitolata Piccole Heroides, sono presenti liriche che hanno per protagoniste eroine antiche (eccetto Amleto e Gesù), e cioè Sibilla, Fedra, Arianna, Euridice, Elena; dalla letteratura Ofelia e dalla Bibbia Maria Maddalena”.

Si potrebbe intravedere nella poetica della Cvetaeva una vaga forma di streben, di tensione verso un senso dell’infinito, attraverso un eros sublimato e idealizzato, che, pur traducendosi in esiti estetici altissimi, porta all’annullamento della personalità della poeta, come testimonia la sua tragica fine.  
Un modo di relazionarsi con l’altro, caratterizzato da una certa forma che si dovrebbe definire nevrotica e morbosa.
Due ragazze di Anthony Trollopeè un racconto, pubblicato da Passigli nel 2012, a cura di Luca Caddia, èd è l’ultimo scritto del narratore.

“Infatti egli è morto il 6 dicembre del 1882, mentre il racconto è stato scritto nel giugno dello stesso anno e pubblicato nel numero natalizio della rivista Good Words.
Anthony Trollope (1815-1882) si può leggere come uno tra i più importanti scrittori inglesi dell’epoca vittoriana, sebbene la sua fama, durante l’esistenza, sia stata adombrata dalla presenza di Dickens e, in parte, anche di Thackeray.
La sua opera, in questi ultimi anni, è stata proposta in Italia da Sellerio, che ha pubblicato Le torri di Barchester, Le ultime cronache di Barset, Lady Anna, La vita oggi.
La Passigli
ha editato il romanzo Il cugino Henry e il volume di racconti L’ultimo austriaco che lasciò Venezia.
La Garzanti
Un caso di coscienza.
Le due ragazze, il titolo originale è The two Heroines of Plumplington ha come scenario la contea del Barset.
Così recita l’incipit del racconto:-“L’anno scorso nella cittadina di Plumplington, più o meno in questo periodo, si era in novembre, le signore e i signori che formavano la società locale erano molto preoccupati per le vicende di due ragazze, entrambe figlie uniche di due anziani signori, molto noti e rispettati. Forse non tutti sanno che Plumplington è la seconda città più importante del Barset…”.

Il testo potrebbe essere considerato leggero e di evasione, nei suoi contenuti, per il lettore, pur essendo plasmato da una forte carica di profondità psicologica, specialmente a causa della sua ambientazione, del suo background.

L’intreccio si rivela intrigante e originale, e tutta l’opera è pervasa dall’arguzia, anche se a volte amara.

“Le due eroine protagoniste sono Emily Greenmantle e Polly Peppercorn, rispettivamente figlie di un direttore di banca e di un mastro birraio, che, utilizzando svariati espedienti, cercano di fare accettare ai propri padri i loro spasimanti squattrinati, e, alla fine, riescono nell’intento, anche con l’aiuto del dottor Freeborn.
Un gioco delle parti sta a fondamento del racconto, dove la principale gara è giocata proprio dall’epoca in cui è ambientata la vicenda, cioè l’età vittoriana (il lungo periodo in cui ha regnato la Regina Vittoria), (dal 1837 al 1901), epoca considerata, attualmente, con l’etichetta di ipocrisia sociale, ovvero di falso perbenismo, in cui i contratti sociali sembrano più evidenti ed insuperabili.
Trollope, con ironia sottile, riesce a far riscontrare questa ipocrisia, svelando una realtà sociale fossilizzata da cui nessuno si può sottrarre, anche se nel caso specifico la vicenda delle due protagoniste giunge a buon fine”.

Un racconto che diviene emblema dell’epoca in cui è ambientato, espressione di ottimismo per le circostanze della vita, come si evince dal superamento del clima sociale ipocrita in cui è immerso, attraverso la descrizione delle vicende dei personaggi.

Pare che nel testo si possa intravedere un vago realismo.

In Biblio/Caravan di Velio Carratoni sono riportate molte recensioni del nostro su testi che hanno per tema: costume, narrativa, politica, rievocazioni, letteratura, musica, CD.

“La cura dell’attesa di Maria Pia Romano, 2013, (narrativa), è una storia di vicende personali, di una educazione sentimentale priva di spicco e di passione, che pare realizzarsi su uno sfondo dalla tinta neutra, attraverso una sensazione che sa esattamente rimandarci l’autrice.
Alquanto algida e distaccata, Alba, affronta la sfera amorosa con freddezza, da protagonista impartecipe; alla ragazza interessano l’esteriorità e le formalità.
La coinvolgono più delle vicende i genitori o la cornice della famiglia, nonché i suoi studi di ingegneria, decantati in quanto non umanistici.
Quindi non trascinanti parti scritturali.
Si ritiene, nonostante questo, amante delle letture, ricordando quelle di autori del Novecento, tanto analitiche e coinvolgenti o i poeti pugliesi da lei letti e studiati.
Sono più passivi che esperiti i rapporti intimi della protagonista vissuti con intensità, anche se descritti con una forte carica emotiva.
Ma la decantazione per la Romano risente del raptus non dell’effetto del rapporto. Qui la contraddizione in una scrittura molto sentita.
Tutto si basa su una forma di esteriorità, incarnata da Alba.
E’ pervasa da una sfuggevole adesione l’interiorità del personaggio, non da analisi introspettiva.
Le immagini marine della Puglia sono ricercate. Fredde le rievocazioni   nelle varie fasi della formazione e sviluppo di una vita interiore spesso avvertita come qualcosa di cui liberarsi.
I dialoghi non approfondiscono gli stati d’animo con scarsa introspezione psicologica.
Pochi o nulli i riferimenti sociali… I paesaggi, a parte la minuzia delle definizioni di scene di ambiente marino, sono accennati o visti come riempitivi di attenzione secondaria, elemento non fondamentale nel plot.
Anche le raffigurazioni degli altri componenti della famiglia borghese e manierata emergono fredde.
Nella storia non ci sono contrasti.
Una bussola regolata da regole già codificate guida Alba. e tutto avviene per questo
Non sente contraddizioni e non rischia nulla.
Dato che si sente guidata dall’ingegneria “scienza del compromesso”, non ha paura di niente.
E’ fredda e razionale; la vita, secondo lei, “in qualche maniera le somiglia”.
Ma poco si concilia una vita costituita da peculiarità e somiglianze prestabilite con svolte, contraddizioni, sviluppi dell’esistenza, molto più somiglianti al rebus della vita. Nessuna attesa può stimolarla se appiattita”.

In La cura dell’attesa si assiste al dipanarsi delle regole utilitaristiche di un’esistenza, che la protagonista conosce bene, e delle quali riesce a fare l’uso più efficace per la realizzazione delle proprie mire, quasi estranee alle vere ragioni del cuore e alla sincerità dei limpidi sentimenti.
Alba potrebbe essere definita una donna computer, consapevole di tutti i dati possibili ad esclusione del vero amore, secondo una concezione del tutto antiromantica.
Anche il contesto sociale esterno condiziona Alba nelle sue scelte, nei suoi comportamenti, che non hanno quasi nulla di disinteressato e di poetico.

In Letteratura, la recensione a La scrittura e la vita. Conversazioni con Francesca Sanvitale pp. 270, 2012,di Elio Pecora.

“La Sanvitale dà l’idea della scrittura venerabile, tutta d’un pezzo, della classica borghese delle lettere fredda e distaccata che di umano e vivifico ha poco.
La tipica esploratrice dosata della pagina dalla quale sembra librarsi una volta messa in opera una certa attenzione su storia e personaggi.
E’ imperniata la sua concezione sull’impersonalità dell’arte, ma le storie per questo divengono programmate o lontane mille miglia da certe implicazioni.
L’autrice sembra dire al lettore: la storia è mia. Ma non è detto.
Per timore di coinvolgimenti di qualsiasi specie, una forma di sconfessione e di messa nel congelatore.
Da Pecora l’autrice è invitata a rivelarsi, tramite domande che mirano all’intimità.
Come un’intervista sui generis, può essere letta l’opera, che tende a scavare nelle pieghe più riposte della personalità della Sanvitale.
E l’autrice, sebbene si rifugi nel distacco, riesce, grazie all’interlocutore, a dire o non dire, ma almeno a dare conto di qualche ragione di sé.
Dai dialoghi si arriva alle buone maniere. Guai a uscire dai canoni. A usare un linguaggio sciolto e in libertà.
La scrittrice non esce mai dai binari della razionalità e della compostezza.
Esitazioni all’infinito: “…Sono arrivata alla laurea davvero contro tutto e tutti”. Circa gli interessi culturali: “…Se mi vuoi bene, rinuncia, oppure non andarci”…”L’invidia è il sentimento che mi fa più paura…alcuni ragazzi andavano vantandosi di aver fatto l’amore con me…La sessualità per me è stata una scoperta tardiva …L’amicizia con Balducci è stata la mia ancora di salvezza…Ero religiosa fino al fanatismo…Poi è andata scemando…Più confessioni mi hanno turbato…quando ci lavoravo la Vallecchi pubblicò Landolfi,, Bigiaretti, Luzi, Pratolini…I cattolici più ferventi sono quelli davanti ai quali non si possono…pronunciare parole come malattia o morte... In Il cuore borghese c’è una specie di corpo a corpo con la cultura, con la storia, con la psicologia, con il mio tempo…Un narratore è molto vicino a un architetto…”.
Una letteratura, quella della Sanvitale, che non sembra avere per oggetto la condizione femminile quanto i riflessi della società sui rapporti tra individui.
Espressione di uno stile da studio asettico e distaccato che risente di scarse identificazioni da misurino senza controllo.
Scarse le pulsioni quasi sempre di derivazione letteraria e tutto resta nei canoni di una forma molto sorvegliata.
Dalle risposte alle domande del curatore emerge come una letterata competente che non si concede a nessun abbandono
Viene invasa da una gelida occhiata manierata prima di svolgere le
sue delineazioni dei personaggi
Fattore che scaturisce dall’essere stata un funzionario RAI, non tanto immersa nei rapporti umani, ma negli incastri del mondo delle direttive e delle situazioni mirate in un clima privo assolutamente di calore”.

Un tipo di scrittura che, proprio per la forte originalità della sua cifra, non lascia indifferenti, ma quasi sconcertati per la sua intrinseca carica di razionalità e antisentimentalismo.
Una configurazione arida pare affiorare come sfondo della maniera della scrittrice, che si esprime in un modo personalissimo che non si rifà a nessun modello.
Pecora e la Sanvitale, nel loro interagire, danno luogo ad una forma letteraria carica di suggestione.
Nell’impossibilità, in questa sede, di un’analisi critica di tutti i saggi e le recensioni in “Fermenti” 240, si rimanda il lettore alla lettura della rivista stessa.

 

P.S.
Le parti in corsivo e tra virgolette sono riportate direttamente dal testo della rivista “Fermenti” n. 240

 

 

 

Recensione
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