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Un insolito planare

A sbuffi di vento, a lenti atterraggi… Geografia del mattino ci assorbe nella sua ottica visionaria, ci espropria. Non siamo più che foglie o fogli di un libro | liber scompaginato, mosso da vortici e mulinelli d’aria. L’attimo del colpo d’occhio, della cattura di un dettaglio immobile, è subito seguita da un giro di banderuola. Potremmo allora usare questo libro ventilato d’azzurro, come anometro per un correre interno, a discrezione di un pensiero atipico, originale e segreto, mai criptico, piuttosto sibillino, asconditus. Spesso si usano frasi d’occasione del tipo “immergersi nella lettura..” Questo può accadere per un’altra tipologia di scrittura che definirei ad anelli concentrici: nel caso di Stefanoni l’immersione è a mio avviso del tutto impossibile. Non è concesso alcun tipo di abbandono, di percezione soffusa o diffusa.

Ogni verso è un vaso dei venti che sprigiona creature invisibili, aromatiche, sibilanti, un flusso di sostanze palpabili nella concretezza dei sostantivi, ma inafferrabile per la sacralità del senso, mai ridotto a solo significato. In questo aleggiare di contenuti forti, disancorati dalle zavorre della decifrazione, si colloca il "nero" come contrapposizione, dissonanza. Questa sospensione, che appartiene alle divinità greche, anche allo stesso hipnos, fratello della morte, è legata al termine “ali” abusate in letteratura: le ali del pensiero, poesia alata.. in Stefanoni invece le ali richiamano a una discesa vorticosa della terra, vista come luogo del certo. "Profuma lo zoccolo di fiori calpestati". In queste parole poetiche sono racchiusi tutti i sentori che accompagnano l’ultimo viaggio, il rito alchemico della morte che si inghirlanda di colore e si astrae, involandosi, anch’essa come nuvola dietro il monte. E’ il bello, la bellezza che si misura e pervade ogni sommovimento, mai nostalgia, mai speranza, ma ricerca ardita, indomita: “Radice che a dir sana intende altro: indovinar di specchi..”

Ed ogni morte, cessazione, lutto, abbandono è occasione di rinnovamento, di volo. In “Uccelli sulla città”, le parole si inanellano in ghirlande, coroncine, tracce.. arcaici amuleti, esorcismi che conducono a una lentezza vibrante, a una consapevole, dinamica brezza. E la Roma degli Auguri si distende ai piedi di stormi in volo, all’ombra del controsole, una Roma finalmente quieta, dimentica di quella storia che pesa come una coltre oscura e perde peso, s’innalza, come direbbe Pascoli, prende vento e ruota, ruota come la luna, mostra la falce e la spada, la spalla e il fianco, la culla e la barca. E se da un lato tutto il libro è pervaso da una sottilissima felicità, da una vereconda ostentazione del mistero interno, incorporeo, dall’altra la tristezza mostra il suo volto puro, in disperata vaghezza, come il fiume che ruba il tempo e il ritorno dell’Essere. “La virtù germinante della luce”, a mio avviso uno dei versi più completi e complessi, tale da essere considerato un poemetto in sé, pur senza verbo, in realtà racchiuso in quella germinante azione, è forse il coagulo interno, il primo granello di sabbia che darà vita alla perla, nel lavorio costante del concetto in vista di una sofferta preziosità. Ed è come se il poeta, ormai prigioniero del volo in altro linguaggio sospeso, avvertisse come un diritto perduto, l’adesione a quel suolo che non coltiva menzogne ma esige il controllo delle radici, il loro scendere in profondità, fino a raggiungere una stabile certezza. La risposta viene indirettamente dalla pag. 58 in cui si addensano tutti i segmenti del poligono libro, un ottagono sacrale in cui il numero 8, l’infinito, si percorre e rincorre in universi conseguenti. Essere forza, nulla, vaghi, luce.. termini già comparsi in altri contesti che il poeta sente profondamente a cui ritorna sorvolando, inabissandosi, riemergendo nella casualità del quotidiano, quel freddo che segue alla gioia e che si va ad innestare nel brivido della precognizione. Due parole si avvicendano rituali come una cadenza: Lutto e Bellezza e, mentre la prima offusca la seconda, quest’ultima s’immerge nel bianco che è il vuoto dell’assenza e si spoglia del macabro per rivestirsi di “occhi giusti”.

Ed è con questi occhi che Stefanoni si muove incontro a coloro che nel dono della pittura hanno lasciato “salvamento”, per il continuo naufragar del corpo e della mente. Barbagli di un sole segreto che illuminano la tempesta, fiori di riconoscenza e di complice umanità. Queste conversazioni, al di là delle celebrazioni, degli omaggi a… restituiscono agli artisti nominati il loro gioco d’anima, la scintilla emblematica, il sopito ricordo risvegliato dal canto. "Risolto l'enigma", potremmo dire: è Amore che ritorna in visione assoluta, pacificazione e consenso, amore per la vita. "Tempio dei tempi”

Recensione
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