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Da quando Modugno cantò Volare

Il lungo e controverso rapporto tra poesia e musica esaminato, soprattutto, in relazione all’evoluzione degli ultimi decenni, connotati dagli apporti degli chansonniers francesi, dei folk-singers italiani e della canzone ‘autore in Italia.

1. Un rapporto complesso

Soffermarsi sul rapporto fra musica e poesia nella musica leggera dei nostri tempi, e della canzone d’autore in particolare, richiede alcuni cenni sulle relazioni tra versificazione poetica e vocalità e tra musica e linguaggio, dall’altro. Il rapporto in questione è da considerarsi come il punto d’intersezione o d’equilibrio – continuamente mutevole – fra questi sistemi.

Un riferimento, di grande suggestione, può essere rivolto alla cultura greca: presso gli antichi greci, il verso poetico era insieme una realtà linguistica e musicale. Una sola parola, mousikè, indicava il complesso delle arti presiedute dalle Muse, la poesia, la letteratura, la musica in senso stretto, il teatro, il canto, la danza (Platone, Repubblica, libro II). L’unione della musica ad un testo era connaturata con i caratteri del greco classico, con ritmi e modulazioni tonali determinati dal contenuto fonico delle sillabe, brevi o lunghe. Oltre al canto l’amplificazione musicale era affidata a strumenti d’accompagnamento, come la lira, la cetra, il flauto. Gare di composizione poetica e di canto accompagnato da strumenti musicali, si tenevano nei giochi di Delfi.

L’amata cetra
Cenai con un piccolo pezzo di focaccia
ma bevvi avidamente un’anfora di vino;
ora l’amata cetra tocco con dolcezza
e canto amore alla mia tenera fanciulla.

Anacreonte
(“Lirici greci tradotti da S. Quasimodo”, A. Mondadori Ed. 1963)

I trovatori – un altro possibile riferimento – nelle raffinate corti della Provenza proponevano testi di cui erano autori delle parole e della musica. L’accompagnamento era di solito affidato a giullari, con viella, ghironda e arpa. La musica aderiva al testo e poneva in risalto gli artifici della versificazione, le simmetrie. In lingua latina, nella stessa epoca, abbiamo negli ambienti universitari dei clerici vagantes, i cantici goliardici fra i quali si pone la celebre raccolta dei Carmina Burana.

Il percorso da seguire per approfondire l’argomento sarebbe quanto mai esteso, dall’emancipazione della musica dal verso fra stilnovo e rinascimento, alla vocalità scenica ed espressiva dei secc. XVII-XVIII, al nuovo valore assunto nell’Ottocento dalla musica strumentale, in cui si parla di musica “pura” o “assoluta”, in quanto non legata ad un testo.

La cultura letteraria dei nostri tempi è di solito portata a considerare la parte vocale di un componimento poetico-musicale come un accessorio poco rilevante ai fini dell’identità estetica. Nei casi poi in cui la responsabilità estetica viene posta sul versante musicale, il testo poetico tende ad essere guardato come un “pretesto” di natura meramente funzionale. Con l’affermarsi delle tendenze sperimentali, il rapporto fra poesia e musica si sposta su un piano più intellettualistico. L’interdisciplinarietà di molti momenti artistici ha favorito contatti, per esempio, fra C. Debussy e M. Ravel e i simbolisti (P. Verlaine , G. Mallarmè), fra E. Satie, le avanguardie letterarie, G. A. Apollinaire, M. Jacob, J.Cocteau: fra A. Scomberg , A. Berg, A. Webern e la lirica espressionistica. Trak); e ancora fra B. Brecht e K. Weil, P. Hindeminth e R. M. Rilke. Nel secondo dopoguerra lo scandaglio delle strutture del linguaggio, operato sia dalla poesia sperimentale sia dalla musica, ha determinato scambi e trasposizioni di tecniche da un campo all’altro: si vedano per esempio l’influenza del Livre di Mallarmè sull’avanguardia degli anni Cinquanta; i procedimenti di “montaggio”, di “collage” condivisi dalla musica e dalla letteratura negli anni Sessanta; la collaborazione fra E. Sanguineti e L. Berio (rifer. da Enc. Universale, Letteratura, Garzanti 2005).

2. La canzone d’autore

Il rapporto parola-musica è il tratto distintivo della musica leggera del XX secolo. Sullo sfondo di una produzione di massa appiattita sulla ripetizione di stereotipi, si distinguono alcuni filoni della canzone d’autore, per qualità letterarie, invenzione verbale e capacità di rigenerare il rapporto fra poesia e musica. Si pensi al filone degli chansonniers francesi nel secondo dopoguerra (L. Ferrè, G. Brassens, J. Brel; fra gli autori dei testi: Sarte, Prèvert), all’affermazione dei folk singers americani negli anni Sessanta e Settanta (Bob Dylan, L. Cohen).

Sono passati per il nostro Paese cinquanta anni da quando la musica leggera prese il volo dal palcoscenico di San Remo con la canzone Volare di Domenico Modugno (1958), destinata a rivoluzionare il mondo della canzone. Su questo mondo s’innesta la canzone d’autore con una storia ormai di lungo respiro: appare oggi come un grande albero ricco di rami, che continua a germogliare. Profili nuovi caratterizzano la sua crescita, per quanto riguarda il linguaggio, la musica, il modo di presentare il prodotto-disco, d’incontrare il pubblico con l’evento-concerto, di impiegare strumenti multimediali.

Partendo dalla fase iniziale, la canzone d’autore s’impone negli anni Sessanta, in contrapposizione agli stereotipi correnti della musica leggera come esigenza di un rinnovamento del rapporto poetico fra testo e musica. La produzione dei cantautori esprime un impegno che si manifesta tanto nella vena intimistico-esistenziale della cosiddetta “scuola genovese” (G. Paoli, L. Tenco) quanto nel clima eclettico del cabaret milanese, dal quale emergeranno E: Jannacci e G. Gaber. Negli anni Settanta acquistano rilievo figure come quelle di F. De Andrè, F. Guccini, F. De Gregori, R. Vecchioni: nei loro percorsi artistici, i caratteri di una ricerca ancorata alla tradizione colta ma anche a radici popolari, esprimono di volta in volta una vena autobiografica e narrattiva, ironica e polemica. Nel panorama degli anni Settanta-Ottanta spiccano L. Battisti e L. Dalla; nella produzione poi di P. Conte, il rapporto fra testo e musica raggiunge livelli di forte compenetrazione, colorandosi di un’inedita molteplicità di registri e suggestioni (jazz e ritmica tradizionale, esotismo).

Oggi si studia da più parti il fenomeno complesso della musica d’autore, sono dedicati corsi specifici nelle università, con approcci disciplinari diversi che indagano i molteplici tratti della sua fisionomia. Di quest’impegno ne dà conto un’ampia pubblicistica, la formazione d’alcune collane editoriali, con la presenza di libri curati dagli stessi cantautori, saggi di noti studiosi fino ad arrivare a voci specifiche illustrate dalle enciclopedie. R. Vecchioni, ad esempio, ha preparato per l’enciclopedia Treccani (Supplementi anno 2000) la voce Musica e parole – Storia della canzone. Il dato che emerge è che la canzone d’autore si collega alla storia politica e sociale, culturale del costume italiano in cui va inserita sia perché al di fuori di questo quadro non può essere compresa, sia perché in lei c’è molta parte della vicenda storica della nostra epoca. Con la canzone d’autore è nato un nuovo genere, autonomo, che pur avendo in parte l’aspetto della poesia classicamente intesa e della canzone melodica popolare, non si definisce dalla giustapposizione delle due parti. Si possono anche leggere i versi di una canzone ma non possono essere separati dalla musica e dalla voce, proprio perché nella sua sostanza sono da individuare tre significanti, teatro, parola, musica (R. Vecchioni).

3. Accordi eretici

In una celebre lettera introduttiva ad un libro dedicato a Fabrizio De Andrè (“Accordi eretici”, Euresis Edizioni, 1997), Mario Luzi, uno dei più famosi poeti della nostra epoca, esprimeva con rammarico la sua scoperta tardiva dell’opera del cantautore:

Caro De André,
sono invecchiato nella quasi totale ignoranza del suo talento e me ne scuso. Sono dovuto andare alla ricerca di cassette e registrazioni per ricostruire una storia, la sua, che non avevo partecipato e di cui non avevo che vaghissima conoscenza. (…) Lei conscio della natura simbolica dell'arte demanda il senso dei suoi canti che è anche, un senso generale della vita e della società, disingannato eppure pronto a incantarsi a motivi verbali e musicali che hanno una preistoria popolare molto intensa e significativa.

La virtù che subito le riconosco è di ritrovarli nella loro freschezza e anzi di rinnovarli fino a suggerire l'emozione di una originaria verdezza. In lingua o in dialetto queste risorse emotive dell'espressione sono molto generose con lei: e lei è tanto pulito e sobrio da captarle con naturalezza e a farne uso con piena credibilità. Questa è, appunto, l'altra sua virtù che mi sorprende: l'uso libero, saputo e ingenuo – sulla scorta di antiche filastrocche e ballate – delle battute verbali, delle frasi, dei luoghi linguistici: senza sintassi o paratassi, ovviamente, che acquistano però senso dalla semplice accumulazione e variazione. C'è, noto, molta eleganza in questo gioco, ma chi è che veramente lo comanda? Senza il concorso del ritmo avrebbe un minimo effetto questa bella sequela di parole? (…) Lei è davvero uno chansonnier, vale a dire un artista della chanson. La sua poesia, poiché la sua poesia c'è, si manifesta nei modi del canto e non in altro; la sua musica, poiché la sua musica c'è, si accende e si espande nei ritmi della sua canzone e non altrimenti.

Sono quasi sicuro che queste note le appariranno questioni di lana caprina e le dò ragione: se non che in questo scorcio di tempo lo splendere di una plèiade di cantautori e la fortuna dei loro concerti domina la scena italiana e quella delle rock star quella internazionale, e proprio questi sono i quesiti che si pongono e vengono posti a uno scrittore, tanto più che l'udienza che esalta i riti e le cerimonie musicali contrasta con la relativa indifferenza nei riguardi della letteratura e della musica classica. (…)

Il distacco del mondo della letteratura si va in parte riducendo. Fra i possibili segni, il fatto che nelle antologie della poesia dedicate agli ultimi decenni, sono riportate le opere d’alcuni cantautori: se prendiamo, ad esempio, l’antologia curata da Alberto Bertoni (“Trent’anni di Novecento. Libri italiani di poesia e dintorni, 1971-2005”, Book Editore, 2005) uno spazio è riservato alla canzone d’autore. “E’ sembrato quasi dovere istituzionale per un’antologia che prende le mosse dagli anni ’70 di registrare la diffusione e anche la qualità testuale – in Italia – della canzone d’autore: un fenomeno autenticamente di massa.”. Undici degli autori segnalati in questa opera (262) sono cantautori, l’elenco si apre con Paolo Conte e si chiude con Vasco Rossi.

4. I cantautori e la “casta” dei poeti

Lasciando il versante della letteratura, può sorprendere l’atteggiamento che anima i cantautori, quando parlano, per usare un termine oggi diffuso, della “casta” dei poeti. Gli accenti sono ironici, fino ad arrivare ad una vera e propria derisione. Roberto Vecchioni appare, per quest’aspetto, un maestro. Si veda la canzone “I poeti” (dall’album “Ipertensione”, 1975):

I poeti son vecchi signori
che mangian le stelle
distesi sui prati
delle loro ville,
e s'inventano zingare e more
per farsi credibili agli occhi del mondo
col loro dolore.

I poeti si fanno le pippe
coi loro ricordi:
la casa, la mamma, le cose che perdi;
e poi strisciano sui congiuntivi:
se fossi, se avessi, se avessi e se fossi,
se fossimo vivi.

I poeti hanno visto la guerra
con gli occhi degli altri …
… e si tingono di rosso vivo
ciascuno pensando "Il giorno del nobel
farò l'antidivo".

In questi versi sembra di scorgere l’orgoglio dell’artista per avere conquistato, come individuo e come categoria, il centro della scena, dell’attenzione generale, rispetto alla marginalità che vive la poesia della seconda metà del Novecento, dispersa in un’infinità di rivoli, a volte poveri di vita e d’immaginazione, ma in ogni modo attaccata, nell’atteggiamento d’alcuni personaggi, alla celebrazione di riti ormai stantii, non più accettati da una generazione lontana dal riconoscimento di vecchie gerarchie sociali. Pierangelo Bertoli non è da meno nella vivace caricatura alla quale dà vita con la canzone, omonima, “I poeti” (P. Bertoli-G. Brandolini, dall’album “Certi momenti”, 1981):

I poeti son poeti perché scrivono poesie
fanno a gara nei concorsi dove vincono bugie
quei concorsi col salame, con la medaglietta d'oro
hanno il vizio di spiegarti che i poeti sono loro.

Il poeta è un uomo stanco che si sveglia a mezzogiorno
che si affaccia dal balcone e si guarda appena intorno
insicuro e sempre incerto si trascina alla sua tana
caffelatte con le uova che la mamma gli prepara.

Francesco De Gregori dà l’impressione in vari momenti della sua produzione, di avere un conto in sospeso con i poeti ( “Poeti per l’estate” dall’album “Scacchi e tarocchi”, 1985):

Vanno a due a due i poeti verso chissà che luna
amano molte cose, forse nessuna.
Alcuni sono ipocriti e gelosi come gatti,
scrivono versi apocrifi, faticosi e sciatti.
Sognano di vittorie e premi letterari
pugnalano alle spalle gli amici più cari.
Quando ne vedono uno ubriaco in un fosso,
per salvargli la vita, gli tirano addosso. …
… Però l'avvenimento, il più sensazionale
e quando in televisione te li vedi arrivare,
profetici e poetici, sportivi ed eleganti
pubblicare loro stessi come fanno i cantanti.
Vanno a due a due i poeti, traversano le nostre stagioni
e passano poeti brutti e poeti buoni.
Ma quando fra tanti poeti ne trovi uno vero,
è come partire lontano, come viaggiare davvero.

5. La poesia: nutrimento naturale per la canzone

Di là da un atteggiamento di diffidenza verso la categoria, per molti cantautori è importante la ricerca dei poeti “veri”, l’incontro con la loro opera è “come partire lontano, come viaggiare davvero”. Roberto Vecchioni dichiara con decisione che la ricerca di quest’incontro è costante, con Catullo e Pessoa, con Rimbaud e Verlaine, con tutti i protagonisti del mondo della poesia. Un riferimento significativo può essere colto nel “pensiero” che introduce la raccolta di poesie di Alda Merini “Folle, folle, folle di amore per te” (Salani Editore, 2002):

“Alda è per molti versi consimile nell’approccio che altre grandi scrittrici hanno con l’amore: la Dickinson, la Achmatova, Saffo e soprattutto, direi, la Yourcenar. Ma in nessuna di queste, esclusa forse Saffo, c’è tanta potenza monotematica, maniacale, capillare. E come se Alda raccontasse l’amore a persona viva e ne seguisse dal risveglio al sonno tutti gli atti, secondari, usuali, profani, fino alla trappola che gli costruisce intorno e in cui prima o poi dovrà ben cadere. È una cacciatrice insonne, incapace d’altro, incapace di disgiungere qualsiasi gesto, vezzo, ammiccamento, gorgoglio, parola da questa tentazione suprema, da questo gioco sacro."

Francesco De Gregori nutre, si è visto, una forte antipatia per la categoria dei poeti, condanna ogni ipocrisia, alla ricerca di un’autenticità della vita alla quale la sua generazione si è pienamente votata: a questa ricerca, come cantautore di successo, insieme agli altri suoi amici, egli può dare una voce forte, modulata sul suono della musica e della poesia, nei grandi incontri di massa che hanno la forma canonica del concerto. E’ la rivoluzione della nuova affabulazione che si avvale in modo sapiente, del verso poetico, della musica, dell’agire sulla scena in maniera teatrale. La voce dei poeti che vivono questa contemporaneità, rimane flebile, come muta, confinata nelle pagine scritte, o quando riesce a farsi sentire, appare come strana, legata spesso a riti del passato, ad un linguaggio stranamente elaborato, un incomprensibile “poetese” che parla ad una cerchia ristretta d’adepti, lontano dagli sconvolgimenti della vita. Dietro quest’antipatia, vi è però la ricerca della poesia “vera” e quando De Gregori la incontra, trova un nutrimento prezioso per la sua opera. Si possono prendere molti brani dell’autore, per questa verifica. Uno di questi, ad esempio, è il testo della canzone Rimmel (dall’album “Rimmel”, 1975):

E qualcosa rimane, fra le pagine chiare,
fra le pagine scure,
e cancello il tuo nome dalla mia facciata
e confondo i miei alibi e le tue ragioni,
i miei alibi e le tue ragioni.
Chi mi ha fatto le carte mi ha chiamato vincente
ma lo zingaro è un trucco.
Ma un futuro invadente, fossi stato un pò più giovane,
l'avrei distrutto con la fantasia,
l'avrei stracciato con la fantasia.
Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla
a quella di chissà chi altro….
I tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo,
li puoi nascondere o giocare come vuoi
o farli rimanere buoni amici come noi.
Santa voglia di vivere e dolce Venere di Rimmel.
Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi
se per caso avevi ancora quella foto
in cui tu sorridevi e non guardavi.
Ed il vento passava sul tuo collo di pelliccia
e sulla tua persona e quando io,
senza capire, ho detto sì. …

Francesco De Gregori parla d’amore, ma lo fa in maniera del tutto indiretta “sovrapponendo frammenti di vita vissuta, storie minimali, situazioni, ricordi, pensieri emozioni, in definitiva ragionando d’altro. Così faceva Pavese in “Lavorare stanca”, così Montale: insomma su questo modo di esprimere emozioni si è confrontato e continua a confrontarsi con la cultura letteraria del Novecento.”. (B. Bovo “De Gregori e la poesia”, in G. Lo Cascio “De Gregori”, Muzzio Editore, Padova 1990). La ricerca di De Gregori – e d’altri cantautori – si muove sul terreno della poesia moderna che nasce con autori come Rimbaud, Apollinaire, che ha come caratteristica dominante, l’uso di una fantasia illimitata, libera. “Il primo degli elementi che la fantasia intacca è lo spazio, fino a dissolverlo, a fargli perdere la sua coerenza” (B. Bovo) Si pensi ad un passaggio della canzone “Buonanotte fiorellino”: “Buonanotte amore mio /buonanotte tra il telefono e il cielo”. Così avviene per la dimensione del tempo fino a diventare “una quarta dimensione dello spazio”. Situazioni, momenti separati nel tempo, “vengono concentrati in un solo istante e in unico spazio figurativo.” E’ frequente poi nei testi l’uso della metafora che “è il mezzo stilistico più generoso offerto alla fantasia illimitata della poesia moderna. La metafora non ha più un ruolo dimostrativo, ma tende sempre più ad inventare, a creare, giocando con il linguaggio, fino a costruire un mondo in antitesi con il mondo conosciuto”. Dice Apollinaire “la lingua è un pesce rosso nel vaso della tua voce".

7. Le parole non le portano le cicogne

Di questa lingua che si sposa con la musica, con la voce che fa da collante, ne parla con sapienza oggi Roberto Vecchioni: lo fa nei suoi romanzi, l’ultimo “Le parole non le portano le cicogne” (Einaudi 2005), lo fa come educatore e studioso, nel suo impegno per la scuola e nei corsi universitari, dedicati, in particolare, alle “forme di poesia in musica” (Università di Torino, 2002). Si è affermato che Vecchioni, è “il più letterato dei cantautori italiani e usa la storia, la geografia, la letteratura per avere come dei “fondali”, per dipingere un personaggio che in definitiva è lui stesso” (P. Jachia), la persona che continua a ricercare le “Luci di San Siro” (1971), un orizzonte di verità, d’autenticità:

Hanno ragione, hanno ragione
mi han detto: "È vecchio tutto quello che lei fa,
parli di donne da buon costume,
di questo han voglia se non l'ha capito già"
E che gli dico:"Guardi, non posso, io quando ho amato
ho amato dentro gli occhi suoi,
magari anche fra le sue braccia
ma ho sempre pianto per la sua felicità"?

Luci a San Siro di quella sera
che c'è di strano, siamo stati tutti là:
ricordi il gioco dentro la nebbia? …

Scrivi, Vecchioni, scrivi canzoni
che più ne scrivi più sei bravo e fai danè …

Milano mia portami via, fa tanto freddo,
ho schifo e non ne posso più,
facciamo un cambio, prenditi pure
quel po' di soldi, quel po' di celebrità
ma dammi indietro la mia Seicento,
i miei vent'anni e una ragazza che tu sai.
Milano, scusa, stavo scherzando,
luci a San Siro non ne accenderanno più.

In un’intervista (P. Jachia, “Roberto Vecchioni”, Frilli ed.) ha affermato che “la parola non è solo comunicazione ma bellezza intima. Si è perso molto la magia della parola. Non si deve dimenticare che le parole sono in drammatica trasformazione e sono lo specchio del nostro eterno dibatterci in cerca della luce”. Un elemento che ci sembra importante è che la canzone d’autore, nei suoi molti connotati, nel rapporto che si stabilisce fra poesia e musica, in un equilibrio continuamente mutevole, contribuisce agli occhi delle diverse generazioni che ha incontrato, in maniera ampia, diffusa, alla scoperta di questa magia. Nel dialogo che si stabilisce con il pubblico, passano anche messaggi che riguardano questioni fondamentali per la convivenza degli uomini, per affermare le ragioni della solidarietà e della speranza.

8. Un linguaggio universale

Le parole di Paola Turci nell’intervista riportata in questo numero di Testimonianze, rendono con immediatezza il rapporto che si stabilisce fra il cantautore e il suo pubblico: “Le persone che seguono i miei concerti, attraverso la musica cercano un contatto, un riscontro intellettuale che permetta loro di comprendere più a fondo i sentimenti che le canzoni che scrivono provocano”. Si aggiunge così alla riflessione che stiamo svolgendo, il tema della responsabilità del cantante, che ha la possibilità di utilizzare il “potente “ mezzo della musica per raggiungere scopi “alti”, di là da una limitata logica di mercato: “La musica ha la grandiosa capacità di arrivare a toccare e far suonare le corde preziose del nostro cuore, che spesso arriva anche alla nostra coscienza. Sentimento e responsabilità di chi scrive, sentimento e responsabilità di chi si mette in ascolto.” E’ questa caratteristica una delle vene principali che attraversano la storia della canzone d’autore, per molti aspetti è l’espressione della diffusione, del successo nei confronti delle generazioni che si sono succedute negli ultimi cinquanta anni.

La canzone “Rwanda” (dall’album “Tra i fuochi in mezzo al cielo”), con la quale Paola Turci ha vinto il Premio Amnesty Italia 2006, è una delle ultime conferme in questa direzione, dà voce alle donne africane nel denunciare il “genocidio dei cento giorni”, che portò allo sterminio di quasi un milione di persone:

Volevo vivere la mia esistenza
Lavorando e amando
Come ho sempre saputo fare
Come ho sempre saputo fare
Ma la guerra ha scelto per noi
Con le sue leggi senza senso
E il paradiso e’ diventato inferno
Sentirsi diversi e mostrarsi uguali
Ma come si vive se non puoi respirare
Ma dimmi come si vive senza ossigeno
Ci hanno chiamati per definizione
Un avanzo dell’ umanità
E cosa ancora peggiore
Ci hanno lasciati soli in balìa del vento
E il fiume ora spinge i suoi morti verso ovest
Verso ovest
E il fiume spinge i suoi morti verso ovest
Ma come puoi vivere se non puoi respirare
Ma dimmi come si vive
Senza ossigeno
Quando il silenzio esploderà
Questa terra sarà già deserto
Quando la fine arriverà
La storia non salderà il conto
Sembra così vicina adesso
Questa luna fredda, ghiacciata
Di fronte alla follia dell’uomo
Che non conosce tregua nè compassione
Ma che cos’è’ la paura in fondo
Quando il vero nermico
Il vero nemico
E’ il sonno della ragione …….

Questo linguaggio che unisce al pathos della voce, i toni della poesia e della musica, si presenta, per più aspetti come un linguaggio “universale”, capace di superare le barriere che dividono la società in una molteplicità di parti, fra loro distanti. Può avere una forza intrinseca per favorire l’incontro fra mondi diversi come quello della “normalità” e dell’emarginazione, e stimolare la capacità di costruire ponti di comprensione e di solidarietà. A questo riguardo è stata per me un’esperienza preziosa il recente incontro con le detenute del carcere Don Bosco di Pisa, che ha visto al centro la voce, la chitarra e le canzoni di Paola Turci. Questi versi, composti dopo l’esperienza, rendono, forse, in parte, il filo delle emozioni vissuto fra le pareti del refettorio del carcere:

Visita al carcere

Segna il nostro passaggio
il rumore dei chiavistelli
delle grandi porte di ferro.

La luce è quella degli sguardi
che si incrociano, interrogano,
prendono le misure dell’altro.

Il calore è nella voce di Paola,
al centro del refettorio canta
accompagnata dalla chitarra.

Nelle canzoni che si sciolgono
nel coro delle voci in cerchio,
il ricordo di amori lontani.

La bellezza nel volto delle ragazze
piovute da mondi diversi
che battono, lievi, le mani.

La speranza nel gesto della donna
che chiede a Paola di provare
gli accordi dell’ultima canzone.

La visita ha il colore della musica.

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