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Dino Campana, “un viaggio chiamato pazzia”

La vicenda emblematica di Dino Campana,
genio incompreso affetto da presunta pazzia

In una calda giornata dell’agosto 1916 fra il Mugello e Firenzuola ha inizio un “viaggio” particolare che comincia coll’incontro fra il poeta Dino Campana e la scrittrice Sibilla Aleramo, in un paese della montagna, il Barco, formato da un pugno di case lungo la strada che dopo Scarperia, scende dal passo del Giogo.[1]

Fra i due, dopo che Sibilla ha letto i Canti Orfici e ne è rimasta affascinata, vi è stato un primo scambio di lettere ed è stato deciso l’incontro. Dopo i giorni felici di Casetta di Tiara, un paese sospeso fra i monti dell’Appennino sopra il mare verde dei boschi, seguono i giorni del dolore e della sofferenza, del lungo periodo dell’abbandono.

“Come sapete ho la testa vuota” scrive Dino a Sibilla lontana, mentre fuori della casa soffia un cattivo vento, “il vento iemale che empie questa valle d’Inferno”, infossata fra il buio dei boschi.

Il viaggio volge verso il suo compimento, come ricorda Dino con questi versi [2]

…Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e con le nostre lagrime facevamo le rose…

Di questo “viaggio chiamato amore” si sono occupati, com’è noto, il cinema, la letteratura, il teatro. Parliamo in queste pagine di un altro viaggio: quello che porta il poeta dal paese natale, Marradi, alla morte nel manicomio di Castel Pulci attraverso le dolorose tappe che scandiscono la sua follia.

Il villaggio del poeta

Marradi è il villaggio di Dino Campana, la terra delle sue radici, al quale tutti oggi ritornano per cercare di scoprire i segni della sua vicenda straordinaria.

Il poeta traccia nei Canti Orfici alcuni tratti di questo paese disteso, lungo la valle del Lamone che dall’Appennino si distende verso la Romagna [3]

“Il mattino arride sulle cime dei monti. In alto sulle cuspidi di un triangolo desolato si illumina il castello, più alto e lontano. Venere passa in barroccio accoccolata per la strada conventuale. Il fiume si snoda per la valle: rotto e ruggente a tratti canta e riposa in larghi specchi d’azzurro: e più veloce trascorre le mura nere (una cupola rossa ride lontana con il suo leone) e i campanili si affollano e nel nereggiare inquieto dei tetti al sole una lunga veranda che ha messo un commento variopinto di archi !”.

In questa prosa poetica, piena di immagini, colori, accenti musicali lo spirito dell’uomo sembra essere in piena sintonia con quello del luogo. Marradi è un paese antico con uno storico castello ma è anche un paese che vede, alla fine dell’Ottocento, i primi sviluppi dell’industria. La “lunga veranda” che si alza dal fiume, è la filanda da poco aperta nella quale lavorano molte operaie. Da poco è stata inaugurata la ferrovia fra Firenze e Faenza.

Al censimento del 1911 Marradi conta una popolazione di novemila abitanti, superiore di quasi tre volte a quella attuale, distribuita fra le varie frazioni circondate di case sparse, nelle quali abitava la grande maggioranza dei residenti, in prevalenza mezzadri duramente impegnati a strappare ad una terra avara quel poco che poteva dare.[4]

Gli operai, oltre ai dipendenti di poche unità industriali e artigianali, erano sterratori impegnati per lo più nei lavori a grandi opere nella zona e nei paesi di emigrazione, braccianti agricoli, boscaioli, carbonai.

Anche il paesaggio era diverso da quello attuale: interi fianchi di colline oggi verdi di macchia selvatica, erano allora spogli perché il terreno era coltivato senza lasciare un palmo di terra incolto. La ferrovia, ultimata sulla fine del secolo, costituiva allora un collegamento fondamentale ed al suo seguito si erano sviluppate nuove attività economiche: una fornace di laterizi e la “Filanda”, presso la quale fu creato nel 1908 l’Asilo infantile. Il paese si era dotato di una banca locale, la “Banca di deposito e sconto” e nel 1898 era stata costruita, fra i primi casi in Italia, una centrale elettrica. La scuola era presente con strutture permanenti nel capoluogo e nelle sei principali frazioni.

Le differenze sociali erano notevoli: la parte agiata della popolazione, i “signori”, vivevano di rendita, avevano uno dei punti di incontro presso l’Accademia degli Animosi, costituita nel lontano 1792, conducevano una vita separata dalla grande massa dei contadini e dal più esiguo numero di operai. Al Circolo Unione s’incontravano gli operai.

Il paese aveva la sua classe emergente formata dalle persone che svolgevano le professioni più qualificate: i medici, il farmacista, i maestri, il segretario comunale, l’arciprete, gli artigiani e i commercianti. Questi gruppi di persone erano certamente in relazione con la realtà fiorentina, leggevano i giornali e, alcuni, le riviste dell’epoca, erano informati di quello che accadeva nel mondo, discutevano dei temi vivi della società italiana, come l’acceso dibattito sull’intervento dell’Italia nella Grande Guerra.[5] Anche Dino Campana apparteneva a questa “Marradi emergente” e partecipava alla vita comune con i figli delle migliori famiglie. Faceva parte di una famiglia prestigiosa che contava un magistrato del tribunale di Firenze e due fra i più noti maestri di Marradi, il padre Giovanni e lo zio Torquato.

La famiglia

Dino Campana nasce il 20 agosto del 1885: la madre, Francesca Luti, detta Fanny, è di origine fiorentina, il padre proviene dalla Sicilia. I primi anni sono come quelli di tutti i bambini. Frequenta le scuole elementari a Marradi: nel manifesto affisso a Marradi al termine dell’anno scolastico 1894-1895, è indicato fra gli alunni che hanno ottenuto il primo premio per il profitto.[6] Dino dice sempre di aver avuto un’infanzia felice. Sua madre, donna più che energica, lo ricorda come un bimbo bello e buono che a due anni recitava l’Ave Maria in francese. In un momento nel quale non ha da tempo notizie del figliolo ormai più che trentenne, scrive una struggente lettera alla scrittrice Sibilla Aleramo, da tempo legata da una relazione con il poeta, per cercare sue notizie:

“…E’ un benedetto figliolo che bene non può stare, ai nostri occhi, fa il possibile per stare male e fare stare male i suoi.

L’infanzia e l’adolescenza di quel figliolo è stata meravigliosa: Pacifico bello grasso ricciuto, intelligente di due anni diceva l’Ave Maria in francese, ero da tutti invidiata. Di un’ubbidienza e bontà eccezionale, i suoi professori di ginnasio e liceo lo dicevano di un ingegno non comune, a noi genitori dicevano, sarà la loro consolazione. –Ora sono stata costretta a dire: per compatirti grande, bisogna mi richiami alla mente i suoi primi anni, e non basta. Lo crede che spero in un'altra trasformazione. ….”[7]

Il padre Giovanni dice di Dino che era chiuso di carattere, obbediente e alquanto disordinato, ma intelligente e senza problemi scolastici. Dopo le scuole elementari viene iscritto al collegio dei Salesiani di Faenza [8], dove studia al ginnasio. Nel 1900 è iscritto alla prima classe del liceo classico di Faenza , e fa il pendolare tra casa e scuola. Quell’anno si manifestano i primi segni di disturbi nei comportamenti del ragazzo. Ha frequenti scoppi d’ira ed è molto violento, specie con la madre; si chiude in ostinati silenzi, astraendosi dalla realtà. A scuola lo prendono in giro per le sue stramberie e inevitabilmente alla fine dell’anno viene bocciato. La carriera scolastica di Dino procede ugualmente, alla meno peggio, e arriva alla licenza liceale nel 1903. Con una scelta strana, quanto mai distante dai suoi interessi, si iscrive poi alla facoltà di Chimica all’Università di Bologna.

Osserviamo da vicino la famiglia del poeta con l’aiuto della ricerca sull’argomento di uno scrittore, Sebastiano Vassalli. “La vita di Campana è una vita breve e per molti versi atroce, segnata fin dall’inizio dalla disgrazia della nascita in una famiglia normalissima, quasi una famiglia modello se vista dall’esterno, in realtà piena di veleni e di ombre.” [9] Il ragazzo è in pratica rifiutato dalla madre dopo la nascita di un secondo figlio, sottovaluta l’effetto prodotto su Dino dal suo autoritarismo e soprattutto dalla sua sfacciata predilezione per il figlio minore, Manlio. D’altra parte questa donna ha contrasti con il marito, dopo qualche anno di convivenza il rapporto si incrina, ma con il perbenismo dell’epoca la separazione è inconcepibile: si convive, allora, e si convive male, e a farne le spese è il primogenito Dino. La madre non lo sopporta, qualunque piccola cosa è pretesto per una scenata.

Il padre non sembra adatto ad alcuna operazione di mediazione per rassicurarlo, né in famiglia né fuori. Come maestro devono essergli sembrate un’onta la goffaggine di Dino. Ne soffre profondamente, e un giorno, di sua iniziativa, va all’ospedale psichiatrico di Imola e parla con il direttore dell’ospedale, il quale gli prescrive delle misteriose polverine che gli restituirono “la serenità e la felicità.”

La malattia psichica di un parente, lo zio paterno Mario, rappresenta poi, in questo quadro, un marchio di vergogna da nascondere e rimuovere, che segna nel paese la famiglia. Il regista toscano Roberto Riviero, nel film realizzato nel 1999 [10], pone attenzione a questa figura e al rapporto con il piccolo Dino, sulla base delle sue ricerche ci presenta dati interessanti per la ricostruzione della storia della famiglia. Sembra di poter cogliere una forte simpatia per lo zio Mario da parte di Dino, che lo faceva divertire molto con il suo atteggiamento da eterno bambino. Dopo l’ultima fuga da casa dello zio, in famiglia decidono di mandarlo in manicomio, lontano dai mille sguardi del paese. E lo sguardo dei familiari, si posa spesso ora, con ansia, sui comportamenti di Dino. In una scena del film, mentre la famiglia si ritrova per la cena, la mano di Dino trema, facendo vibrare le posate sulla tavola e il ragazzo sembra assente; lo stesso gesto era stato fatto in precedenza anche dallo zio, nello stesso contesto. Lo zio morirà in manicomio e la nonna rimprovererà i familiari che hanno deciso di rinchiuderlo.

Assistiamo ai dolorosi passaggi di questa storia e alle liti frequenti dei genitori di Dino: la madre afferma che se fosse stata a conoscenza dei casi di pazzia verificatesi nella famiglia del marito, non avrebbe voluto avere neanche un figlio; ma il fatto più drammatico è che queste parole sono dette davanti al figlio maggiore, Dino.

I contrasti fra i due coniugi si inaspriscono con gli anni, quando Dino ormai adolescente comincia a reagire: volano i piatti, si sente spesso gridare in questa casa di persone benestanti: uno scandalo che agli occhi del paese viene ricondotto alla stravaganza, se non proprio alla pazzia, di questo figlio ribelle.

Lo scemo del villaggio

“Divenni nevrastenico”, riconosce Dino. Tradotto nei fatti, ciò vuol dire che diventò aggressivo e imparò a scappare, a nascondersi, a far sempre più a meno degli altri. Il rapporto con la famiglia e con la madre, in particolare, divenne un groviglio d’odio e d’amore insieme e il bimbo bello, di cui andavano orgogliosi, era diventato “el mat” del villaggio, con il quale divertirsi, fare scherzi atroci, aizzarlo nelle sue ire, farlo bere, motivo continuo di divertimento nelle lunghe serate al caffè del paese.

“A me pare di vederlo – dirà negli anni Cinquanta l’anziano parroco Pietro Poggiolini – segnato a dito come uno squilibrato! Come uno che non avesse compreso niente di quello che è il vivere comune. Andava sul Lamone, sul fiume dove aveva giocato da bambino, e chissà quante idee gli venivano in quel momento ! Di certo desiderava poter parlare con qualcuno, ma a lui non si avvicinava nessuno. I bambini, che ordinariamente sono sull’argine o sul letto del fiume, lo osservavano; lui li chiamava, ma i ragazzi anziché avvicinarsi, fuggivano come lepri. E lui rimaneva a guardarli, poi scuoteva la testa e s’incamminava lungo l’argine calciando i sassi !”

E’ una fase iniziale di un’ostilità che col passare del tempo assumerà il carattere di persecuzione vera e propria. I ragazzi anziché scappare cominceranno a schernirlo, a tirargli pietre, “a infilargli gli zolfanelli tra le dita quando è ubriaco, per poi accenderli:”

Poiché veniva considerato lo scemo del paese, le sue fughe possono sembrare motivate, ma il suo andirivieni si tramutò presto in un esasperato bisogno di vagabondaggio.

Del suo viaggio nel cono d’ombra della pazzia, Campana, a tratti, sembra averne consapevolezza. Si crea un profonda incomprensione fra lui e gli altri, che determina una frattura incolmabile con un certo tipo di società borghese: “tutti” dice “mi hanno sputato addosso dall’età di quattordici anni”; “io sono” ripete “colui che del dolore ha fatto sangue”.

In anni più tardi abbiamo questa testimonianza di Soffici riferita ai motivi per i quali il poeta dedica I Canti Orfici all’imperatore Guglielmo II: [11]

“Ma sì – egli mi disse è stato il dottore, il farmacista, l’ufficiale della posta, tutti quegli idioti di Marradi, che ogni sera al caffè facevano quei discorsi da ignoranti e da scemi. Tedescofobi, francofili, massoni e gesuiti, dicevan tutti e sempre le stesse cose: e il Kaiser assassino, e le mani dei bimbi tagliate, e la sorella latina, e la guerra antimilitarista. Nessuno capiva nulla. Mi fecero andare in bestia; e dopo averli trattati di cretini e vigliacchi, stampai la dedica e il resto per finirli di esasperare.”

La scoperta di altri mondi

Il poeta cerca sollievo alle sofferenze nei minuscoli borghi che circondano Marradi, dove vivono persone “buone”:

“Son capitato in mezzo a bona gente.…..e il vento che batte all’orizzonte annuvolato i monti lontani ed alti, il rombo monotono del vento. Lontano è caduta la neve … La padrona zitta mi rifà il letto aiutata dalla fanticella. Monotona dolcezza della vita patriarcale.”[12]

In questi luoghi prende come respiro, appare lontano il tormento del vivere nel paese. I borghi sono immersi in un paesaggio antico, dai lontani orizzonti, reso ricco di forme e di suggestioni da una natura avvertita come amica, fonte costante di ispirazione per il poeta.

“Campigno: paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del caos. Il tuo abitante porge la notte dell’antico animale umano nei suoi gesti. Nelle tue mosse montagne l’elemento grottesco profila: un gaglioffo, una grossa puttana fuggono sotto le nubi in corsa. E le tue rive bianche come le nubi, triangolari, curve come gonfie vele: paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del Caos.”

Da questi borghi iniziano sentieri che portano lontano, verso Camaldoli o La Verna, a sud, o in direzione di Casetta di Tiara, a nord, per le valli e i monti dell’Appennino dai colori e dai suoni cangianti secondo le ore del giorno e l’alternarsi delle stagioni:

“La Falterona è ancora avvolta di nebbie. Vedo solo canali rocciosi che le venano i fianchi e si perdono nel cielo di nebbie che le onde alterne del sole non riescono a diradare. … Le nebbie sono scomparse: esco. Su una costa una croce apre le braccia ai vastissimi fianchi della Falterona, spoglia di macchie, che scopre la sua costruttura sassosa.”

“Un usignolo canta tra i rami del noce. Il poggio è troppo bello sul cielo troppo azzurro. Il fiume canta bene la sua cantilena. E’ un’ora che guardo lo spazio laggiù e la strada a mezza costa del poggio che vi conduce. Quassù abitano i falchi.”

Questo ambiente rappresenta il suo buon ritiro, con la compagnia costante dei libri che più ama, ai quali dedica la maggior parte del suo tempo; vi è nel suo animo un atteggiamento di profonda moralità che coincide con l’assoluta dedizione alla poesia e alla letteratura.

Si allontana frequentemente anche da questi rifugi per viaggi che lo portano a scoprire prima le regioni dell’Italia del nord, poi i paesi dell’Europa fino alla Russia e infine le terre più lontane: le Americhe e l’Australia. Svolge i lavori più umili, scopre nelle terre visitate i diversi mondi dell’esclusione e della miseria . Nella sua ricerca Genova rappresenta con il suo porto il passaggio verso l’intero mondo e, al contrario di Firenze, è immagine di gioia, di colore, di vita[13]

“…….
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita, gioia intensa e fugace
……”

Le sue conoscenze e la cultura che riesce a sviluppare presentano una dimensione, si potrebbe dire, planetaria; basti ricordare lo stupore di Soffici, che pure aveva consuetudine con molti ambienti europei:[14]

“Io e Papini si sapeva, per esempio, perché ce l’aveva detto, che egli era di Marradi, figliuolo di un maestro elementare e che aveva studiato chimica all’Università di Bologna; ma dalla sua conversazione trapelavano ogni momento conoscenze di paesi, di linguaggi, di usi e costumi alieni e remoti, che nessuno di noi sapeva spiegarsi e che ci disorientavano. Si parlava di letteratura? e Campana citava nomi di poeti tedeschi, francesi, inglesi, spagnoli e brani delle loro opere nella lingua originale.”

La rivincita del poeta

La critica letteraria ha dato al poeta un giusto risalto nel quadro della letteratura del Novecento, superando giudizi sbrigativi – come quello di Umberto Saba, “non è altro che un pazzo” – che tendevano a porlo ai margini del mondo della poesia e a cogliere solo elementi di colore legati ai caratteri esteriori del personaggio. Ci sembra interessante cogliere l’originalità e , per certi versi, la complessità della sua ricerca, la particolare capacità di accedere ad una pluralità di sistemi linguistici. La sua lingua, si sostiene, è immersa nelle letterature: nell’esperienza di letterature assimilate nelle loro lingue originali, lingue di cui Campana poi ridistribuisce gli elementi secondo una sintassi personale, che crea rapporti semantici nuovi e plurimi[15].

Nei suoi viaggi, che sono stati descritti solo come una perpetua mania di vagabondaggio e frequentazione di suburbi, possiamo scoprire le manifestazioni di un costume culturale che era una forma di vita. Ricorda, ad esempio del suo viaggio in Argentina le visite alla biblioteca di Bahia Blanca per cercarvi letteratura (“…Su da le pagine risuscitava un mondo defunto, sorgevano immagini antiche …”). In una lettera del 1916 Sibilla Aleramo raccomanda a Cecchi di inviare a Campana che si trova nello sperduto paese di Casetta di Tiara, presso Firenzuola, “un Eschilo nell’edizione di Oxford ( non può sopportare le traduzioni francesi). E’ il solo libro che desidera avere.”[16]

Oggi si parla in maniera diffusa del “mito Campana”, è un poeta “popolare”, amato da molti giovani. Fra i vivaci graffiti che rallegrano i muri delle nostre città può capitare di leggere alcuni dei suoi versi ( “ Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose…”, si legge nel sottopassaggio di una piazza fiorentina).

E’ facile affermare che Dino ha avuto come la rivincita sul villaggio da cui è partita la sua avventura di uomo e di poeta, su tutte le sofferenze che ha dovuto patire dall’adolescenza in poi.

Il villaggio negli ultimi decenni è stata la meta di più autori, alla ricerca delle tracce lasciate da questa avventura. Sergio Zavoli nel capitolo dedicato a Dino Campana del suo libro I giorni della meraviglia [17], sostiene dopo una visita a Marradi, compiuta oltre trent’anni fa, che il poeta non ha lasciato molti ricordi e i pochi che hanno resistito all’usura del tempo “si appuntano soprattutto a quel lato della sua personalità che la rovinosa malattia aveva reso singolare, grottesco e pauroso insieme, tale comunque da poter colpire l’onesta, semplice fantasia della gente.” Zavoli ricorda nel suo libro il muro di diffidenza che si è trovato ad affrontare e la difficoltà di ricercare una risposta alle domande che gli stavano a cuore. La sua visita a Marradi aveva suscitato, secondo il suo giudizio, “lo stupore di ricevere conferma del pubblico interesse per Dino Campana; la difficoltà di conciliare l’estimazione di oggi con il ricordo del passato discredito; la paura, infine, di non sapere degnamente ricordare il concittadino se non scusandosi d’averlo creduto niente più di un pazzoide. E tanto si scusarono che fecero a gara nel dar prove di quella, adesso, onorevole pazzia.”

Particolare rilievo presenta il “romanzo-verità”[18] che Sebastiano Vassalli dedica al poeta dopo un percorso di ricerca di quattordici anni, terminato nel 1983 con la visita al paese. L’indagine sulla sua storia recente del paese è svolta con passione per impossessarsi, si potrebbe dire, dello spirito del luogo cercando di ritrovare lo “sguardo” di Dino sulle persone e sul paesaggio dell’epoca. Ne emergono giudizi netti, in più casi avvertiti come ingiusti dai cittadini di Marradi, che dettero luogo ad una serie di accese polemiche.

A merito di questo paese però una cosa deve essere ricordata: se I Canti Orfici furono pubblicati nel 1915, lo si deve soprattutto a un gruppo di suoi abitanti. Come è noto, il manoscritto era stato consegnato da Campana a Papini e Soffici ma fu smarrito. Salterà fuori solo nel 1971, nella soffitta di casa Soffici. Per Dino è una tragedia, si ritrova solo a Marradi, a cercare di ricostruire con tenacia ossessiva la sua opera. Per la stampa del libro il tipografo chiede seicentocinquanta lire: fra i membri della Società operaia si apre una sottoscrizione e vengono prenotate, e pagate in anticipo, quaranta copie dai lavoratori del paese. Dino confidava, d’altra parte, molto negli artisti fiorentini ma riesce ad ottenere solo quattro lire sopportando mortificazioni di ogni genere.

Oggi una serie di scelte da parte del Comune sembrano segnare la riconciliazione con la memoria del figlio illustre: riguardano, fra l’altro il Premio Letterario Campana, il Progetto per il Parco dedicato al poeta, la realizzazione di un percorso che tocca i luoghi che evocano alcune delle immagini dei Canti Orfici, dove sono posti semplici leggii con i versi delle poesie. Ai piedi del ponte sul Lamone, la celebre poesia L’invetriata:

“La sera fumosa d’estate
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada ? – c’è
Nella stanza un odor di putredine: c’è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è
Nel cuore della sera c’è
Sempre una piaga rossa languente.”

L’ultimo viaggio

Più volte Campana è costretto a lasciare il villaggio che si innalza intorno a la Madonnina del Ponte, lungo il fiume Lamone. Non si tratta di una delle sue scelte improvvise di intraprendere un viaggio lontano dal paese. Sono le autorità dell’epoca che lo privano in maniera assoluta della libertà, con la reclusione in manicomio dove le condizioni di vita sono, per più aspetti impossibili, ed accade ai pazienti di essere sottoposti, come è il caso di Campana, a “stimoli elettrici” o al getto di secchi di acqua gelida.

La prima volta è condotto nel manicomio di Imola, nel settembre del 1906, dieci giorni dopo che, a ventuno anni, ha raggiunto la maggiore età. Due carabinieri lo portano alla stazione del paese per prendere il treno verso la cittadina romagnola. Nella “nota informativa” che lo accompagnava si legge: “Dedito al caffè del quale è avidissimo e ne fa un abuso eccezionalissimo” e: “Esaltazione psichica. Impulsività e vita errabonda”. Questa decisione è stata preparata dal padre che aveva reso davanti al sindaco una dichiarazione giurata, insieme ad alcuni notabili di Marradi, tra cui il medico e il farmacista, nella quale si legge che Dino è matto, ha comportamenti violenti specie nei confronti della madre e deve quindi essere sottoposto a cure psichiatriche.[19] Rimarrà nell’istituto di Imola per due mesi.

Conosce successivamente il manicomio di San Salvi dove è condotto, sempre con la scorta dei carabinieri, nell’aprile del 1909. Nella “nota informativa” questa volta pone in risalto: “Il malato è molto studioso; conosce varie lingue. Ha ingegno pronto e vivace”; “Cause fisiche e morali della malattia: Eredità – Alcolismo”. Alla voce della “nota” sui motivi del ricovero, appare questa dichiarazione di grande interesse: “Il malato è oltremodo trascurato in famiglia ed in società, tanto da attirare l’attenzione dei ragazzi che l’incontrano per le strade. Ha un odio speciale colla sua mamma, che è dovuta andare via di casa. E’ pericoloso specialmente dopo eccessive libagioni.” Si chiudono dunque alle sue spalle le porte del manicomio fiorentino, “il villaggio della pazzia”, grande come un intero quartiere cittadino. Costruito per 700 malati, ne ospitava all’epoca 1300. Gli infermieri erano 180 e l’amministrazione provinciale, riportano le cronache di quel periodo, ne licenziò 12 per rispettare vecchie disposizioni che stabilivano un rapporto di 1 a 10 fra infermieri e malati.[20] Poco dopo però lascia l’istituto: i medici ritengono che le sue condizioni non siano tali da associarlo al manicomio e il Tribunale di Firenze accoglie la richiesta.

Nove anni più tardi, dopo un ultimo episodio di furiose minacce, per Campana si aprono in maniera definitiva le porte dell’istituto psichiatrico. Compie il suo ultimo viaggio all’età di trentatré anni.

Dopo un primo periodo di osservazione presso l’ospedale di San Salvi, è trasferito nel cronicario di Castel Pulci, dove rimarrà per quattordici anni, fino alla morte. Castel Pulci è in alto sulle colline, a dieci chilometri da Firenze, dove la strada che porta a Pisa si avvicina all’Arno e ai colli che scendono verso il fiume. Era una volta l’antico maniero della famiglia Pulci, trasformato dai Riccardi, al principio del Seicento, in una splendida villa dall’ampia facciata, ben visibile dalla strada. Negli alti saloni rinascimentali della villa, adattata dalla Provincia in manicomio, la poesia di Dino diventa, a poco a poco, una lontana eco; sono, invece, in primo piano le sofferenze dell’uomo e il suo lungo, infinito percorso nel mondo del dolore.

I suoi biografi ci offrono molti elementi di questa sua permanenza fra le mura dell’istituto. Ci preme ricordare che dopo un primo periodo di furie e di allucinazioni, diventa un malato modello, appare lucido, legge con accanimento libri e giornali; fra i malati sta in disparte, per conto suo. Passa i giorni in solitudine, interrotti da rare visite: Sibilla Aleramo non salirà mai alla villa di Castel Pulci. Sono invece frequenti le visite della madre che ora abita nel vicino paese di Lastra a Signa; alla sua domanda: “Come stai”, Dino risponde regolarmente: “Come vuoi che stia. Come uno che sta in manicomio”. Dopo il 1920 subisce le applicazioni di elettroshoc, ritenute decisive per combattere le nevrosi. Afferma di essere pieno di correnti magnetiche sostiene di chiamarsi “ Dino come Edison”.

Gli occhi della città sono su di lui come dimostra il lavoro che svolge Carlo Pariani, uno psichiatra fiorentino, che si è messo in testa di preparare un libro biografico e di studiare il rapporto tra genio e follia. Lo tormenterà per anni con le sue domande, fra le reticenze e i sospetti del poeta, fino alla pubblicazione del libro presso un importante editore di Firenze, Vallecchi, il quale crede di rispondere così all’interesse che ancora suscitava il “personaggio” Campana.[21] Sorprende poi la maniera in cui “Dino Edison” reagisce alla pubblicazione nel 1928, a sua insaputa, dei Canti Orfici da parte dell’editore Vallecchi. Ha modo di leggere, qualche tempo dopo, il libro e nota gli errori, le censure, le manomissioni e scrive al fratello perché ricerchi l’edizione originale a Marradi per evitare che il testo autentico vada perduto per sempre.

Muore di setticemia a quarantasette anni; alcuni dicono che si sia ferito cercando di scavalcare la rete di recinzione del manicomio.

La versione non è certa[22], ma ci piace pensare a questo tentativo di fuga, per riprendere ancora una volta il suo volo libero nel mondo della poesia, sopra le nubi della follia, come il falco che si alza in alto con un battito maestoso di ali, per i fianchi nebbiosi della Falterona.

Note


[1] Si veda sul tema degli “itinerari letterari”, con riferimento anche alla poesia di Dino Campana: R. Mosi, Il paesaggio fra poesia e memoria, in “Testimonianze”, maggio-giugno 2002 n.3 (423).

[2] Dalla poesia In un momento. Vedi S. Aleramo, D. Campana, (a cura di B. Conti),Un viaggio chiamato amore. Lettere 1916-1918, Feltrinelli, Milano 2000.

[3] Da La Verna, Marradi (Antica volta. Specchio velato). Vedi D. Campana, I Canti Orfici, BUR, Milano 2001.

[4] Si veda “Marradi e la grande guerra” , in G. Matulli (a cura di), Da Gorizia a Caporetto, Aida, Firenze 1999.

[5] Il paese darà un alto tributo alla guerra: dei 1551 uomini partiti per il fronte, i caduti sono 329, la metà dei quali ha meno di 25 anni, l’età più frequente è 20 anni, i più giovani sono 5 diciottenni, il più anziano ha 42 anni.

[6] Vedi G. Cacho Millet, Dino Campana sparso per il mondo, Leo S. Olschki, Firenze 2000, pag. 217.

[7] Vedi S. Aleramo, D. Campana, op. cit., pag. 105.

[8] Benito Mussolini frequentò la terza e quarta elementare presso questo istituto dal 1892 al 1894, che ricorda nelle sue memorie come un “lager per bambini”, S.Vassalli, La notte della cometa ,Einaudi, Torino 1984, pag.25.

[9] S. Vassalli, Il matto di Marradi, Ministero per i Beni e le Attività culturali “Scuole di lettura in biblioteca”, in www.scuoledilettura.it

[10] Il più lungo giorno, regia Roberto Riviello, anno 1999.

[11] Si veda D. Campana, op. cit, l’Introduzione, pag. 18.

[12] Brani tratti, con quelli successivi, da I Canti Orfici, il viaggio a La Verna.

[13] Da Genova, Canti Orfici

[14]Si veda D. Campana, Canti Orfici, Introduzione, op. cit.

[15] Si veda l’introduzione e il commento di Fiorenza Ceragioli in D.Campana, Canti Orfici,op. cit.

[16] S.Aleramo, D.Campana, op.cit.

[17] S. Zavoli, I giorni della meraviglia, Marsilio Editore, Venezia 1994.

[18] S. Vassalli, La notte della cometa, op. cit.

[19] Vedi S. Vassalli, op.cit.

[20] Comune di Firenze, Compendio degli istituti di beneficenza esistenti nella provincia di Firenze, Firenze 1906.

[21] C. Pariani, Vite non romanzate di Evaristo Boncinelli, scultore e Dino Campana, scrittore, Vallecchi Editore, Firenze 1938.

[22] Vedi S. Aleramo, D. Campana, op. cit., pag. 29.

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