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Gli angeli sulla Cupola

Dalla città divisa alla città luogo d’incontro fra Est ed Ovest: un percorso storico-politico attraverso la città simbolo della fine del “comunismo reale” e della nuova Europa

“Berlino è divisa come il nostro mondo, è scissa come il nostro tempo, è separata come lo sono uomini e donne, giovani e anziani, poveri e ricchi, è frantumata come ciascuna nostra esperienza (…). Il film si intitolerà:: Il cielo sopra Berlino, essendo il cielo, oltre il passato ovviamente, l’unico elemento comune alle due città, contenute in questa città. Quasi a dire: “Solo il cielo sa … se ci sarà un futuro comune a entrambe.”
Wim Wenders, 1986

Il cielo sopra Berlino

Dall’alto le città si presentano con immediatezza al nostro sguardo curioso di osservarle nel loro insieme e nei particolari, per cogliere i tratti impressi dalla storia nel corso del tempo. Nel film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino, gli angeli si posano nei luoghi più alti per osservare l’intera città e seguire le vicende degli abitanti. Per i bambini è facile, secondo il regista, riconoscere quei puntini che volteggiano nel cielo e si fermano sulle guglie delle chiese o sui cornicioni dei palazzi. In una delle prime scene del film, è proprio uno scolaro in gita con i compagni, con gli occhi sempre rivolti in su, a scorgere l’angelo Damiel[1] in cima ad uno spezzone del campanile della chiesa distrutta dai bombardamenti dell’ultima guerra, nell’affollata piazza Breitscheid, di fronte al Giardino zoologico. Il campanile, che non si volle abbattere dopo la guerra, è uno dei simboli più famosi di Berlino.

L’angelo Damiel insieme agli altri angeli, ha la possibilità di dominare la città dal cielo, in tutte le sue parti, al di là delle divisioni artificiali costruite dagli uomini. Il film, girato a metà degli anni 80, quando l’occupazione delle forze vincitrici della guerra era ancora in corso, rimane un documento prezioso sulla vita di Berlino, divisa in due parti dal muro che simboleggiava la divisione del mondo in due blocchi di influenza, quello sovietico e quello americano. Era una struttura incombente, mostruosa che separava due realtà politiche antitetiche, di continuo presente nel paesaggio urbano di tutti i giorni. In una scena dell’opera di Wenders, ad esempio, si vede un gruppo di bambini che in un cortile fra i palazzi, giocano a pallone a ridosso del muro, sul quale hanno disegnato una delle porte del campo di calcio.

Il muro visto dall’alto del campanile di piazza Breitscheid, nel ricco quartiere occidentale di Kurfurstendamm, o dall’altissima Torre della televisione sopra Alexander Platz, appariva come una profonda cicatrice nel tessuto urbano, in gran parte una striscia piatta, grigiastra, larga da cento a duecento metri, che formava un grande spazio vuoto nel cuore di questa metropoli.

La “barriera di protezione antifascista”

Il governo della Germania Est fece costruire nel 1961 la cosiddetta “barriera di protezione antifascista”, per bloccare l’esodo verso Ovest dei suoi cittadini. Il muro segnava un confine serpeggiante, in parte coincidente con il corso della Sprea, lungo 155 chilometri, fissato da due file di alti lastroni prefabbricati di cemento, protetti da un’ampia fascia di terra di nessuno e da filo spinato, mine, cani addestrati e circa 300 torrette di sorveglianza. Sul versante occidentale invece i lastroni di cemento si potevano raggiungere, toccare, dipingere.

Più di 5000 persone cercarono di superare il muro nel corso dei 28 anni in cui è rimasto in piedi: 3200 vennero catturate, 191 uccise. La prima vittima, che tentò di raggiungere l’Occidente lanciandosi dalla finestra di casa propria, morì pochi giorni dopo la costruzione del muro. Nell’agosto del 1962 uno degli episodi più sconvolgenti di questa storia: “il diciottenne Peter Fechtner fu colpito durante il suo tentativo di fuga e lasciato quindi morire dissanguato dalle guardie di frontiera della RDT.”[2]

Come si presentavano le due parti della città, ognuna delle quali era governata da un’amministrazione civica diversa, con il sistema antico delle comunicazioni spaccato in due e con servizi sociali, formativi, culturali differenti? Dopo la seconda guerra mondiale i caterpillar spianarono i resti lasciati dai bombardamenti, che si erano succeduti in oltre 380 attacchi aerei.

Nella Berlino Est gli edifici furono ricostruiti, in parte, ispirandosi al principio dell’imponenza, specie intorno alla Karl-Marx Allee dove si costruirono palazzi in stile “torta nuziale”, come venivano chiamate le monumentali strutture di impronta stalinista. Il grande viale che ha inizio da Alexander Platz, fu percorso il 20 aprile 1945 dall’avanguardia dell’Armata rossa, per raggiungere il cuore del Terzo Reich, così come fecero le truppe sovietiche chiamate a sedare le manifestazioni di piazza del giugno 1953. In questa zona, quello che era sopravvissuto alla guerra fu abbattuto per costruire la strada modello della Berlino socialista.

Allo stesso tempo, furono edificati in molte aree palazzoni anonimi e interi quartieri tutti uguali – i Plattenbauten, costruiti con moduli edilizi prefabbricati – che fornirono la maggior parte delle abitazioni necessarie. Per gli amanti del cinema è agevole richiamare le scene del film Good bye, Lenin !, riprese nei quartieri orientali della città, percorsi dalle inconfondibili auto Trabant, con il motore a due tempi, e dai vagoni rossi della metropolitana.

Berlino Ovest, la vetrina dell’Occidente

Anche a Berlino Ovest una parte della trama urbana rivela l’affannoso impegno di dare nel dopoguerra un tetto ai cittadini, per procedere poi ad un’edificazione più ricercata e differenziata. Per lo più si progettarono, in una seconda fase, palazzi che richiamavano lo stile “internazionale”, con la prevalenza di forme geometriche squadrate, tetti piatti, facciate semplici e lineari con un abbondante uso di vetro e metallo. In particolare alcune zone come quella che gravita intorno a Kurfurstendamm, furono trasformate in una brillante vetrina dell’Occidente, con vivaci poli turistici e commerciali, animati da grandi magazzini e negozi pieni di prodotti, illuminati dalle sfolgoranti insegne di cinema, alberghi e caffè. Berlino divisa diviene dunque il terreno di una sfida fra due diversi sistemi politici ed economici che determina paesaggi urbani nettamente differenziati.

Fra i segni di questa sfida, le opere di questo periodo progettate da grandi architetti di tutto il mondo, che ancora oggi rappresentano pagine illustri del panorama cittadino e mete frequentate da folle di turisti. Fra queste emergono le strutture dedicate alla cultura, costruite non lontano dal Tiergarten Park. Mies van der Rohe, uno degli architetti più famosi del XX secolo, realizza alla fine degli anni 60 la Nuova Galleria Nazionale, dedicata all’arte contemporanea: il museo, che rappresenta l’ideale della sobrietà stilistica, è un cubo in vetro ed acciaio, articolato all’interno da spazi aperti e continui. Completa l’opera, con un tono di grande leggerezza, il tetto piatto in acciaio, sorretto da otto colonne anch’esse in acciaio e da un’unica vetrata d’ingresso che va dal pavimento al soffitto. Da questa opera si può immaginare lo svolgersi di un percorso con più tappe che rappresentano la visione di Berlino Ovest come luogo di sfida nei confronti dell’Est e, allo stesso tempo, come laboratorio nel quale si cimentano i maggiori esponenti della cultura dell’epoca. Di queste tappe si può citare la realizzazione del quartiere Hansa (con la partecipazione degli architetti Walter Gropius, Luciano Baldessari, Alvar Aalto, Werner Duttman; terminato nell’anno 1957), la Casa delle culture del mondo (Hugh V. Stubbins, 1957), la Filarmonica di Berlino (Hans Scharoun, 1963), l’Archivio Bahaus/Museo del design (Walter Gropius,1976), la Nuova Biblioteca Nazionale (Hans Scharoun, 1978).

Riprendendo uno dei temi del film di Wim Wenders, il regista ci mostra l’interno di questa biblioteca come il posto di ritrovo preferito e frequentato dagli angeli. Sembra un luogo ideale per simboleggiare lo stretto rapporto che intercorre, secondo l’autore del film, fra l’Arte e la Vita, uno spazio dedicato a coltivare la conoscenza, dove, come in una cattedrale, risuona il coro delle voci – che gli angeli intendono - di coloro che studiano e che hanno fede nella capacità della mente umana. In questa biblioteca si reca anche un personaggio particolare del racconto, il vecchio Omero, un uomo che ha visto tutti i cambiamenti avvenuti dagli anni 20 in poi e si propone di restituire alla poesia il senso e la dignità che le era riconosciuta nel passato.[3]

Potsdamer Platz, la città scomparsa

Sono stato a Berlino un anno dopo la caduta del muro e ho potuto cogliere i segni profondi lasciati nella città dal lungo periodo di divisione. Appariva ancora in tutta la sua crudezza la cicatrice lasciata nel tessuto urbano dalla presenza del muro, anche se ormai in gran parte abbattuto. Nel centro della città appariva necessaria un’opera di profondo restauro per gran parte degli edifici monumentali, scampati dai bombardamenti della guerra, prossimi a quello che fino a poco tempo prima era stata una rigida linea di confine, dal Reichstag, alla Porta di Brandeburgo, agli edifici del viale Unter der Linden, all’Isola dei Musei.

L’esperienza per me più sconvolgente è stata quella di prendere la metropolitana in uno dei quartieri più animati e di giungere alla stazione sotterranea di Potsdamer Platz. Una volta risalito in superficie, per scale ingombre di vecchie impalcature, mi si presentò uno scenario incredibile, raggelante: intorno all’uscita della metropolitana vi era letteralmente il vuoto con i colori delle erbe spontanee dei campi nelle lontane periferie delle nostre città, solcate da alcuni sentieri; pensare che in quello spazio vi era prima della guerra, la piazza più trafficata ed elegante d’Europa e tutte le guide non mancano di ricordare che fu installato nel 1924 il primo semaforo del continente per regolare il flusso giornaliero di più di 100.000 persone, 20.000 auto e 30 linee tranviarie. E’ interessante riprendere ancora oggi la guida del Touring del 1991 che segnalava riguardo a Potsdamer Platz: “La guerra ha distrutto tutto e il muro l’aveva chiusa entro Berlino Est. Oggi la piazza è aperta e lo spettacolo è desolante: una spianata immensa di terra nuda verso est, un bosco spontaneo verso ovest; la sua sistemazione rappresenta uno dei maggiori problemi urbanistici dei prossimi anni.”[4]

Le ultime parole della guida esprimevano una facile previsione riguardo a questo spazio libero nel cuore della città, in cui era stata fatta tabula rasa dei segni del passato; un passato animato da figure come quella dell’imperatore Guglielmo II, che nell’Hotel Esplanade, vicino alla piazza, soleva dare grandi feste, e dai terrificanti fantasmi del nazismo. In questa area si trovavano il Tribunale del popolo dove furono condannati a morte 5000 oppositori al regime nazista e il Bunker dove Hitler visse le ultime settimane della guerra prima di uccidersi.

Ritorno a Berlino

Sono ritornato quest’anno a Berlino. Rifacendo lo stesso percorso per raggiungere Potsdamer Platz dalla stazione sotterranea della metropolitana, grande è lo stupore nello scoprire un paesaggio completamente diverso, “costruito” dagli architetti più famosi, “il vuoto”, si direbbe sotto la furia dell’horror vacui, è stato invaso dal “pieno” dei nuovi edifici. La piazza e la zona circostante si sono trasformate dalla metà degli anni 90, nel più grande cantiere d’Europa per dare corpo ai progetti di Renzo Piano e degli altri architetti chiamati a formare l’équipe internazionale di progettisti. Da poco tempo molte delle gru dei cantieri sono state smontate e da un desolato terreno abbandonato, è sorto un nuovo e dinamico distretto urbano brulicante di indaffarati berlinesi, di turisti, di appassionati di musica e dei divertimenti presenti nella zona e, naturalmente, di impiegati amministrativi.

I primi segni del passato che si incontrano sono la copia del semaforo che negli anni 20 regolava il vorticoso traffico e la “Sala dell’imperatore”, tratta in salvo dallo storico Hotel Esplanade e posta ad uno degli accessi alla piazza coperta dell’avveniristico Sony Center : la Sala è rivestita di specchi e marmi rossi che creano una particolare relazione con la luce riflessa attraverso il tetto a tenda della piazza.

Quindici anni dopo il Muro

A quindici anni dalla caduta del muro, i progetti per Berlino capitale della Germania stanno dunque prendendo forma. La città è oggi un organismo unitario, impegnato a recuperare la fisionomia e l’efficienza di una grande capitale europea. Le ferite inferte da una divisione durata quaranta anni, stanno in gran parte scomparendo. Possono essere molte le domande e le curiosità alle quali cerca una risposta il visitatore di oggi. Fra queste la ricerca del modo in cui la città sta facendo i conti con il suo tragico passato, con la memoria dei luoghi e delle persone. Una ricerca senza dubbio difficile, complessa, contrastata, ma importante per coltivare le speranze per un futuro diverso. Per il turista legato ai tempi, di solito brevi, della sua visita, è importante la ricerca dei segni che sono rimasti della storia e del significato che la comunità berlinese attribuisce alle testimonianze del suo passato: fra questi segni hanno un indubbio rilievo quelli legati alla storia del muro.

Dopo la fine della guerra fredda il muro è stato smantellato con indescrivibile entusiasmo. Dal 9 novembre 1989, giorno di apertura della frontiera verso ovest, al giugno del 1990, mese nel quale le due autorità municipali hanno assunto la regia della demolizione, “migliaia di berlinesi e di turisti si sono improvvisati guastatori, armandosi di scalpelli, martelli, cacciavite, persino temperini per andare a sbrecciare un po’ di muro. Dalla mattina fino a notte inoltrata: non li fermava il freddo, né la pioggia battente, né l’oscurità. E nemmeno i colpi maldestri; anzi, le nocche ammaccate e le dita livide erano un segno di riconoscimento. L’emblema ufficiale della DDR, martello e compasso, si era trasformato, da questo lato del muro, in martello e scalpello.”[5]

Oggi ne è rimasto poco più di un chilometro e mezzo e, in tutta Berlino, brevi segmenti, opere d’arte, musei e cartelli tengono viva la memoria di questo importante e nefasto capitolo della storia tedesca.. Per aiutare i visitatori a identificare il tracciato del muro, circa 800 metri sono stati contrassegnati con una doppia fila di lastre di pietra conficcate nel selciato.[6]

Nel distretto di Friedrichshaim, non lontano da Alexxander Platz, si trova il segmento più lungo, meglio conservato e più interessante del muro. Parallelo a Muhlenstrasse, lungo la Sprea, è una vera e propria galleria d’arte all’aperto – East Side Gallery – realizzata da artisti internazionali nel 1990. Molti dei murales lanciano messaggi politici, altri mostrano immagini surreali, altri sono semplicemente decorativi. Qui si trova il famoso dipinto che ritrae la Trabant che sfonda il muro, oppure quello del bacio fra Erich Honecker e Leonid Breznev. Al Centro di documentazione sul muro, in prossimità del centro storico della città, è presentato un tratto del muro: muro frontale, striscia di ghiaia, camminamento per le pattuglie, fascia illuminata e muro di fondo.

Nelle vicinanze del Reichstag, che era lambito dalla linea di divisione, sorge il monumento a coloro che persero la vita nel tentativo di superare il muro. Croci bianche, con i nomi delle vittime, o targhe che ricordano i vari episodi, sono poste in più parti della linea di confine. L’ultima vittima si ebbe nove mesi prima che il muro crollasse.

Potente simbolo della guerra fredda, il Checkpoint Charlie, situato nella parte sud-est della città, fu il principale punto di transito riservato agli stranieri fra le due zone di Berlino. Nell’ottobre del 1961, poco dopo la costruzione del muro, il mondo trattenne il fiato mentre i carri armati americani e sovietici si fronteggiavano sui due versanti della linea di frontiera. Per quasi quarant’anni la bandiera americana sventolò sul tetto del posto di guardia e un cartello scritto in inglese, russo, francese e tedesco avvertiva: "“State lasciando il settore americano." Oggi ritroviamo un modello ricostruito del posto di guardia, il cartello con l’avviso e la gigantografia, posta in alto sulla strada, dell’immagine di un soldato americano che guarda a est e di un soldato sovietico rivolto verso ovest. Nella vicina Casa di Checkpoint Charlie, è illustrata la storia del muro attraverso foto, documenti ed oggetti. Fra le fotografie quelle di persone che fuggirono nascoste nei bauli delle auto, nelle valigie, o volando in alto con la mongolfiera.

Infine nella periferia occidentale della città, nel verde sobborgo di Dalhem dove si trova il complesso dei musei dedicati all’arte e alla cultura dei popoli di tutto il mondo, il Museo degli Alleati documenta vari episodi della guerra fredda. Con i reperti del muro, sono conservati, fra l’altro, un aereo militare statunitense e un treno francese. Un particolare delle esposizioni ci ricorda che la città fu un luogo di duro confronto nel campo dello spionaggio: è stato ricostruito il Berlin Spy Tunnel, che fu costruito dalla CIA per introdursi nel sistema telefonico sovietico. Largo 2 metri e lungo 450 metri, permise di registrare mezzo milione di telefonate fra il maggio del 1955 e il 1956, fino al momento in cui un agente che faceva il doppio gioco, informò i Sovietici.

Fra i segni legati a questo periodo, vi è il Monumento al ponte aereo, costruito nel 1951 di fronte all’aeroporto di Tempelhof, che la gente chiama familiarmente “il rastrello della fame”.[7] Le tre punte rappresentate nel monumento, richiamano i tre corridoi aerei che assicurarono la sopravvivenza della città durante il suo completo isolamento nel 1948-49. Sul basamento sono incisi i nomi dei 79 uomini, piloti e altro personale, che persero la vita in questa impresa. Per circa undici mesi l’intera città fu rifornita per via aerea dagli aerei che trasportavano carbone, cibo e macchinari. Le cronache dell’epoca riportano che ogni giorno, a tutte le ore, talvolta al ritmo di uno al minuto, atterravano apparecchi negli aeroporti di Berlino, carichi di materiali. Fu un momento cruciale della storia del dopoguerra, in cui si impose la volontà di non arrendersi all’aggressività del potere sovietico. Il monumento rappresenta il simbolo di questa volontà di resistere, che portò dieci anni dopo alla costruzione del muro, segno della debolezza del sistema orientale e strumento per frenare l’esodo dei cittadini della DDR.

Percorsi della memoria

Nella Berlino che incontriamo a quindici anni dalla caduta del muro, sono molti i percorsi di visita, insieme a quello appena illustrato, segnati dai luoghi nei quali si ricompongono frammenti della memoria di un tragico passato. Ci limitiamo ad alcune tappe di questi percorsi, che presentano un significato ed un interesse universale.

Nell’animato quartiere di Kreuzberg, si trova il nuovo Museo Ebraico che aveva suscitato tante attese e del quale si era parlato molto già prima della sua apertura avvenuta nel settembre 2001. E’ il più grande museo ebraico in Europa e presenta un’impostazione particolare, celebra le conquiste degli ebrei tedeschi e i contributi da loro apportati alla cultura, all’arte alla scienza e a tutti i campi della vita sociale. Allestito secondo un criterio cronologico, comprende anche una sezione sulla Shoah che tuttavia non costituisce il punto focale della mostra: la caratteristica di questo museo è proprio il fatto che la panoramica sulla storia ebraica si spinge ben oltre i dodici anni di regime nazista, si sofferma su episodi del passato importanti per pensare a progettare un futuro comune, non separato. Gli ebrei non vengono presentati soltanto come vittime, ma come cittadini che svolsero un ruolo importante nella storia tedesca attraverso i secoli. Un parte della mostra è dedicata alla rinascita della comunità ebraica berlinese dopo la riunificazione, con una crescita esponenziale dei suoi componenti, soprattutto per via del flusso di ebrei proveniente dall’ex Unione Sovietica. Merita soffermarsi sulle caratteristiche dello stesso edificio che nel paesaggio della nuova Berlino rappresenta un notevole esempio di architettura d’avanguardia. In questa opera di Daniel Libeskind, l’interno rappresenta una metafora della storia del popolo ebraico. Da un passaggio sotterraneo si arriva in una piccola piazza interna, da cui si dipartono tre “vie”. La prima, senza uscita, conduce alla Torre dell’Olocausto, la seconda “via” porta ad uno spazio punteggiato di colonne di cemento che rappresenta la diaspora e l’esilio del popolo ebraico. La terza “via” porta ad una rampa di scale che dà accesso alla mostra allestita nell’edificio dalle pareti rivestite di zinco, che si innalzano verso il cielo su una pianta articolata ad angoli secondo l’interpretazione astratta di una stella. Il profilo generale è ripreso dalle finestre, squarci triangolari, trapezoidali e irregolari nella superficie scintillante dell’edificio.[8]

In questi percorsi della memoria una tappa emblematica è rappresentata dalla visita a Rosenstrasse, la breve via che si apre a fianco di Marx-Engels-Forum, dal lato di Marien-kirche. All’inizio della strada è stato collocato un chiosco sul quale sono affissi pannelli illustrativi che, in lingua tedesca e inglese, ricordano l’episodio del 1943, reso celebre recentemente dal film Rosenstrasse di Margherethe von Trotta (2003) e dal libro della giornalista Nina Schroder: Le donne che sconfissero Hitler. In questo luogo accadde uno dei rari episodi di opposizione al nazismo che ha dell’incredibile: dal 27 febbraio al 6 marzo 1943, un gruppo di donne tedesche sposate con uomini ebrei, presidiarono la strada e l’edificio dove i loro mariti erano stati rinchiusi in attesa della deportazione nei campi di sterminio. Le donne rimasero immobili al gelo della stagione resistendo alle minacce delle armi con cui i militari le fronteggiavano, fino a quando i loro mariti non vennero liberati. Nello slargo che si apre nella strada fra gli attuali edifici, il visitatore di oggi trova nel suo itinerario alla scoperta dei monumenti della zona, un gruppo di statue in pietra a ricordo di quei fatti, posto in un giardino circondato da alberi ombrosi.

La riunificazione, luci ed ombre

E’ stato enorme lo sforzo di questi ultimi anni per la riunificazione e lo sviluppo di Berlino. Le questioni da affrontare sono state di una grande complessità in tutte le direzioni, nel quadro delle politiche volte a superare il sistema statalista della DDR, per passare all’economia di mercato. Nella città si è trattato di riallacciare le vecchie vie di comunicazione e di ricomporre per ogni settore amministrativo, sociale e culturale, due diversi corpi burocratici. Con gli enormi investimenti effettuati, si è dato attuazione a progetti studiati per realizzare strutture moderne ed efficienti, in grado di far competere la “ritrovata” capitale della Germania con tutte le altri capitali e città metropolitane d’Europa e del mondo. Le rilevazioni statistiche mostrano che negli ultimi dodici anni, la città ha messo al lavoro 5.640 architetti in oltre diecimila progetti di costruzione, ricostruzione o restauro.

Di questo straordinario impegno, si cominciano a trarre i primi bilanci nel momento in cui una gran parte dei cantieri si sono chiusi o stanno per chiudere. Stupiscono le cifre dell’indebitamento che incombe sull’amministrazione della città, che alcuni commentatori, forse un po’ ad effetto, definiscono di dimensione argentina.[9] Alla fine del 2002 il Senato ha reso noto che sulla città gravavano oneri per 46 miliardi di euro. Si pone poi il dito sul mancato raggiungimento di alcuni degli obiettivi, posti all’avvio dei programmi di intervento, per quanto riguarda le previsioni d’incremento degli abitanti e lo sviluppo delle attività terziarie e produttive. I dati rivelano poi che un berlinese su sei non ha lavoro, la quota più alta dalla riunificazione, il sistema sociale assicura comunque che nessun cittadino viva sotto la soglia di povertà.

Nonostante questi problemi, Berlino è una città che si concede tuttora 196 biblioteche pubbliche, 170 fra musei e collezioni d’arte, 8 orchestre sinfoniche, 3 teatri dell’Opera, 6 teatri di prosa, due zoo e 1600 spielplatz, le piazzette coperte di sabbia e attrezzate per il gioco dei bambini. Questi dati sono da porre in rapporto con il numero della popolazione: 3.385.000 abitanti ripartiti fra la ex Berlino Ovest (2.110.000) e i quartieri orientali (1.275.000). Il numero di stranieri con cittadinanza tedesca forma una notevole parte della popolazione (450.000 unità); i gruppi etnici di maggiore entità provengono, in ordine, dalla Turchia, ex Jugoslavia, Polonia, ex Unione Sovietica, Italia e Grecia. E’ anche una città estremamente giovane: più della metà degli abitanti è al di sotto dei 35 anni e il 17,5% ha meno di 18 anni.

Sembra d’altra parte importante considerare la frattura sociale e culturale che il muro ha determinato nella popolazione nel corso di tre decenni. “Mentre le ferite di questa città si stanno definitivamente cicatrizzando, quelle dei suoi abitanti non si sono ancora completamente rimarginate. Il muro che tuttora incombe nelle loro menti e nei loro cuori si è rilevato più difficile da abbattere di quello che per quarant’anni ha popolato i loro incubi.”[10] Sono tratti non facili da cogliere da parte del visitatore, di solito, legato ai tempi di una breve permanenza. E’ un capitolo importante della storia del nostro tempo che può essere approfondito con molteplici contributi di giornalisti, storici, scrittori.[11] Anche il cinema si è soffermato su questi aspetti, come il film Good bye, Lenin ! del regista Wolfgang Becker (2003). Il film affronta in maniera paradossale l’argomento, secondo lo spirito della commedia: il protagonista, per non sconvolgere la madre, già fervente attivista della DDR che è caduta in coma alla vigilia del crollo del muro, ricostruisce intorno a lei un ambiente ormai scomparso, con esilaranti effetti comici come quando cerca di far credere alla madre convalescente che “i profughi dell’ovest” stanno correndo verso l’agognato mondo socialista. Il film ha avuto in Germania uno straordinario successo di pubblico, segno evidente del diffuso interesse intorno agli effetti che il processo di riunificazione ha avuto sulle storie private.

Berlino, città dell’incontro fra culture

Appare dunque complesso il tentativo di comprendere la Berlino di oggi nelle sue diverse sfaccettature e la ricerca d’identità dopo la caduta del muro. L’incontro con la città, specie a distanza di anni, è comunque di grande fascino ed è avvincente la scoperta delle novità e dei caratteri che la rendono unica e, allo stesso tempo, simile ad altre grandi città. Fra le novità, il distretto di Postdamer Platz, come abbiamo già detto, in cui si lavora e ci si diverte. A nord della Porta di Brandemburgo, lungo le rive del fiume Sprea la nuovissima cancelleria federale collega il nuovo distretto governativo allo storico Reichstag, dove si riunisce il parlamento tedesco. Nell’Isola dei Musei alcune strutture di prestigio universale hanno riaperto i battenti dopo un felice intervento di ristrutturazione. Anche la zona intorno a Kurfurstendamm, già nel cuore della parte occidentale, sta cambiando volto: l’architettura degli anni 50 è stata ravvivata grazie agli interventi di prestigiosi architetti, come l’italiano Aldo Rossi, e vive scale di colore denotano larghe parti del paesaggio urbano. Ognuno di questi luoghi rappresenta una delle mete più ricercate dai turisti: Berlino è la città più visitata della Germania, con un numero annuale di permanenze per notte che supera gli otto milioni. Un forte punto di richiamo è rappresentato anche dalla vivacità della vita culturale. Fra queste le manifestazioni per i giovani, come quelle che si tengono ogni anno nel Tiergarten Park dedicate alla Techno music, che ha visto la partecipazione anche di un milione e mezzo di persone.

C’è da chiedersi dove si poserebbero oggi gli angeli di Wim Wenders, che abbiamo visto volteggiare nel cielo della Berlino divisa degli anni 80. Si può scommettere che anch’essi preferirebbero raggiungere la sommità della nuova cupola del Reichstag, dal quale si può osservare uno straordinario panorama all’esterno e seguire, allo stesso tempo, quanto avviene all’interno dell’edificio. Senz’altro sarebbero invidiati dagli “umani”, anzi, dai bambini che meglio se la intendono con queste creature, dal momento che le ali permetterebbero loro di superare la lunghissima fila di visitatori che in paziente attesa attendono, anche per ore, in fila sulle scalinate e sul prato del Tiergarten Park, il loro turno per iniziare la visita.

La cupola fa parte dell’opera di ricostruzione dello storico edificio: esso simboleggiò, con l’incendio del 1933, il crollo della democrazia tedesca; il 30 aprile 1945, sulle sue macerie fumanti, dopo una sanguinosa battaglia anche lungo i corridoi durante la quale venne esploso un milione di proiettili, fu issata dai soldati sovietici la bandiera rossa. Oggi il Reichstag è il cuore della vita democratica della Germania e si è trasformato rapidamente, con l’intervento dell’architetto Norman Foster, in un simbolo della nuova Berlino. “La cupola è sia un elemento fondamentale della composizione architettonica, comunicando all’esterno i temi di leggerezza, trasparenza e dimensione pubblica, sia un dispositivo chiave nelle strategie di utilizzo di energia e luce.” E’ da notare che i banchi dell’Assemblea sono posti al primo piano e in corrispondenza di questo spazio, in alto si apre la cupola in struttura d’acciaio e vetro, alta 23 metri e larga 40: all’interno di essa, due rampe elicoidali portano la gente alla piattaforma di osservazione sopra la sede plenaria, elevandoli simbolicamente sopra le teste dei loro rappresentanti politici. Al centro della cupola, per la sua lunghezza, vi è un tronco di cono rovesciato – light sculptor - rivestito di specchi di vetro altamente riflettenti. Le modalità di costruzione del light sculptor, impediscono di giorno la penetrazione del calore e della vivida luce solare e di sera, permettono di riflettere all’esterno la luce artificiale della sala dell’Assemblea, illuminando la cupola, come una lanterna, “in modo che i Berlinesi sappiano quando il Bundestag è riunito”. Considerando l’insieme degli accorgimenti fortemente innovativi che sono stati adottati, “il nuovo Reichstag può essere preso come modello di un’architettura sostenibile” per l’ampio uso di luce e di ventilazione naturali, per il forte risparmio energetico e per la scarsissima emissione di elementi inquinanti.[12]

I motivi della trasparenza e della leggerezza animano anche l’architettura degli edifici del nuovo distretto degli uffici governativi e parlamentari costruiti al limitare del verde Tiergarten Park, lungo le rive della Sprea. Le forme sono lineari, cubi o parallelepipedi, con le strutture esterne in cemento ed acciaio, con grandi vetrate lungo intere pareti, che catturano i riflessi delle vicine acque e lasciano scorgere gli interni con i loro arredamenti spesso pieni di colori, i saloni degli incontri, le aule delle commissioni parlamentari, gli ambienti pieni di scaffali degli archivi e delle biblioteche specializzate. Il fiume in questo tratto è molto frequentato sia lungo il sentiero che si apre sulle sponde che dai numerosi battelli turistici. Questa estate di fronte agli edifici governativi e del parlamento è stata aperta – riprendendo l’esperienza fatta a Parigi nel centro della città sulle rive della Senna– una spiaggia attrezzata con sabbia bianca trasportata dal mar Baltico, sedie a sdraio e bar, molto frequentata da giovani berlinesi e turisti, oltre che da deputati e funzionari, nelle pause del lavoro.

Queste scelte architettoniche richiamano gli indirizzi che Renzo Piano dichiarò di aver seguito “per restituire alla vita” Potsdamer Platz, il luogo più mitico, magico e tragico del Novecento: “C’era bisogno di utopia per riempire il buco nero di Potsdamer - così iniziava la sua intervista - E questa utopia io l’ho cercata nella leggerezza. L’aria, il vetro, la luna e soprattutto l’acqua che è fonte di vita, vibra, non sta mai ferma, duplica le immagini.” La sue dichiarazioni si concludevano con le parole: “In realtà l’italiano a cui mi sento più vicino è uno scrittore, Italo Calvino, soprattutto il Calvino delle Lezioni americane. Da lui ho rubato quell’ideale di leggerezza che ho cercato di afferrare e tradurre in palazzi, aeroporti, piazze, strade, usando anche l’acciaio e il cemento.”[13]

Infiniti motivi possono portare dunque oggi a Berlino e far scoprire, per tanti versi, che essa si propone sempre più come città dell’incontro fra i popoli dell’Europa e del mondo, le loro culture, le diverse generazioni. E’ una scoperta importante che avviene in uno dei luoghi in cui la storia dell’umanità è parsa perdere nel secolo appena trascorso, il senso della ragione. Un luogo simbolico del nuovo volto di Berlino è rappresentato dall’imponente Porta di Brandeburgo, attraversata il 22 dicembre 1989 da un milione di Berlinesi inebriati dalla caduta del muro ed oggi frequentata da un numero straordinario di visitatori. Nell’ala nord della Porta si trova la Raum der Stille, la Camera del Silenzio, nella quale è possibile sedersi e restare in meditazione. Ci sembra un invito straordinario, da raccogliere per continuare a cercare il senso del nostro presente.

Note


[1] Interpretato nel film dall’attore Bruno Ganz. Fra gli altri attori, Otto Sander e Peter Falk. Il film uscì nel 1987.

[2] Vedi A. Schulte-Peevers, Berlino, Lonely Planet 2002, pag. 164.

[3] Si veda “L’antefatto e la genesi de Il cielo sopra Berlino. Uno sguardo alle tematiche del film”, in www.italway.it.

[4] Touring Club Italiano, Berlino e dintorni, Milano 1991, pag. 80.

[5] P. Schneider, Che il ricordo rimanga, in “Meridiani” Berlino, anno III, n.11, settembre 1990, pag. 8.

[6] Si veda A. Schulte-Peevers, op. cit., pag. 164.

[7] A. Schulte-Peevers, op. cit., pag. 137.

[8] Si veda A. Schulte-Pevers, op. cit., pag. 139.

[9] P. Valentino, Pieni di debiti e pazzi per il tango. Argentini? No, berlinesi, “Corriere della Sera”, 10 gennaio 2003.

[10] A. Schulte-Peevers, op. cit., pag. 2.

[11] Si veda B. Pètzold, Intellettuali a Berlino. Est e Ovest faccia a faccia., “il Manifesto/Le Monde Diplomatique”, marzo 1999.

[12] M. Silvestro Il Reichstag a Berlino: la ricostruzione di Norman Foster, in “Archimagazine”, luglio 2004.

[13] C. Maltese, Potsdamer Platz: il cielo di Berlino, “la Repubblica”, 2 ottobre 1998.

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