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La poesia e la scoperta dei “nonluoghi”

in: “Poetry Wave-Dream.
Aggiornamenti intorno alla Poesia Contemporanea”,
19 luglio 2010.

L’antropologo parigino Marc Augè si è soffermato di recente, ancora una volta, sul termine “nonluoghi”, da lui coniato alcuni anni fa per designare quegli spazi della circolazione, del consumo e della comunicazione che si stanno diffondendo e moltiplicando su tutta la superficie del pianeta (Corriere della Sera del 12 luglio u. s.). La sua riflessione ci porta a soffermarci su una nuova contestualizzazione delle attività umane. La globalizzazione è anche l’urbanizzazione del mondo, è anche la trasformazione della città. “Ogni grande città è un mondo, un riassunto del mondo, con la sua diversità etnica, culturale, religiosa, sociale ed economica”. L’opposizione tra mondo-città e città-mondo è parallela a quella fra sistema e storia. L’architettura urbana, in un certo senso, è l’espressione del sistema. Nelle sue opere più significative, l’architettura sembra fare allusione a una società planetaria, propone come frammenti di utopia.

Oggi gli urbanisti e gli architetti, al pari degli artisti e degli scrittori, si trovano, in un certo modo, a ricercare la bellezza dei “non luoghi”. “Gli architetti, ad esempio, impegnati direttamente negli spazi della comunicazione, della circolazione e del consumo, immaginano lo spazio come uno spazio comune suscettibile di far presagire, a quanti ne fanno uso in qualità di utenti, passanti o clienti, che né il tempo né la bellezza sono assenti dalla loro storia. La città è più che mai il luogo di questa speranza e di questa attesa” (Marc Augè, prefazione a Nonluoghi, Elèuthera, Milano 2009).

Mi sembra agevole richiamare alcune esperienze proprie della città nella quale vivo, Firenze. Nella sua trasformazione urbana degli ultimi decenni si è accentuata la crescita dei nonluoghi, degli spazi di circolazione, di consumo e di comunicazione, sempre più modellati secondo le forme imposte dai processi di globalizzazione, sia nella periferia e nella contigua area metropolitana, che nel centro storico oggetto d’attrazione per i turisti di tutto il mondo. L’architettura e l’arte con alcuni interventi hanno innestato elementi, si può dire, di utopia, simboli che richiamano alla speranza, all’accoglienza a partire dai punti cardine della viabilità metropolitana che possono essere considerati come le porte di accesso alla città. Alcuni esempi.

Il primo benvenuto all’ingresso dal lato Sud è dato da L’uomo della pioggia Jean-Michel Folon, la statua in bronzo posta sulla rotonda stradale all’inizio del Lungarno Aldo Moro. Accoglie i nuovi arrivati, fra gli spruzzi della pioggia, con un’espressione leggera, sognante, accogliente. Può essere considerato come il simbolo dell’accoglienza che anima la storia di Firenze.

Dalla parte opposta della città, vicino al casello Nord dell’autostrada, all’incrocio fra due direttrici di traffico, un segno incisivo nel paesaggio urbano è rappresentato dalla chiesa di Giovanni Michelucci intitolata a Giovanni Battista, che di lontano intrattiene come un dialogo con la Cupola del Brunelleschi; chiesa costruita negli anni Sessanta per ricordare i numerosi caduti sul lavoro nel corso della costruzione dell’Autostrada del Sole. Per tutti è diventata la chiesa-tenda dell’autostrada: “Nasce per dare – sono le parole di Michelucci – una risposta al nuovo nomadismo dell’uomo che cerca la pace. Nasce da una chiesa itinerante che è frutto di questa ricerca di pace”.

Poco oltre l’automobilista che esce dall’autostrada al casello di Calenzano, incontra la recente opera di Dany Caravan, Il Tempo, una ruota di 18 metri di diametro, dodici raggi, appoggiata su uno specchio d’acqua. E’ stato scelto un simbolo pieno di significati, che in un luogo di grande passaggio, di ingresso all’area metropolitana, richiama la memoria, la storia della zona, la lontana tradizione agricola dei mulini in un passato legato alla vita dei campi. Richiama anche i più recenti ingranaggi delle macchine, che ricordano l’attuale vocazione industriale del territorio.

Anche il poeta si può misurare con la “nuova” dimensione dei nonluoghi, con la ricerca della rete di relazioni umane e sociali presenti in questi luoghi. “La poesia può risorgere anche nei luoghi della standardizzazione. Un tempo si faceva poesia davanti agli alberi e alla luna. Oggi si può fare poesia sulle autostrade, sugli aeroporti, su quelli che oggi sono chiamati nonluoghi” (A. G. Gargani, Cosa ci racconta la poesia?). Il poeta può scoprire – e aiutare gli altri a scoprire - come gli spazi della standardizzazione, dell’anonimato, si possano rilevare come luoghi veri e propri di identità, di relazioni umane, di gioia o sofferenza.

Da parte mia ho cercato di misurarmi con questo tipo di impegno, con la Raccolta di poesie Nonluoghi, pubblicata come e-book dalla casa editrice La Recherche, Libri Liberi (2009).

Un’anima segreta della poesia “si può nascondere nei non-luoghi sempre aperti e palesi della modernità dispiegata, si ritrova nelle musiche degli e per gli aeroporti, nelle voci metalliche degli altoparlanti delle stazioni ferroviarie, nelle periferie puteolenti e straziate delle Metropoli gigantesche e abbandonate dalla visione dei media, nei mercati infinitamente riforniti e poi vuotati per essere riempiti ancora di merci e di inutile ciarpame, nella prospettiva vertiginosa di un mondo che è più piccolo di un paesino dell’altro secolo ed è sempre così spaventosamente grande e impercorribile” (G. Panella, Quel che resta del verso, n.22. Roberto Mosi, Nonluoghi).

Solo un accenno ad uno dei passaggi della Raccolta di poesie Nonluoghi: in attesa nella sala d’aspetto di Dublino, è possibile ri-scoprire dai testi incisi sui cristalli delle pareti, la grande poesia irlandese di questo secolo, un lungo e raggiante percorso che va da Yeats a Heaney:

Infinito il tempo per l’imbarco

la rete dei voli impazzita.
Sui cristalli della sala d’attesa
scopro la poesia di Yeats,
i versi d’amore di Heaney.
Parlano ai passeggeri
i poeti d’Irlanda.


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