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Una storia
L’Anello del Rinascimento

Per Omero era un piacere guidare come accompagnatore i soci dell’associazione “Piedi liberi” per i dintorni della città. Fu proprio felice quando gli fu dato l’incarico di organizzare il programma di passeggiate – detto in maniera pomposa “Anello del Rinascimento” – che in sette camminate, portava a fare il giro completo delle colline di Firenze, per un tragitto lungo centocinquanta chilometri. L’appuntamento era la domenica mattina presto, alla Stazione o al capolinea dell’autobus, perché la regola da rispettare , da vero ambientalista, era di muoversi solo con i mezzi pubblici.

Preparò un sacco di fotocopie che consegnò agli amici della domenica, per spiegare il senso del programma, i percorsi di ogni domenica, i monumenti, le ville, i ricordi del passato, il paesaggio attraversato di volta in volta. Ad ogni giornata aveva dato un nome appropriato, “la via della transumanza”, “la strada degli etruschi”, “il sentiero dei corbezzoli”, “gli argini e il padule dell’Osmannoro”, “Bivigliano, finestra con Cupola”, “il paesaggio di Michelangelo”, “la via del mulino a vento”.

A ben guardare i fogli delle fotocopie mostravano macchie di umido, segno dell’umidità che invadeva l’angusto sottosuolo che abitava da poco nel centro di Firenze, illuminato da un pertugio di finestra animato dalle gambe delle persone che passavano per la strada. Era una sistemazione trovata con fatica dopo che Lia, impiegata alla Provincia, all’ufficio del turismo, l’aveva fatto sloggiare alla fine di una lunga storia dal suo attichino, pieno di sole, davanti a Palazzo Pitti. Non sopportava più la vita con Omero, sempre pronto a preparare lo zaino (dove non mancavano mai le poesie di Pessoa) per i trekking in ogni parte del mondo, ai quali si erano aggiunti, quando era a Firenze, gli impegni della domenica.

Per i sentieri dell’Anello del Rinascimento Omero procedeva sempre in testa e ad ogni scorcio particolare si fermava, lasciava che i compagni in colonna, lo circondassero e poi parlava con voce entusiasta dei paesaggi trasformati dalla storia, dalla mezzadria, delle forme magiche delle architetture delle ville, delle chiese, dei paesi. In mezzo alle parole sbucava sempre la figura di qualche personaggio, di innamorati, ripresa dal libro del Boccaccio o di conoscenza comune, come la storia di Rosina e il re o quella di Francesca Bertini, fino alle storie dell’ultima guerra e dei partigiani o a quelle, in anni recenti, legati a delitti rimasti famosi, opera del mostro di Firenze.

Ad ogni camminata partecipavano sempre più persone, fino a quaranta, cinquanta, ed era bello guardare la lunga colonna dietro di lui, apparire e scomparire, fra macchie di olivi, cipressi, muretti a secco. Alle sue spalle, camminando, sentiva il germogliare dei racconti, delle storie della settimana, di momenti tristi o felici della vita, ma, soprattutto, di viaggi in mondi lontani appena scoperti o in programma, visti con gli occhi delle donne – in grande maggioranza - o con gli occhi di uno sparuto gruppo di uomini.

La domenica salivano con loro sulle colline i pettegolezzi e le storie della città, che nel corso delle camminate sull’Anello non veniva mai persa di vista, con l’occhio che s’appoggiava subito sull’enorme, amica Cupola costruita da Filippo Brunelleschi, rossa degli embrici sfornati dalle fornaci dell’Impruneta.

La prima mattina era comparsa trafelata all’appuntamento, alla Stazione di Firenze, Diana un’insegnante di lettere, di una bellezza classica e trasparente, di una eleganza naturale, bagnata da molte delusioni della vita, amante del trekking ad ogni latitudine. Era con lei Romano, un giovane scostante, cassiere nella banca cittadina, appassionato di calcio, con la radiolina sempre a portata di mano, che si estraniava del tutto dal gruppo quando doveva seguire le partite della Fiorentina. Sembrava aggregarsi alle gite più per seguire da vicino Diana che per convinzione.

Omero all’inizio del sentiero del primo giorno, che partiva da Pontassieve, dalla riva sinistra dell’Arno, aveva pregato Diana di chiudere la fila per recuperare e, all’occorrenza, spronare i più lenti. Era un bel vedere per lui, soffermarsi, di lontano, sugli ultimi compagni della fila e scorgere i capelli rossi di Diana, con il suo modo di fare elegante e risoluto. Quando Omero si fermava, Diana protestava se la spiegazione iniziava prima del suo arrivo, se perdeva qualche parola dei racconti. Le prime volte ascoltava in silenzio, poi, in seguito, aveva preso ad aggiungere storie sorprendenti dei posti attraversati.

Un momento magico della giornata era quando ci si fermava per consumare il pranzo al sacco, in un prato se c’era il sole, o sotto un riparo, come il loggiato di una chiesa di campagna, se pioveva. Intorno ad Omero si formava il cerchio dei compagni, comparivano di solito bottiglie di vino, e tutti lo incalzavano di domande sui suoi viaggi, a cominciare da Giulio, il più pronto alla battuta, che era un po’ il giullare del gruppo. Omero socchiudeva gli occhi, poi prendeva a parlare delle sue avventure, lo zaino in spalla, nei paesi più diversi, dal Mali, all’Etiopia, alla Cordigliera delle Ande, alla Patagonia. Romano stava in disparte e dopo un po’ di tempo dava in smanie, voleva ripartire presto per essere a casa all’ora giusta per vedere i goal del campionato di calcio. Per questo cadeva sotto le battute feroci di Giulio ed aveva finito per leticare di brutto con Omero.

L’aiuto di Diana era stato prezioso per Omero, come quando non si trovava più Elisa, ragazza eterea e svagata, per i boschi di Monte Morello o, quando, all’Osmannoro, ai margini del padule fra Signa e Calenzano, era sorta improvvisa una fitta nebbia e si era capitati in un accampamento di zingari, dove, grazie all’intraprendenza di Giulio, si finì per fare amicizia.

Una dell’ultime tappe era studiata in modo da finire la camminata, la sera, in una fornace dell’Impruneta dall’antico forno a legna, con la forma dei forni romani, il giorno in cui Mario, un vecchio artigiano, aveva programmato di far fuoco e di cuocere i prodotti di terracotta plasmati nel corso del mese, conche, orci, embrici, mattoni. La maniera di lavorare era quella di sempre, dei tempi del Brunelleschi e della costruzione della Cupola, e l’usanza prevedeva – come avvenne quella sera – di fare festa con la carne (“il peposo”) più saporita cotta nel forno, per tutto il giorno, e con il Chianti migliore. Più tardi, con i cuori infiammati dal caldo del forno e del vino, Mario e i suoi amici presero a declamare Dante – “Farinata degli Uberti”, “Paolo e Francesca”. Fece poi l’apparizione una chitarra e fu la volta degli stornelli, animati dalle parole più sboccate, di arie celebri delle opere più popolari. Diana, trattenuta invano da Romano, si alzò dal tavolo per unirsi al canto di Mario e degli altri, ripreso presto in coro dalle voci di tutti. Volle poi dare prova di un suo pezzo di bravura, la Habanera della Carmen, L’amour est un oiseau rebelle, e mentre la sua bella voce risuonava sotto la volta della fornace, si avvicinava ad Omero con aria ammiccante. Si sentì alle sue spalle un rovinare di piatti e bottiglie, Romano aveva sgomberato con un gesto di rabbia la tavola davanti a lui, si era alzato di scatto ed era uscito fuori per andarsene via da solo. Nei giorni successivi non si fece più vivo con Diana.

All’ultima tappa Omero era come bloccato dalla tristezza, l’avventura era al termine, i compagni erano tutti diventati amici, conosceva ormai bene ognuno di loro, il loro modo di raccontare, di essere allegri, il modo di rispondere alle battute di Vittorio, gli amori che erano sbocciati camminando per i sentieri. Quel giorno, lungo la strada che da Santa Brigida scendeva per i campi a Pontassieve, smise di stare in testa alla fila; allo stesso tempo Diana lasciò la coda della fila e camminò al centro, al fianco di Omero. Raccontò lei, ogni volta che c’era qualcosa di bello da guardare.

Quando il gruppo arrivò nei pressi del grande mulino a vento di Monterifrassine, restaurato di recente, Romano era fermo in mezzo alla strada, un atteggiamento duro, di sfida. Andò deciso verso Diana, la investì con epiteti forti e prese a strattonarla. Omero non ci vide, saltò addosso a Romano, i due presero a lottare, a darsele di santa ragione. Giulio fu il primo che riuscì a mettersi in mezzo fra loro, a costo di qualche cazzotto, poi l’intero gruppo prese Romano per le braccia e sollevandolo da terra, lo allontanò, lontano, lo costrinse ad andarsene per la sua strada.

Non c’era dal mulino di Monterifrassine molta strada per arrivare al punto d’arrivo dell’intero Anello del Rinascimento, nel quadrato antico della piazza di Pontassieve. A Giulio venne naturale prendere la mano di un’amica, poi di un’altra amica, si formò un grande cerchio, un girotondo infinito. Omero si trovò a stringere forte la mano di Diana.

Per il ritorno in città non presero il treno. Trovarono naturale lasciare gli altri. Si avviarono abbracciati per il sentiero che per rive erbose, a tratti piene di cespugli in fiore e di canneti, costeggia l’Arno in riva destra, attraversando alcuni paesi. Arrivarono a Firenze che era già notte e vollero arrivare fino ai piedi della Cupola del Brunelleschi, in piazza del Duomo, per salutarla da vicino o, piuttosto, per ringraziarla.

Firenze, 15 novembre 2007

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