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Le città-mondo e i nonluoghi
La fortuna della parola. L'esperienza di Firenze

Una parola fortunata quella dei nonluoghi coniata nel 1992 dall’antropologo Marc Augè. E’ entrata nel linguaggio comune e sempre più spesso esperti della ricerca sociale, per un verso, e artisti, per l’altro, approfondiscono il senso di questa parola. Si sono svolte poi in varie città mostre di pittura e di fotografia dedicate al tema, nel campo della letteratura, inoltre, si osserva che “un tempo si faceva poesia davanti agli alberi e alla luna. Oggi si può fare poesia sulle autostrade, sugli aeroporti, sui nonluoghi” (Aldo Giorgi Gargani, Università di Pisa).

Questo tipo di riflessione sulla città è senza dubbio, sia detto per inciso, di notevole interesse per Testimonianze, che conta sull’argomento nella sua tradizione momenti importanti di riflessione. Uno per tutti: gli interventi di Ernesto Balducci sulla Rivista, fra i quali il saggio “La città evento” (n. 322/1990).

E’ da notare, d’altro canto, l'insoddisfazione manifestata da più parti, per l’abuso del termine nonluoghi; in alcuni casi infatti non aiuta a cogliere le trasformazioni delle nostre città in un mondo sempre più caratterizzato dal processo della globalizzazione. A questo proposito ci è sembrato un contributo importante il modo in cui Augè è ritornato ultimamente sui concetti legati alla parola, nella Premessa all’ultima edizione del suo libro (Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità con una nuova prefazione dell’autore, Elèuthera, Milano maggio 2009) con un respiro più adeguato ai fenomeni che investono la “città-mondo”, alle tensioni che emergono nel rapporto fra “sistema e storia”, al ruolo che può avere l’architettura e l’arte per riprendere, da parte dell’uomo, il filo della speranza e dell’utopia. Un tipo di riflessione questo, particolarmente produttivo, se riportato alle esperienze in corso nelle nostre città, ad iniziare da Firenze.

I nonluoghi

Marc Augè insegna “Logica simbolica e ideologia” all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. “Antropologo del quotidiano” ed ”etnologo del metrò”, è uno degli intellettuali europei più noti ed apprezzati. A partire dagli anni Ottanta ha spostato la sua attenzione dalle società extraeuropee alla realtà occidentale e gli ultimi studi lo hanno portato dall’Africa alla Francia, a Parigi. Ha elaborato a partire dai primi anni Novanta nuovi modi di intendere le relazioni tra dimensione spaziale e appartenenza ai luoghi, dando il via ad una prolifica riflessione sociologica sull’argomento: in questo contesto nasce il neologismo “nonluogo” per definire spazi deputati alla circolazione, negati agli incontri: svincoli, dunque, come autostrade, aeroporti, gli stessi mezzi di trasporto, i centri commerciali. Posti anonimi e identici che godono di un semplice status: ci si entra perdendo l’identità nella folla, ma anche (specie quando siamo all’estero) con la fiducia di ritrovarsi in un posto riconoscibile e dunque amico.

Se i luoghi tradizionali presuppongono una società sostanzialmente sedentaria, i nonluoghi sono i nodi e le reti di un mondo senza confini e, dal punto di vista architettonico, sono gli spazi dello standard, strutture dove nulla è lasciato al caso, al loro interno è calcolato il numero dei decibel, dei lux, la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità di informazioni. Sono identici a Milano, a New York, a Londra o a Hong Kong. L’utente sembra non curarsi che i centri commerciali siano, in gran parte, uguali. Questo, piuttosto, lo rassicura. “Lo straniero smarrito in un Paese che non conosce – dice Augè - si ritrova soltanto nell’anonimato delle autostrade, delle stazioni di servizio, dei grandi magazzini o delle catene alberghiere”.

A Londra, Parigi, Milano o a Roma si passeggia nello stesso modo: identici i negozi, i mimi, i venditori di cibarie, le macchine per il cambio di valuta, il senso di solitudine. Per sentirci in un contesto sociale non ci rimane che guardare lo spettacolo degli altri che camminano e, a loro volta, ci osservano: uno spettacolo dove attori e spettatori si confondono in un reciproco e continuo scambio delle parti. Nello stesso tempo, le nostre città “si trasformano in musei illuminati, settori riservati e isole proprio mentre tangenziali, autostrade, treni ad alta velocità e strade a scorrimento veloce le aggirano”.

I nonluoghi delle città – mondo

Nella prefazione all’ultima edizione del suo libro (2009, Elèuthera), Augè arricchisce, come si è detto, il suo pensiero sui nonluoghi. Ci presenta un’importante chiave di interpretazione: “nella realtà non esistono, nel senso assoluto del termine, né luoghi né non luoghi. La coppia luogo/non luogo è uno strumento di misura del grado di socialità e di simbolizzazione di un dato spazio.” Certamente dei luoghi (luoghi di incontro e di scambio) possono avere valenze diverse a seconda della prospettiva con la quale si osservano.

Rileva, in particolare, che assistiamo oggi ad una nuova contestualizzazione di tutte le attività umane. La globalizzazione è anche l’urbanizzazione del mondo, è anche la trasformazione della città che si apre a nuovi orizzonti, della città-mondo. “Ogni grande città è un mondo, un riassunto del mondo, con la sua diversità etnica, culturale, religiosa, sociale e d economica”.

Per Augè l’opposizione tra mondo-città e città-mondo è parallela a quella fra sistema e storia. L’architettura urbana, in un certo senso, è l’espressione del sistema. A volte assume aspetti caricaturali, come nella sfida delle città del mondo per costruire la torre più alta. Per altri versi, sembra assumere la dimensione dell’utopia, nelle sue opere più significative: “In questo mondo saturo di immagini e di messaggi, le uniche vie di uscita si trovano dalla parte dell’utopia: solamente l’architettura l’ha compreso, forse all’insaputa degli architetti stessi.” Nelle sue opere più significative, l’architettura sembra fare allusione a una società planetaria, propone frammenti di un’utopia, di “una società della trasparenza che non esiste da alcuna parte”.

Oggi gli urbanisti e gli architetti, al pari degli artisti e degli scrittori, si trovano forse condannati a ricercare la bellezza dei “non luoghi”, resistendo al tempo stesso alle apparenti evidenze dell’attualità. “Gli architetti, ad esempio, impegnati direttamente negli spazi della comunicazione, della circolazione e del consumo, immaginano lo spazio come uno spazio comune suscettibile di far presagire, a quanti ne fanno uso in qualità di utenti, passanti o clienti, che né il tempo né la bellezza sono assenti dalla loro storia. La città è più che mai il luogo di questa speranza e di questa attesa. Ormai rimane solo la città, su questo pianeta di cui gli uomini hanno fatto il giro. Le sue nuove forme evocano il duplice orizzonte del nostro avvenire: l’utopia di un mondo unificato e il sogno di un universo da esplorare”.

La lezione di un’esperienza.
Firenze e il moltiplicarsi dei nonluoghi

Nella trasformazione urbana della città di Firenze degli ultimi decenni si è accentuata la crescita dei nonluoghi, degli spazi di circolazione, di consumo e di comunicazione, sempre più modellati secondo le forme imposte dai processi di globalizzazione, sia nella periferia e nella contigua area metropolitana, che nel centro storico oggetto d’attrazione per i turisti di tutto il mondo. Ci sembra immediato l’interesse per una lettura di questi fenomeni secondo la chiave di interpretazione proposta da Augè, a partire dall’assunzione della coppia luogo/non luogo come strumento di misura del grado di socialità e di simbolizzazione di un dato spazio.

Fermiamo la nostra attenzione sulla periferia, sul paesaggio urbano che si è venuto formando e sulle tensioni simboliche e sul nuovo linguaggio introdotti dall’architettura e dall’arte dei nostri giorni. Mi ha colpito il giudizio sulla periferia di Firenze di Gabriele Basilico “protagonista internazionale della cultura fotografica che da oltre un ventennio va a caccia di paesaggi urbani, di luoghi e nonluoghi della vita quotidiana”. In occasione di una recente mostra aperta a Montepulciano, dedicata alla Toscana, ha dichiarato: “Tutto il paesaggio italiano è una grande carta a rischio. Anche la Toscana. Conosco bene la periferia di Firenze: è una delle peggiori d’Italia. Forse perché il centro è talmente bello?” La parte dunque della città più satura di nonluoghi, appare all’occhio “professionale” di questo esperto – e ci resta difficile smentirlo – come un contesto urbano fra i più brutti che possiamo incontrare.

L’architettura e l’arte con alcuni interventi hanno innestato elementi, si può dire, di utopia, simboli che richiamano alla speranza, all’accoglienza a partire dai punti cardine della viabilità metropolitana che possono essere considerati come le porte di accesso alla città. Ci limitiamo ad alcuni esempi.

Il primo benvenuto all’ingresso dal lato Sud è dato da L’uomo della pioggia Jean-Michel Folon, la statua in bronzo posta sulla rotonda stradale all’inizio del Lungarno Aldo Moro. Accoglie i nuovi arrivati, fra gli spruzzi della piogga, con un’espressione leggera, sognante, accogliente. Può essere considerato come il simbolo dell’accoglienza che anima la storia e oggi, almeno in parte, la vita di Firenze.

Dalla parte opposta della città, vicino al casello Nord dell’autostrada, all’incrocio fra due direttrici di traffico, un segno incisivo nel paesaggio urbano è rappresentato dalla chiesa di Giovanni Michelucci intitolata a Giovanni Battista, che di lontano intrattiene come un dialogo con la Cupola del Brunelleschi; chiesa costruita negli anni Sessanta per ricordare i numerosi caduti sul lavoro nel corso della costruzione dell’Autostrada del Sole. Per tutti è diventata la chiesa-tenda dell’autostrada: “Nasce per dare – sono le parole di Michelucci – una risposta al nuovo nomadismo dell’uomo che cerca la pace. Nasce da una chiesa itinerante che è frutto di questa ricerca di pace”.

Poco oltre l’automobilista che esce dall’autostrada al casello di Calenzano, incontra la recente opera di Dany Caravan, Il Tempo, una ruota di 18 metri di diametro, dodici raggi, appoggiata su uno specchio d’acqua. Con l’apporto dell’artista è stato scelto un simbolo pieno di significati, che in un luogo di grande passaggio, di ingresso all’area metropolitana, richiama la memoria, la storia della zona, la lontana tradizione agricola dei mulini in un passato legato alla vita dei campi. Richiama anche i più recenti ingranaggi delle macchine industriali, che ricordano l’attuale vocazione industriale del territorio.

Ponendo attenzione ai nonluoghi della città secondo una ulteriore prospettiva, possiamo cogliere esperienze di socialità che superano i tradizionali confini dei luoghi classici dell’identità, della vita comunitaria. Richiamiamo semplici esperienze che fanno parte della vita di ognuno di noi, da assumere come casi emblematici.

Una di queste riguarda il quartiere cittadino delle Cure, il sottopassaggio che passa sotto l’omonima piazza e la contigua linea ferroviaria per Roma. Grazie all’opera di un gruppo di persone che in passato vivevano ai margini della società, il sottopassaggio è tenuto pulito, con un’apprezzata attività di volontariato, lucido come un salotto, rallegrato con musica dal vivo o di un giradischi. La sera è considerato come un passaggio sicuro; in uno degli angoli più appartati dormono a volte persone senzatetto, si potrebbe dire, in maniera discreta senza che questo rechi disturbo ai passanti. I muri sono dipinti di graffiti dai colori forti, violenti, carichi di simboli, di versi di poesia: è una vera e propria galleria d’arte che periodicamente rinnova le opere che espone, una sintesi efficace dei disegni fantasmagorici che incontriamo sulle pareti di molti viadotti, sui muri della ferrovia, altri sottopassaggi.

Non lontano da questa piazza, per proseguire negli esempi, vi è un giardino, l’Area verde Pettini Burresi, che non presenta affatto il carattere anonimo, di nonluogo, che spesso hanno i giardini pubblici cittadini. E’ affidato alle cure di un gruppo di volontari ed è frequentato da bambini, giovani, anziani, famiglie, di origini etniche sempre più diversificate. Sotto un antico pergolato vi sono grandi tavoli e sedie, uno spazio molto richiesto per celebrare i compleanni dei bambini del quartiere. Entro l’area del giardino sono presenti servizi per il tempo libero dei giovani e degli anziani. Vicino all’ingresso l’artista Nello Teodori ha realizzato una sorta di panchina composta dalle parole CIAO, dove si può sostare, sedersi. Quando si chiudono i cancelli dopo il tramonto, la parola si illumina, offre un saluto a chi vive nella zona e ai pendolari che passano in treno sulla vicina linea ferroviaria.

Ci sembra infine particolare ma significativa, l’esperienza fatta di recente, nel corso di una lunga, fredda, mattina d’inverno, nella grande sala di attesa del pronto soccorso dell’ospedale di Careggi, dove sostano in attesa i parenti dei ricoverati. Un piccolo angolo della sala era “abitato” da una persona anziana, disabile, vestita con gli abiti verdi della sala operatoria donati, evidentemente, dal personale del pronto soccorso. Con la solidarietà dei presenti si è procurato i mezzi per la colazione e il pranzo, i giornali da leggere e poi da utilizzare per potersi distendere nel suo angolo, curato, in ordine.

L’osservazione sui caratteri dei nonluoghi può estendersi in molte direzioni. Ci limitiamo a ricordare gli spazi destinati al commercio: in più parti della città compaiono sistemi di pannelli dedicati ai “centri commerciali naturali”, da via Gioberti a Sant’Ambrogio, San Lorenzo, Rifredi. Presentano ai cittadini informazioni sula rete presente di minuscoli esercizi, legati alla tradizione, spesso ai prodotti e all’artigianato locali, raggruppati in aree urbane significative per la vita della città. Più volte le piazze al centro di queste aree, sono animate in alcuni giorni da mercatini all’aperto, che rappresentano anche piacevoli occasioni d’incontro fra gli abitanti del quartiere. Il carattere precipuo di queste reti commerciali, è quella di presentare un volto rassicurante, riconoscibile per la memoria e l’immaginario cittadino, il più possibile lontano da quello presentato da altre aree urbane invase da esercizi che fanno parte di catene commerciali internazionali.

Possiamo dunque scoprire, come nel nostro caso, una città in trasformazione piena di tensioni, di vitalità, dove le ragioni della standardizzazione, dell’omologazione sono in campo ma non hanno riportato vittorie decisive. Nella città-mondo, quale può essere definita Firenze con il linguaggio dell’antropologo francese Augè, i tratti di una socialità diffusa, dell’affermazione della sua storia, dei valori e dei simboli della solidarietà e della ricerca della pace, superano gli spazi naturali dell’identità e della comunità per arrivare a dipingere, almeno in parte, i colori dei nonluoghi. E’ un’illusione ottica? Vogliamo sperare di no. Sono tracce che oggi seguono i “dannati della Terra che preferiscono rischiare la morte fuggendo piuttosto che subirla rimanendo nel loro paese. Ingannevoli o promettenti, le luci della città brillano ancora”.
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