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Poeta, narratore e saggista. Paolo Ruffilli è fra i maggiori poeti italiani contemporanei. Nato a Rieti nel 1949, ma originario di Forlì, si è laureato in Lettere presso l'Università di Bologna. Dopo alcuni anni dedicati all'insegnamento a Treviso, dove vive, ha in seguito abbandonato il lavoro di docente per dedicarsi a tempo pieno alla sua attività, in veste di saggista, traduttore, direttore editoriale e collaboratore di quotidiani quali "Il Resto del Carlino", "Il Giorno" e il "Gazzettino". Accanto al suo lavoro di critico c'è la sua produzione letteraria, che consiste in diverse raccolte di poesie edite per i tipi della Forum, Garzanti, Amadeus, Vianello.

Ha pubblicato per Marsilio Editore Le stanze del cielo nel 2008.  Le stanze sono, per Paolo Ruffilli, gli spazi ristretti del carcere e della tossicodipendenza, abitati da soggetti segnati da una costrizione fisica e morale, rassegnati tutti alla perdita della libertà. Colpisce anche in questa opera il tratto essenziale della sua poetica, la concisione e la verticalità del verso. Lo stile poetico di Paolo Ruffilli segue la legge dell'inversamente proporzionale, il meccanismo del dire con poche parole il molto. E' l'arte del levare. Viene in mente, appunto, l'arte di Michelangelo. Per Michelangelo la scultura ere una pratica particolare secondo la quale l'artista aveva il compito di liberare dalla pietra le figure che vi sono imprigionate, per questo egli considerava la vera scultura quella "per via del togliere", cioè di togliere dal blocco di pietra le schegge di marmo. Togliendo le schegge emerge a poco a poco la figura, l'idea che è imprigionata nella materia. Per Michelangelo la scultura è la regina delle arti perché è l'unica tecnica mediante la quale per ottenere una forma bisogna togliere materia. Al contrario nella pittura bisogna aggiungere materia.

La scelta decisa di Ruffilli è dunque per la scultura, lascia alle proprie spalle la pittura, l'elegia. "Nove decimi della poesia sono stati elegiaci e fondati su questo meccanismo - dichiara in un'intervista rilasciata a Maria Antonietta Trupia - Per me non è più così, in quanto ciò che è trascorso non è sentito come al di fuori, ma dentro ciascuno di noi. Il nostro passato è, quindi, quello che siamo. Nella mia poesia non c'è elegia perché non c'è nostalgia del passato …. è un rapporto con l'io profondo." Da Le stanze del cielo un piccolo "intaglio" della felicità espressiva, originale che pervade il libro:

Prigione

Il tavolo e la sedia,
il piccolo scaffale
con pochi libri addosso
e la finestra sul cortile
dove è in corso
già la passeggiata
d'aria regolamentare:
pochi per volta
in marcia collettiva
di mezz'ora.
….che tu respiri
e mordi,inghiotti
e digerisci,
per sopravvivere
a te stesso
sordo e muto
a tutto il resto,
allo stato attuale
delle cose,
confuso e arreso
chiuso qua dentro
rifattoti animale.

Ruffilli ci conduce dunque in due territori, quello della prigione e quello della tossicodipendenza. All'autore interessano tutti gli aspetti della vita e, in particolare; quelli segnati dalla sofferenza e dal male, il male fisico e il male di vivere , come appare immediato dalla citazione iniziale di Mori i Po: "I poeti, al contrario di tutti gli altri, sono fedeli agli uomini nella disgrazia e non si occupano più di loro quando tutto gli va bene:".

Questa citazione suggerisce che esistono molte realtà, "insieme incidenti e parallele, per la cui lettura occorre esercitarsi con cautela e con modestia (con umanità se non con amore) oltre ogni abbaglio dell'immediatezza." (dalla Prefazione di Alfredo Giuliani). Sentiamo la voce piana e ossessiva, allo stesso tempo, del "carcerato" e del "drogato", che hanno perduto "per colpa propria o altrui la luce" della libertà. "La voce del tossico è ora lucidamente invasata e ora altrettanto lucidamente disperata":

Il sogno

Ma non mi piango
addosso,
non ho mai chiesto aiuto
e so che,quando
ti sei infettato,
non ne guarisci più
anche se smetti
e pure da guarito
continui a essere malato.
Riconosco l'errore
e so nel vivo
per ogni grammo di piacere
i quintali di dolore
di vomito e di noia
che è costato,
per tanto paradiso
quanto inferno di più
ho attraversato.
Ma è stato
il mio sognare
di slegare la libertà
dai vincoli del corpo
che mi ha tradito
e incatenato
da dentro all'infinito.

Sono versi che ci fanno rabbrividire, risuona dentro di noi come la battuta di un gong che dal piccolo spazio della costrizione personale, ci catapulta sull'orizzonte di pensieri generali che affiorano di continuo nell'epoca strana, difficile che stiamo vivendo, quella della "democrazia mite che lascia che ciascuno si comporti come crede" (Gustavo Zagrebelsky) e quella di un bell'insieme di tensioni, della "anarchia degli spiriti sotto la sovranità della legge." (Luigi Einaudi). S'incontrano sul percorso i temi dell'incertezza, dell'insicurezza, del rapporto tre Io e Noi, tra folla e potere.

Si può fare ricorso a un racconto di Kafka intitolato La tana, citato peraltro in un bel saggio di Remo Bodei ("Democrazia senza passioni"). In questo racconto un essere, che non si capisce bene se umano o animale, medita sulla possibilità di abbandonare la sicurezza della tana per esporsi alla libertà, ma anche al pericolo dell'esterno, medita se sia meglio mantenere la sicurezza a costo della chiusura in se stessi oppure se sia meglio essere liberi e rischiare. La grandezza di Kafka consiste nel lasciare tutto nell'ambiguità: non c'è predica che dica "andate fuori perché è meglio", ma non c'è nemmeno la difesa della sicurezza in noi stessi.

Nella poesia/racconto di Ruffilli - la prima risposta che viene di dare - non vi è ambiguità, l'ago della bilancia pende dalla parte della libertà. Ma a ben vedere, i tratti non sono così chiari. "Il procurare il male degli altri e il proprio, dentro l'enigma della vita, va considerato con più dubbi e meno certezze" (Dalla Prefazione). Come il detenuto tenta di opporsi alla totale cancellazione della sua personalità nella reclusione, così il drogato rifiuta di farsi omologare dentro categorie scontate. Di fronte a quest'uomo dallo sguardo spento.. ecco nascere e consolidarsi un rispetto nei confronti dei comportamenti anche più efferati, delle scelte distruttive e suicide. "Un rispetto non da "buon cristiano", ma di un'intelligenza sensibile che sospende il giudizio e si sforza di conoscere fino in fondo per capire."

Paolo Ruffilli non si erge a giudice, non divide il bene dal male, non libera il reale dalle nebbie dell'ambiguità, si occupa dei pensieri della gente e di quello che le persone sono, non di quello che fanno, pone in rapporto ciò a cui dà voce con il contesto sociale in cui si muove e parla, dal particolare passa all'universale. La sua voce acquista il tono anche della poesia "civile" in un percorso di ricerca che ha insieme i sapori forti della vita e il ritmo di un pensiero serrato, fasciato da una musica inconfondibile, essenziale, libera di ogni nota ridondante, elegiaca.

Recensione
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