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Linguaggi dell’arte e cultura della convivenza

1. Due recenti esperienze

Ci chiediamo spesso che cosa può fare l’arte per far conoscere i problemi e i drammi della nostra epoca, per affermare i diritti dell’uomo e per sostenere le ragioni della pace. Le risposte non sono facili e in alcuni casi si dimostrano astratte, evanescenti. Credo che siano di grande valore le esperienze portate avanti, in maniera concreta, nei diversi versanti e contesti del mondo dell’arte. Ho avuto la fortuna di partecipare a due manifestazioni culturali quanto mai diverse fra loro, alle quali merita però prestare attenzione per la comune ricerca di risposte a questioni fondamentali per la vita nostra e degli altri.

Daniel Barenboim, celebre pianista e direttore d’orchestra, ha preso parte alla Settantesima Edizione del Maggio Fiorentino, dedicata al tema “Mito e Contemporaneità”, e prima della serie di concerti ai quali ha dato vita, da solo e insieme all’amico Zubin Mehta, riscuotendo in ogni serata uno strepitoso successo, ha incontrato il pubblico di Firenze per parlare della sua idea di arte e del suo impegno civile a favore del dialogo fra Palestina e Israele.

Si è tenuta poi a Milano, negli spazi dell’Hangar Bicocca e in altri luoghi della città, Emergenze un programma, d’incontri, mostre, rassegne sui temi dell’emergenza umanitaria e sociale, “da quelle dell’agenda politica globale e mediatica a quelle più invisibili, e forse più insidiose, che il senso comune tende ad ignorare o a dimenticare.”. Fra i protagonisti dell’iniziativa, William Kentridge, artista tra i maggiori della nostra epoca, nato nel 1955 a Johannesburg, che negli anni Ottanta e Novanta ha raccontato con i suoi disegni la violenza dell’aparheid in Sudafrica. L’artista ha creato per l’appuntamento milanese di Emergenze, una serie di disegni che sono stati ripresi a piena pagina, per quattro domeniche da “Il Sole-24 Ore”. Si ricorderà che l’ultimo disegno pubblicato, rappresenta il globo che soffoca, si gira indietro, appesantito e ormai sostenuto dalla propria maschera a gas.

2. Il musicista Daniel Barenboim e il divano occidentale orientale

Daniel Baremboim è un uomo dalle molteplici identità e appartenenze, parla numerose lingue, s’interessa di scienza e filosofia, dei temi dell’educazione musicale e della difesa della professione del musicista, in quest’epoca stravolta da una diffusa mentalità consumistica. Nato in Argentina 65 anni fa in una famiglia di ebrei provenienti dall’impero zarista, è cresciuto in Israele. Vive e lavora tra Germania, Israele, Stati Uniti, con frequenti presenze in Palestina e in Italia. Uno dei suoi primi concerti, lo tenne a dieci anni nel nostro Paese, come pianista, e negli anni successivi ha partecipato ai corsi dell’Accademia Chigiana di Siena con compagni d’eccezione, come Zubin Mehta e Claudio Abbado.

Nell’incontro con il pubblico del Maggio Fiorentino – guidato dal giornalista dell’“Espresso” Wlodek Goldkorn – è emersa la sua figura di grande intellettuale e d’uomo impegnato, che non riesce a definirsi “solo artista”, ma vede il successo raggiunto come un mezzo per intervenire a favore delle difficoltà, a volte, delle tragedie, degli altri.

Ritiene che bisogna lottare contro l’opinione di chi considera la musica come qualcosa di distante dalla vita. Perché non lo è, perché ha a che fare con l’essere umano, ed è inconcepibile che non occupi più quel posto che le competerebbe nella società. Per i più, infatti, la musica non esiste, neanche per gli intellettuali, colpa dell’inadeguatezza dell’istruzione musicale, in tutto il mondo. Il rammarico di Barenboim sulle attuali sorti della musica non sa di difesa d’interessi corporativi, professionali: “Il fatto che la musica non possa essere spiegata è causa del suo accantonamento. Ciò non vuol dire, tuttavia, che sia priva di contenuto. Anzi. E’ una vera e propria maestra di vita. Prendiamo il suonare in orchestra. Che noia, pensa qualcuno. Eppure che altro è l’orchestra se non un modello di democrazia? Lì ognuno sta al servizio degli altri. Bisogna ascoltarsi a vicenda. Ciascuno deve poi esprimersi al massimo, perché se non dai non puoi pretendere di ricevere”.

E’ convinto che la musica possa migliorare il mondo e i suoi progetti sono sostenuti da questa convinzione. Si sofferma in particolare su un’idea del 1999, quando la città di Weimar, capitale europea della cultura, gli chiese un progetto speciale per celebrare l’avvenimento. Barenboim si ricordò di un libro di Wolfgang Goethe, Il divano occidentale-orientale e gli parve estremamente attuale: «Fu lui uno dei primi tedeschi ad interessarsi davvero agli altri Paesi: cominciò ad imparare l'arabo a più di sessanta anni ».

Ed ecco l'idea: far sedere sullo stesso divano, oggi, Occidente e Oriente: per lui musicista e persona che non smette di credere all'utopia della pace, significò formare un’orchestra dove giovani israeliani e arabi potessero suonare assieme. La città di Weimar accettò il progetto e appena ne fu dato l'annuncio, duecento ragazzi arabi – tra i quali numerosi palestinesi. – chiesero di poter partecipare alle audizioni e alcuni rivelarono un talento indiscutibile. Altrettanti furono gli israeliani. Barenboim spese tutto il suo prestigio e con la preziosa collaborazione dell'intellettuale palestinese Edward Said (oggi scomparso), fu creata una Fondazione; il governo dell'Andalusia si offrì di ospitare l'orchestra durante le prove. E l'utopia prese corpo: la formazione della Western-Divan Orchestra.

.Una data fondamentale è il 21 agosto 2005, giorno nel quale l’orchestra tenne un concerto al Palazzo della Cultura di Ramallah “Organizzarlo, vincendo controlli e veti incrociati, dispetti, boicottaggi, è stata un'impresa, ma il suo esito – ricorda Barerenboim – rimane assolutamente indimenticabile».

Assieme alla West-Eastern Divan, sono nati in Palestina anche «asili musicali»: per radicare la musica fra i giovani e per ricordare che non esistono solo guerra, campi profughi, attentati, rappresaglie.

L’idea politica sulla quale è fermo Barenboim, è che “non esiste una soluzione militare al conflitto israeliano palestinese, due popoli il cui destino è inestricabilmente legato. In quest’orchestra giovani dell’uno e dell’altro Paese s’incontrano, condividono la stessa passione per la musica, suonano agli stessi leggii. E’ un laboratorio di convivenza”.

3. Emergenze a Milano. Kentridge racconta con il disegno, in aiuto dell’uomo

I disegni di William Kentridge, apparsi recentemente sui supplementi domenicali de “Il Sole – 24 Ore”, fra il mese di marzo e aprile, non erano che il tassello di un progetto più vasto d’incontri, mostre e allestimenti artistici tenuti a Milano sui temi dell’emergenza umanitaria e sociale.

Sorprende il dispiegamento di risorse, d’energie, di messaggi mediatici, realizzato per quest’occasione nella metropoli milanese, con risultati che certamente richiedono un’attenta verifica. Il progetto è stato promosso da Hangar Bicocca e The Family, in collaborazione con la Fondazione Adriano Olivetti, “Il Sole-24 Ore” e “Reset”, con il patrocinio d’istituzioni internazionali, nazionali e locali, e il sostegno di Enel, Pirelli e Grandi Stazioni.

Le finalità del progetto erano senz’altro ambiziose. “Viviamo in una società globale – si legge nelle premesse al progetto – strettamente interconnessa, dove lo stato di crisi è divenuto la regola” e dove le emergenze umanitarie e sociali non sono più “quelle degli altri”, ma riguardano tutti. “In tale contesto l’arte e la cultura hanno un ruolo importante, di sensibilizzazione e di riflessione, d’impegno e responsabilità”. Dalla volontà di rilanciare questo ruolo, è nato Emergenze, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica fornendo allo stesso tempo un’occasione d’approfondimento, di riflessione e d’incontro tra il mondo della cultura, il terzo settore e varie realtà economiche sensibili al sociale. Il programma è stato pensato per diventare un appuntamento annuale nella prospettiva di un esteso coinvolgimento d’istituzioni pubbliche e private, associazioni culturali locali e internazionali e spazi della città oltre a radio, stampa e altri canali di comunicazione.

“Si può fare qualcosa per le emergenze che assillano il mondo, partendo da una posizione defilata com’è quella dell’arte visiva e rifiutando dei codici troppo patentemente politici? – si chiede la giornalista Angela Vettese (“Il Sole-24 Ore”, 8 aprile 2007) – Una vecchia e dibattuta questione sempre pronta a ritornare a galla. Non si può fare molto, sembra essere la risposta della rassegna organizzata all’Hangar Bicocca di Milano, ma già dare un’immagine ai fatti è un’operazione capace di favorire la memoria e diventare il più pericoloso nemico del male, almeno nei nostri giorni: l’oblio in cui tutto si spegne dopo il suo quarto d’ora di ribalta.”.

“Not Afraid of the Dark”, la mostra che faceva parte del più vasto ciclo Emergenze che ha animato Milano, è stata fatta apposta per stampare nella memoria visiva i volti di drammi diversi e sparsi in giro, sia nella storia che nel mondo.

Fra gli altri artisti, Kutlug Ataman, uno dei migliori artisti turchi del dopoguerra, ha proposto una rappresentazione del quartiere di Istambul dove s’incontrano i relitti ideologici o religiosi della città, dai fondamentalisti più accesi ai curdi, ai dissidenti politici. Li divide quasi ogni cosa – cibo, credo, famiglie – ma “li unisce lo stato comune d’isolamento e questo crea, in quell’angolo di una città tra due mondi, una bolla di pace nervosa”.

L’americana Jenny Holzer, che utilizza il linguaggio verbale, ha dato un’idea dei documenti segreti che percorrono l’etere o i cavi o comunque le nostre vite decidendole in parte. I testi sono brani di lettere di soldati, prigionieri, politici, protagonisti a vario titolo delle guerre in cui gli Usa si sono fatti protagonisti come reazione all’11 settembre. “Di segreto in segreto si entra in un bunker di pensieri che dal privato si spinge verso il pubblico e di qui al destino dell’uomo o quantomeno del suo impero maggiore”.

Santiago Sierra, ha riproposto una sua opera classica, “Lotta di Classe”, che prende un intero ambiente e che lo invade e lo sovverte come farebbe una rivoluzione. Sierra si riferisce al tentativo di adattare alle condizioni più diverse il pensiero comunista: “anche a questa ex fabbrica milanese che si rinnova con l’arte contemporanea, ma conserva nella sua stessa dismissione il cambiamento di un quartiere, di una città, del sistema produttivo di un Paese e con esso la nascita di un nuovo modo di essere poveri. Forse una povertà meno evidente, ma certo rosa da più invidie di quando era condivisa da centinaia di lavoratori concentrati nello stesso capannone e in un destino comune”.

Il protagonista dell’evento è stato, come si è già ricordato, William Kentridge, sudafricano bianco, figlio d’avvocati che hanno difeso i diritti dei neri. La sua tecnica del disegno, con la quale ha descritto dapprima l’oppressione dell’Apartheid, lo ha portato a produrre i disegni che ”Il Sole-24 Ore” ha pubblicato negli inserti domenicali.

Nel testo di presentazione sul giornale si afferma che questi disegni rappresentano un atto d’accusa contro la information society, una società dove l’informazione è il prodotto più importante del consumismo; si fanno le guerre, ci si uccide ormai per darne notizia. “Si trattava di creare una temporalità rallentata, un fotogramma di film a settimana”.

Fra i disegni, un globo pesante che cammina da solo in una landa desolata; una pagina “personalizzata” da Kentridge, che sembra esprimere la diffidenza del lettore, che cerca di capire cosa leggere tra mille notizie devastanti; un’immagine che rappresenta di nuovo una pagina di giornale trasformata in un grande disegno, tratto dalla Strage degli Innocenti di Giotto. Anche in questo caso “il suo sguardo, profondamente partecipe e allo stesso tempo demistificante, tende a decostruire ogni apparato retorico, ad individuare la controparte antieroica della storia, ad indurre coinvolgimento e compartecipazione.”.

William Kentridge coltiva idee di speranza (Intervista al “Corriere della Sera” del 27 marzo 2007), ha fede nella cultura, nel potere del racconto, nella sua possibilità di venire in soccorso all’uomo, di incidere sulla realtà: “Si può ancora credere nella possibilità di cambiare il mondo. Direi che la speranza è l’ideale più alto. Credere nell’assenza del destino, nel fatto che la gente può cambiare il proprio futuro”. Il compito dell’artista è importante: “ Nell’atto di creare c’è sempre qualcosa che non è solo una registrazione, ma una costruzione nuova della realtà. Il senso d’ogni artista è fare qualcosa di nuovo nel mondo. Quindi non c’è un mezzo migliore dell’altro, ma solo la necessità, che io trovo personalmente nel disegno, di partecipare alla creazione con un nuovo elemento d’energia”.

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