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Stella. Poesie 2014 – 2019

Ho scoperto in questa strana estate della pandemia, l’ultimo libro di Luigi Fontanella: l’autore ci dice, nella nota finale, di dover considerare l’opera come un polittico, composto di cinque sezioni che non riflettono una sequenza cronologica ma un ordine mentale e strutturale. Queste parti sono: Canto del distacco, La vita in cerchio, Kind of Blues, Familiari.

La raccolta di poesie può essere considerata come l’incontro con un viaggiatore, un aedo sapiente e fascinoso, che ci parla del canto di terre vicine e lontane, del profumo, della loro natura incantata, con tratti tenui che si dissolvono, esplodono poi in linee marcate per svanire poco dopo in luci luminose.

Ci informa il poeta che il titolo, Monte Stella, “è il nome della montagna che si stagliava poco lontano dalla nostra abitazione a Salerno, dove io ho abitato con la mia famiglia dal 1949 al 1956, una montagna che non ho mai scalato ma sulla quale, affacciato dal nostro balcone, fantasticavo a lungo”.

Ognuno di noi ha il suo Monte Stella davanti alla finestra della sua infanzia, una cima da conquistare, da raggiungere ma che rimane, come i sogni, lontana, irraggiungibile. Per me, alla periferia di Firenze, era la cima aspra di Monte Morello, ricordo i momenti passati ad osservare i particolari di quella montagna, a fare progetti per raggiungere i sentieri, ad immaginare il mondo che si nascondeva oltre la cima.

Mi ha colpito questa metafora del monte che viene posta come al centro del nuovo libro, questo mi ha dato la possibilità di riconsiderare in una nuova prospettiva la rete di incontri che periodicamente l’amico Luigi Fontanella ha proposto nei luoghi della tradizione letteraria fiorentina, dove ha presentato le sue nuove opere insieme a passaggi significativi della rivista Gradiva. Sono state per me occasioni importanti, uniche per scoprire, di volta in volta, un mondo più vasto oltre la provincia solcata dall’Arno, per approfondire il senso della sua ricerca poetica, per rivolgere lo sguardo verso gli sconfinati spazi del Nuovo Continente.

Fra le occasioni d’incontro, ricordo con commozione quella dedicata alla presentazione del poemetto Bertgang (Moretti & Vitali, 2012) nella sala “Pestelli” del Palazzo Medici-Riccardi, con la lettura di testi accompagnata dalla musica del compianto Pierluigi Mencarelli, già primo flauto al Maggio Musicale Fiorentino. Cercai di rendere la suggestione dell’incontro con un articolo pubblicato dalla rivista “Testimonianze” (n. 484/485 del 2012), nel quale richiamavo alcuni autorevoli commenti sull’esperienza di ricerca e di vita di Luigi Fontanella:

“Giuseppe Pontiggia ha definito la sua poesia, “poesia nomade” come la sua vita, “intersezione di Mediterraneo e Atlantico, incontro di traduzione di lingue, fusione di classicità e di avanguardia”. Milo de Angelis è sulla stessa lunghezza d’onda nel commentare la poesia di Fontanella. Rileva che si scoprono due facce nel suo “viaggio” attraverso il mondo della poesia, che si riconducono a uno solo: una faccia del moderno, legata a New York, e una dell’arcaico, nel “susseguirsi di paesaggi mediterranei, colti nel loro incanto temporale”. Questi due momenti, non si contrappongono, ma sono fra loro complementari. I fermenti classici del Mediterraneo, sono del primo versante “la radice misteriosa e feconda.” Si può dire, dunque, che Luigi Fontanella “ci conduce a una nuova e suggestiva idea del ritorno.”

Fontanella, dunque – poeta, narratore, saggista, drammaturgo – presenta con la sua opera, le vicende di un viaggiatore del nostro tempo, che ritorna alle terre delle origini dopo aver attraversato lontani paesi. Un tratto questo che ho approfondito con una recensione (si veda “LaRecherche.it”, aprile 2018) per il romanzo “Il Dio di New York”, Passigli Editore 2017, nel quale il protagonista Pasquale/Pascal, originario della terra d’Abruzzo, trova nell’amore per la nuova lingua, l’inglese, che è costretto ad imparare, nella passione per la letteratura e la poesia, la via del riscatto da dure condizioni di emarginazione e della affermazione personale di uomo e di poeta.

Anche in questa recente raccolta di poesia, specie nella sezione KIND OF BLUES. Quadri sparsi di un autoritratto, riecheggia l’amore per la nuova terra di adozione, la sorpresa per il suo fascino e, allo stesso tempo, per le sue contraddizioni.

A un tratto hai bisogno di uscire, mentre
di colpo è arrivata la sera.
Si disperdono per la strada ombre
persone senza nome. Poco fa
c’erano forse più possibilità.
Ma ecco un battito d’ali:
una rondine allegra e smemorata
(Poco fa.
Non chiedermi altro).

La prefazione di Sebastiano Aglieco al libro “Monte Stella” presenta in maniera magistrale i passaggi dell’ultimo “viaggio” che propone il poeta Fontanella, “che la sua biografia incatena, vestendoli amorevolmente del colore viola di un cielo all’occaso, eppure splendente di vita, di ricordi, di formule alchemiche sempre in procinto di trovare la pietra filosofale della conoscenza e infine dell’oblio”. La musicalità del verso si fa preziosa intorno a figure familiari, come nel caso delle parole dedicate alla madre Nedelia.

Vieni da terre assolate, rocce
pazienti che il mare non smette
di rosicchiare in un moto perpetuo
a occhi di bambola che si aprono
e si chiudono. Ombre
che salgono rapidamente
sulla cresta delle colline. Qui
l’erba raccolse una mattina
il tuo corpo senza peso.

Su una terrazza addormentata al sole
grida di bambini carambolano
da una pietra all’altra. Il tempo
è fermo nei capelli di questa madre
vigile
sigillata di là dai vetri.

Una musicalità che dà una particolare vita al verso, come nel caso di un passaggio della poesia dedicata alla figlia Emma.


Figlia mia, figlia vermiglia, figlia smeralda,
figlia marmala e agretta
figlia figlia
mia unica figlia
figlia sognata,
figlia dispersa
separata e ritornata.

Non scordarti mai che tu mi sei figlia.

“Monte Stella” è dunque un libro ricco di conferme e di sorprese nel viaggio poetico di Luigi Fontanella, che lo rende ancora più vicino a noi, che lo seguiamo dalla terraferma con sempre rinnovata curiosità e ammirazione.

Qui si celebra il canto del distacco.
Una porta sui campi.
La gabbia vuota.
Il richiamo di capelli e sorrisi
da un balcone all’altro. Siamo
solo bambini, conchiglie
dimenticate al vento.

Recensione
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