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Ridare bellezza al caso

E’ fondamentale riscoprire un modo più umano e creativo di vivere la città, disertando, pur senza demonizzarli, i “nonluoghi” del consumismo e andando, in modo liberatorio, “a zonzo” per le strade.

In tempo di surmodernità

Una riflessione critica sugli stili di vita e sui consumi di massa, sulla loro interazione con la sfera dell’autodeterminazione individuale chiama in causa una pluralità di competenze, fra le quali quelle di carattere sociologico, antropologico legate ai modi di vivere gli spazi pubblici delle città. A questo riguardo presentano un interesse particolare le relazioni che le persone stabiliscono con i luoghi della comunicazione, del passaggio, del commercio.

La chiave di riflessione che intendiamo utilizzare è la stessa ripresa in un recente numero di Testimonianze (Firenze: città mondo e nonluoghi, n.2/2009, pp. 71-75), suggerita dagli studi dell’antropologo “del quotidiano” Marc Augè, che agli inizi degli anni Novanta creò il neologismo “nonluoghi”, riferendosi alle stazioni, aeroporti, le grandi vie di comunicazione, gli stessi mezzi di trasporto, i mercati (Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Elèutheria 1992). Posti nei quali si perde l’identità personale nella folla, ma anche luoghi riconoscibili e dunque “amici”, nei quali si rispecchiano frammenti simili di stili di vita. Se i luoghi tradizionali presuppongono una società sostanzialmente sedentaria, i nonluoghi sono i nodi e le reti di un mondo senza confini e, dal punto di vista architettonico, sono gli spazi dello standard, della declinazione di questi in numero di decibel, lux, lunghezza dei percorsi, frequenza delle soste, tipo e quantità di informazioni da fornire. L’utente non si cura che siano identici a Milano, a New York, a Hong, Kong, anzi questo aspetto lo rassicura.

La cornice entro la quale si muove il pensiero di Augè è la società della surmodernità, colta nella fase di evoluzione ulteriore rispetto al postmodernismo, animata da fenomeni sociali, intellettuali ed economici, connessi allo sviluppo delle società complesse della fine del ventesimo secolo, con particolare riferimento alla sempre più invasiva diffusione della globalizzazione nella vita degli individui e quindi nei loro stili di vita. La condizione di surmodernità è legata per l’antropologo francese alla figura dell’eccesso, nei suoi aspetti di eccesso di tempo (per la sovrabbondanza di avvenimenti nel mondo contemporaneo), eccesso di spazio (apertura dello spazio per lo sviluppo dei mezzi di trasporto rapido, dimensione che porta alla moltiplicazione dei nonluoghi), eccesso di ego (l’individuo si considera un mondo a sé). Muovendosi entro questa cornice, Augè precisa che “nella realtà non esistono, nel senso assoluto del termine, né luoghi né nonluoghi. La coppia luogo/nonluogo è uno strumento di misura del grado di socialità e di simbolizzazione di un dato spazio.”.

Questa scelta sembra rispondere, d’altro canto, all’insoddisfazione, manifestata da più parti, per l’abuso del termine nonluoghi, che non aiuta a cogliere i caratteri specifici delle trasformazioni delle nostre città in un mondo sempre più caratterizzato dal processo della globalizzazione. “Ogni grande città è un mondo, un riassunto del mondo, con la sua diversità etnica, culturale, religiosa, sociale ed economica”.

Per Augè poi l’opposizione tra mondo-città e città mondo è parallela a quella tra sistema e storia. L’architettura urbana, in un certo senso, è l’espresione del sistema. A volte sembra assumere la dimensione dell’utopia, nelle sue opere più significative, pare alludere a una società planetaria, propone i frammenti di un’utopia. Urbanisti, architetti, artisti, scrittori, poeti si trovano oggi, con i loro diversi strumenti e linguaggi, a ricercare i caratteri specifici dei nonluoghi, delle loro analogie e delle loro diversità, anche, a volte, dell’originalità, della loro bellezza, delle nuove forme che evocano: l’utopia di un mondo unificato e il sogno di un universo da esplorare.

Il nuovo “umanesimo dei ciclisti”

Come è stato indicato nell’articolo prima citato, pubblicato su Testimonianze, sembra di immediato interesse interpretare la vita nei diversi contesti urbani, secondo la chiave di interpretazione fornita, nell’epoca della surmodernità, da Augè, a partire dall’assunzione della coppia luogo/nonluogo come strumento di “misura del grado di socialità e di simbolizzazione di un determinato spazio”. Si può arrivare alla costruzione di una mappa della città con macchie di diverso colore, legate alla natura e alla scala di queste misure.

Abbiamo tentato una ricostruzione di questa mappa per Firenze, città-mondo - come è possibile definirla - dove ci è sembrato di poter scorgere trasformazioni piene di tensioni, dove le ragioni della standardizzazione, dell’omologazione sono in campo. Insieme a queste abbiamo colto i tratti – riportati, idealmente, sulla nostra mappa – di una socialità diffusa, del recupero di forme di identità, del senso della comunità. Si diffondono, spesso con il linguaggio dell’arte, i simboli della solidarietà e dell’utopia, che invadono, trasformano il senso “naturale” dei nonluoghi. Abbiamo richiamato gli inteventi di architetti e artisti, come Giovanni Michelucci, Dany Caravan, Jean-Michel Folon, la loro interpretazione della storia dei luoghi e la proposta di inserire tracce di utopia.

E’ stato poi agevole “scoprire” modi particolari nel vivere alcuni spazi, l’affermarsi di diffuse forme di socialità, riferite a stazioni, giardini pubblici, sottopassaggi di linee ferroviarie, centri commerciali, che presentano un volto rassicurante, riconoscibile per la memoria e l’immaginario cittadino, lontano da quello presentato da altre aree urbane invase dalle forme proprie del volto della globalizzazione.

Dal disegno di questa mappa emergono aspetti reali della vita della città - lontani spesso dall’ufficialità dei poteri - comportamenti diffusi e stili di vita dei cittadini. Lo stesso Augè ci aiuta a tener conto di una variabile fondamentale per scoprire la geografia della città. “Si tratta semplicemente di ridare bellezza al caso, di cominciare a spezzare le barriere fisiche e sociali o mentali che irrigidiscono la città e di ridare senso a una parola, una bella parola: mobilità.” Per lo studioso francese il mezzo “principe” per questa conquista è la bicicletta, secondo le esperienze (alle quali partecipa con passione) sempre più diffuse a Parigi, un mezzo che permette di ricomporre il mosaico frammentato dei luoghi dell’identità e dei nonluoghi. Egli sostiene il “nuovo umanesimo dei ciclisti”, un nuovo stile di vita in definitiva, che annulla le differenze di classe, induce all’uguaglianza, riconduce l’esistenza delle nostre città a tempi e ritmi più sostenibili, trasforma le vie urbane in spazi da scoprire con la cadenza regolare della pedalata e apre le porte, in ultima analisi, al sogno e all’avvenire” ( M. Augè, Il bello della bicicletta, Bollati Boringhieri, 2008).

Su questa strada sono impegnati vari autori, che raccolgono il senso profondo di uno stile di vita che si sta sempre più affermando, come il filosofo e antropologo Ivan Illich che ha scritto un vero e proprio Elogio della bicicletta (Bollati Boringhieri, 2006): “La bicicletta richiede poco spazio – afferma - Se ne possono parcheggiare diciotto al posto di un’auto, se ne posono spostare trenta nello spazio divorato da un’unica autovettura.”

“Eccesso di ego” e “passeggiata liberatoria”

Idee nuove, condivise si proiettano oggi nella geografia della città, determinano nuovi stili di vita, una nuova etica del consumo. I fili da seguire per illustrare questi fenomeni presentano parti lineari e parti che si aggrovigliano in nodi complessi, sui quali occorrerebbe soffermarsi a lungo. Nella riconquista e nella rivalutazione di luoghi anonimi, della standardizzazione, risaltano, ad esempio, progetti che “proiettano” negli spazi urbani alcune istituzioni culturali e educative, come biblioteche, musei, teatri, agenzie formative. Sono note le esperienze di biblioteche pubbliche che escono, per così dire, dalle loro mura e portano i loro lettori ad animare spazi pubblici esterni, nonluoghi, con la lettura comune, la discussione, ad alta voce, di libri, racconti, poesie. Per queste esperienze si può ricorrere al bibliobus, all’organizzazione di iniziative dal nome particolare, come pedalate o camminate letterarie. Sono iniziative alle quali si dà visibilità per promuovere relazioni fra gli utenti, i cittadini nei diversi tipi di luogo. L’obiettivo in definitiva è quello dell’incontro senza limiti, separazioni, confini, per passare, forse, per dirla alla maniera di Augè, dall’eccesso di ego, dall’induavidualismo, a ritrovare il senso della comunità, cercando di ri - modellare gli spazi urbani senza subirne i condizionamenti. Anche per questo versante passa la ricerca di nuovi stili di vita, di un’etica del consumo.

E’ proprio viaggiando, andando a zonzo per le città che si possono, nell’epoca della surmodernità, scoprire nuovi tasselli che si vanno a ricomporre nella mappa urbana da costruire idealmente, come si è detto, secondo la coppia dei luoghi/nonluoghi. Nei giorni passati, ad esempio, proprio a Milano, manifestini posti agli angoli delle strade, invitavano a partecipare alla passeggiata liberatoria di una via animata, assai frequentata della città, via Padova, dove si sono verificati anche recentemente episodi di scontro, di tensione razziale.

A tutti i cittadini che amano via Padova! – iniziava il manifestino – Perché è la via in cui abitiamo, in cui abbiamo deciso di far crescere i nostri figli, è una via bella multicolore, è multietnica. / A tutti i cittadini che non vogliono il coprifuoco, i rastrellamenti degli abitanti stranieri, … / A tutti i cittadini che vogliono vivere in pace, convivere in fratellanza con i cittadini di ogni provenienza, l’applicazione dei principi etici e politici della nostra Costituzione / Partecipa con noi alla passeggiata liberatoria ... / Porta i tuoi bambini, il tuo vicino di casa, la musica, i palloncini. / Faremo insieme il giro del mondo in quattro chilometri  / Gli abitanti di via Padova.

Registrando le parole di questo messaggio, ci è sembrato di raccogliere un tassello di quella mappa di cui abbiamo parlato. Vorremmo che questo tassello si espandesse nella geografia della città, non rimanesse una macchia isolata. Ad ogni modo l’averlo raccolto, rappresenta senza dubbio un segno di speranza.


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