Servizi
Contatti

Eventi


Sinfonia per Populonia
Quattro tempi, Inverno, Primavera, Inverno

Firenze, “Casa di Dante”, 11 aprile 2012

Menabò della serata
Presentazione Graziella Marchini, presidente
Introduzione Roberto Mosi, Severino Saccardi

I — Parte

Musica: Berio Sequenza
Proiezione di foto e disegni ( che riprende nelle parti successive)
Lettura Roberto Mosi

Inverno

Caos

Labirinto caos
domato da Dedalo
misura finita circondata
dal mare infinito.

Scrosci d’acqua
sciolgono la notte,
Populonia è muta
aggrappata alla costa,
ruscelli di melma
uccidono il mare,
le scorie galleggiano
precipitano sul fondo.
Labirinto passione
di Teseo per Arianna
il filo teso
nei meandri dell’amore.

Ogni sera m’affaccio
alla terrazza Mascagni:
i gabbiani guidano le navi
nel porto. Alla Meloria
si accende l’occhio rosso.
Si allontana l’ombra
della Moby Prince
per il destino di fuoco.

Avanzo a fatica
le onde padrone del corpo.
“Aiuto”, l’eco rimbomba
dilata la paura. Intorno
ossa biancheggianti
infisse nella Grotta.
Vespero si affaccia,
ultima vedetta, in attesa.

Bolle la pentola bolle
il sogno d’Europa il sogno
le fiamme ballano intorno
le streghe agitano il brodo.
Il dito del banchiere deluso
l’occhio aguzzo di un rom
il bianco sorriso di un nero.
Le vecchie gettano dentro.

Labirinto mito
al centro la vampa
dell’io, in volo
su ali di cera.

Ogni notte l’eroe
raggiunge la reggia.
Penelope dorme stizzita,
solo Arturo saluta il ritorno,
la coda ritta. Apre la posta,
ordina le armi, si distende
sul letto, il risveglio vicino.
Ulisse torna sempre ad Itaca.

E’ forse simile
ad un dio l’uomo
senza ombra
che dorme in piedi
alla porta della stazione.
La testa in avanti
i ginocchi piegati,
intorno la folla del mattino.

Sono giunto alle terre
degli Etruschi, le navi
passano il Bosforo,
bandiere al vento.
Inseguo l’ombra di Giasone
alla conquista del vello d’oro,
le carovane sulla via della seta,
i cavalli di Gengis Kan,
i viaggi di Marco Polo.

“Ho sentito un gemito.
Dal solco appena scavato
si sono alzate zolle di terra
è comparsa la testa bionda
di un bambino!” Si parla
ancora oggi della nascita
di Tagete, il primo
tra gli dei dell’Etruria.

“Sono Tagete, figlio
di Genio e di Terra.
Sono tra voi per mostrare
i segni del Cielo.” Si allontana
verso Populonia, scompare
tra le zolle. Nella valle
scende il silenzio
la folla si disperde, pensosa.

II — Parte

Musica Mozart Andantino
Lettura Giulia Capone Braga

Primavera

Nascita

La nascita

Nella casa avvolta
dalle ombre dell’inverno
risuonino accordi di chitarra
i canti riempiano le stanze
si alzino calici di vino dorato,
il colloquio con le ombre
diventi dolce e sommesso.
La vita ha generato la vita.

Quando sei nata
c’era una falce di luna
sospesa sull’ospedale.
Quando sei nata
il tuo primo viaggio
nella culla divisa
con un fagottino cinese.
Gli occhi a mandorla.

Quando sei nata
sono uscito felice
il mondo sospeso
ha ritrovato la vita
i rumori della strada
il loro sordo rumore.
I profumi della campagna
il loro profumo di giugno.

Marta è nel tempo
venti secondi per respirare
venti minuti per urlare
venti giorni per sognare
venti settimane per sorridere
venti mesi per giocare
venti anni per amare
Marta è il nostro tempo.

Dieci le tappe
del viaggio nella casa,
dieci i mesi di Marta,
il braccio è la sella,
sprona il vecchio cavallo.
Dieci le tappe
del viaggio nella casa,
dieci i mesi di Marta.

Intreccio parole rubate
alla dispensa delle fate
alla fattoria di ognidove
alle canzoni del lavoro.
Roteano i piedi
mi stringe le mani, poi
lo sguardo è lontano.
Nel mondo dei sogni.

Vola vola l’altalena
fra scrosci di risa.
Piazza d’Azeglio,
granelli di luce
nel cielo degli occhi.
Sento la voce di Radio
Cora, i versi di Luzi,
“Serenata alla piazza”.

Batte leggero
il cuore delle orchestre
sul lungomare, dal Forte
alla Capannina, voci alte
occupano il silenzio,
si allontana il rombo
dei motori. Poi la risacca.
culla i nostri sogni.

Siamo maschere
le mani nella buca
coperta a tratti dal mare.
Batte i piedi felice
sul viso i colori
accesi della spiaggia.
Si abbattono castelli
tra scoppi di risate.

I treni innamorati
s’incontrano a Sesto Fiorentino.
S’incrociano sui binari,
fischiano, sbattono le ciglia:
è nata una passione.
Ho visto l’eurostar dare baci
alla littorina. Nascerà un trenino,
il gioco per un bambino.

Sessanta le olive
dell’olivo sul balcone
sospeso tra Fiesole e Le Cure.
Sessanta olive coglie
Marta da spremere
per gli animali della fattoria.
Sei cucchiai per i paperii cavalli e l’asinello.

Ha scoperto la sua ombra
l’ombra la segue,
alza un braccio, l’altro
saluta i riflessi nella sabbia.
Per palcoscenico
la passerella del Bagno,
illuminata dall’ultimo sole.
Marta non è più sola

III — Parte

Musica Mozart Allegro aperto

Lettura Giulia Capone Braga

Estate

Gioco, crescita

Il triciclo intreccia
viaggi sul prato.
Anna raggiunge
veloce Milano
riparte per Roma,
le bambole sul seggiolino.
Chiama l’albergo:
“Una camera per quattro!”

Si gioca ancora!
Sono nella foresta
il leone che mangia
il lupo, il pompiere
che salva il gattino
sulla cima dell’albero,
il macchinista del treno
ora sobrio ora brillo.

“Dormite bambini
la mamma è in ufficio,
vi racconto la storia
di Cappuccetto Rosso
che va a trovare la nonna.
Incontra il lupo nel bosco:
“Il dolce nel panierino è per me
e per la nonna malata.”

Il giardino si alza
dai campi di pomodoro,
dai solchi di piante
dagli occhi arrossati,
fino alle colline.
Impazzisce il canto
imperturbabile delle cicale
arroventate dal sole.

“Nonno, giochiamo
ai camerieri, sulla terrazza.
Portami un’aranciata!”
Oltre la rete, donne,
uomini giunti dall’Africa
trascinano ceste
fino alla montagna
luccicante di pomodori.

Vola la forchetta
da New York, l’aereo
passa davanti alla bocca,
l’aeroporto è serrato.
Un colpo di telefono
allo zio Nicola.
La bocca si apre
pronta per mille bocconi.

Canta alle bambole
“Tanti auguri a te”,
ride, batte le mani.
Sommersa da occhi curiosi
guarda stupita
le candeline sul dolce,
poi un pianto disperato.
Cosa ha ferito il suo sogno?

Corre la bicicletta
per le strade che portano
al mare, Anna sul sellino,
il casco rosa, cantiamo
e voialtri bersaglieri.
Al suono del campanello
la gente si gira, ride,
scuote la testa.

La spiaggia un tappeto
di trame a colori disegnate
dalla vita degli Etruschi:
il rosso dei forni di fusione,
l’argento della polvere di ferro.
Intorno le braccia aperte
del golfo di Baratti,
verdi di antiche pinete.

Galleggi tra le canzoni
sulle onde del mare
che accarezzano
la spiaggia, i castelli
di sabbia costruiti
e distrutti ogni mattina.
La luce del sole impigliata
nelle ciocche dei capelli

Il suono del disco
ci segue nell’automobile:
cantano in coro i bambini,
le maestre dell’asilo.
Crea un magico cerchio
circondato da nubi di evviva.
Appendo al cerchio il racconto
di storie di tanti anni fa.

“Cosa fanno le belle manine?
Battono, battono
e se ne vanno.
Cosa fanno le belle manine?
Girano, girano
e se ne vanno.”
Frullano le mani, passerotti
in volo nella stanza.

Lettere piovono dal cielo
piccole grasse allampanate,
lettere suonano allegre
sibilano gracchiano.
Lettere si mettono in fila,
i vagoni di un trenino.
Conquistano un senso
diventano parole.

I venti padroni della casa
arrivano a raffiche
dalle spiagge vicine,
braccia della tempesta
assediano il nostro mondo.
Le bambole sono coperte
fino alla punta del naso
nel tepore del sottoscala.

“Vento portami via con te!”
canto vicino al letto.
“Fischia il vento, la bufera.”
“Ancora, non smettere mai.”
“Il vento ha buttato
giù la canna, bambina
mia fai la nanna
il nonno vuol dormir!”

Dalla Rocca di Populonia,
la magia dell’aruspice:
il vento ha mangiato
ogni nube, si apre
un lago coronato
da corone di montagne.
L’Elba e la Corsica
la costa francese (ed oltre).

Il mare è abitato
da antichi personaggi.
Un ragazzo nacque
tra le montagne azzurre
della Corsica e divenne
l’Imperatore più famoso.
Regnò sulle genti e le terre
davanti ai nostri occhi (ed oltre).

Catturato da lupi cattivi
fu portato all’Isola d’Elba,
re di un regno piccolissimo.
Sui monti incontrò Maria
la Principessa amata.
Fuggì per queste acque
verso l’ultima battaglia,
la prigionia, la morte (ed oltre).

I girasoli circondano
la casa del mare.
Dalla loggia ascolto
il silenzio dei girasoli,
i grandi occhi gialli
seguono le nostre storie.
Fissano nella memoria
i ricordi dell’estate.

La lanterna si alza
da Populonia, gonfia
d’ aria calda, di pensieri
per la stagione che verrà.
Raggiunge nel cielo
le altre lanterne,
si confonde tra le ombre
che lievitano dalla terra

Interruzione Riflessioni di Roberto Mosi (e di Severino?)

IV — Parte

Musica Gluck Lento
Lettura Roberto Mosi

Autunno

Tramonto

Parole in fuga

Ti vesti di parole
piovono dal canto
spuntano nel giorno
coriandoli di colore.
Bolle di sapone
si gonfiano, si gonfiano.
Scoppiano nell’aria,
riappaiono dal nulla.

Ti vesti di parole
sempre nuove.
Mi spoglio di parole
sempre nuove,
volano via i nomi
dalla stanza della mente.
Rimane l’ombra
dei vestiti appesi.

Se il nome riemerge
è festa, l’incontro
con l’amico ritrovato.
Al centro della mente
s’innalza la dimora
raggrinzita dell’Io.
La porta aperta
per l’ultimo volo.

Ombra della Sera
figura d’uomo, nuda
allungata nella luce
del sole al tramonto.
Ultimo grappolo d’uva
dorato, appeso ai tralci
della vite nel tempo
della vendemmia.

Ho strappato trenta fogli
dal quaderno delle poesie.
Li lancio dalla terrazza,
aeroplani di carta rosa.
Cadono a capo fitto
sulle pietre della strada.
Solo uno si alza in volo,
sulle ali lampi di emozione.

Vola l’aeroplano.
un foglio con i versi della poesia,
un colpo di vento solleva
il muso in alto, in alto,
L’aeroplano d’acciaio improvviso,
trema la casa: “Nonna valigia!”
Un grido, poi le bombe
sulle officine di Porta al Prato.

Scivolano i ricordi,
la colonia una nave arenata
fra le dune del mare.
La torre dell’acqua
domina le chiome dei pini.
Irrompono i bambini,
sono un punto sulla spiaggia,
la testa rapata su due occhi celesti.

Rivive la valigia di cartone,
il corredo (quattro mutande,
tre magliette e un cappello)
il canto di cinquecento ragazzi
schierati sul piazzale. Riconosco
il suono del vento, le raffiche
nei corridoi, i colpi
delle camere, uno ad uno.

V — Parte

Musica Debussy Sirinx
Lettura Roberto Mosi

Ombre

Ascolto il silenzio
dalla Rocca di Populonia
lontano da spiagge affollate
da strade stipate di motori.
L’aruspice etrusco segue
il volo del falco, coglie
i segni del cielo, disegna
la figura delle ombre.

La violenza del giorno
è lontana, la città torna
all’antico mistero.
I sacerdoti escono dal tempio
la processione sale all’altare
sulla collina per il sacrificio
agli dei. Il sangue
nutre la vita del mito.

Mi lascio andare
alle onde, l’acqua accarezza
il mio andare leggero.
Sotto di me le ombre,
le creature del mare
vivono il mistero della notte.
Davanti la luce di Febo,
la bellezza a portata di mano.

Commento finale Severino
Commenti eventuali del pubblico
Saluto finale di Graziella Marchini

Materiale
Literary © 1997-2022 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza