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Il pollice smaltato

Serietà in gioco

C’è in giro, giustamente, una gran voglia di serietà. Non se ne può più della tiritere evasive, dei vuoti sproloqui, delle acrobazie verbali a copertura di loschi interessi. Ed è necessario che, in una tale emergenza civile, se la politica è ormai troppo impantanata per risollevarsi, la scrittura non solo faccia la sua parte ma anche una buona supplenza e lasci perdere le scorciatoie e i rifugi del sentimentalismo privato, per interessarsi delle principali emergenze. Su questo siamo d’accordo; tuttavia non è per niente scontato che gli argomenti seri debbano essere trattati seriamente. Anzi, il raddoppio della serietà, il costituirsi di un moralismo certo delle sue qualifiche e prerogative, che pretenda ad una assoluta estraneità al male, corre rischi (direi: seri) di cadere nella retorica, nel rigorismo rigido, nonché in toni scontati e effetti vieti. È perciò plausibile che gli argomenti seri abbiamo bisogno di modalità giocose. Il principio di straniamento ne uscirà soddisfatto.

Così fa Il pollice smaltato, la raccolta poetica che Gemma Forti ha pubblicato per l’editore Fermenti. Ognuno dei testi presenti nel libro è dedicato a un problema scottante, non proprio un fatto di cronaca, ma una cronaca divenuta così cronica da trapassare in storia trista. Possiamo via via inventariare: la corruzione della politica, il malgoverno del Cav, le elezioni americane, le ronde padane, il terremoto, il problema dei rifiuti, la violenza sulle donne, l’altalena finanziaria e, nella parte finale, quei nuovi protagonisti delle nostre vite, minacciose entità dai nomi forestieri, che sono Spread e Default.

Sono varie le modalità con le quali vengono trattati questi punti qualificanti dell’agenda: può essere anche soltanto un’analogia storica, come nel testo dedicato alle ronde padane, che viene intitolato Squadracce, rinfrescando una memoria purtroppo atrofizzata nell’eterno presente dell’attualità da aver dimenticato il fosco precedente. Ancora più interessante è lo spostamento allegorico: nel caso delle elezioni americane che vedono il passaggio da Bush ad Obama, questo curioso ravvedimento improvviso dell’elettorato che di punto in bianco sostituisce un teocratico guerrafondaio con un presidente “colorato”, viene reinterpretato (in Baloccare) come un fenomeno di “respirazione”: l’elettorato respira e quindi passa dalle «GUERRE FUORI» alla «PACE DENTRO» così come i polmoni mandano dentro e fuori l’aria; con l’aggiunta che Obama è comunque sia un respiro di sollievo sia pur «temporaneo / o / illusorio». Oppure, può tornar utile un cambio di genere: il ventennio del Cav viene riscritto in forma di favola (titolo: Il re), dove un re di bassa statura, che costringe tutti i sudditi ad abbassarsi al suo livello, produce tali disastri che una ondata di melma finalmente lo sommerge e infine lo rivela per «un crudele orribile ridicolo / mostriciattolo». Un altro strumento che funziona è l’ironia: può essere utilizzata fino in fondo, e allora ecco la giustificazione (ma è ovviamente ironica) di A volte che dichiara possibile – al ritmo dei «Può capitare» – la munifica donazione ai politici, “a loro insaputa”. E però funziona alla grande anche se non copre l’intero testo: è deliziosa Ubi bene, che enumera le perfezioni di un luogo di utopia – poi non è altro che il “come vorremmo vivere” («La Chiesa non si intromette… Non c’è miseria né malcostume… le strade risplendono pulite…); il lettore sa che le cose vanno molto diversamente e aspetta il punto di capovolgimento, che arriva alla fine nella smentita che quello sopra descritto non è il “Bel Paese” (su cui si veda anche Photofinish).

Quella di Gemma Forti è una poesia che accetta il gioco dei significanti. Può atteggiarsi a filastrocca e ispirarsi al gioco infantile del girotondo: «Gira il mondo gira il mondo»; ma subito dopo avvertendo: «non in tondo non in tondo / ma al contrario». Più in generale direi che il verso qui tende a condensarsi attorno alla parola. Una sorta di sintesi lessematica sui termini che per altro sono quelli sbandierati dalla comunicazione per le masse e qui si ritrovano convenientemente esibiti e rovesciati. Si veda ad esempio la coda finale: «CRISI / CRISIS / CRAC / DEFAULT / ADIEU / ADIEU / FINE / THE END». Una poesia che oltre che sonora è anche visiva. Abbiamo visto appena ora l’uso delle tutte maiuscole e del corsivo; e c’è anche il grassetto che vale da sottolineatura per la pronuncia marcata. E c’è, soprattutto l’impaginazione centrata dei testi che produce curiosi calligrammi, una gestione creativa della pagina che sfrutta il formato stesso del libro, più largo che alto. Un piacere visivo che è poi completato dalle immagini vere e proprie intervallate ai versi, opera di Bruno Conte, che la vora a sua volta di collage su inquietanti e ironici scenari di alienazione.

Nel testo stesso, Gemma Forti sottolinea la valenza alternativa della poesia (i poeti sono chiamati in causa come «strana gente / stralunata»; l’indocilità del singolo è messa in conto alla «sua follia anarchica»). E la rafforza con un richiamo alla stagione polemica del femminismo, richiamandovi Quelle femministe: «dove siete? / cosa fate?». In questa luce è chiaro che il “pollice smaltato del titolo”, con tutto il suo richiamo al maquillage della moda, si traduce in un pollice verso.

Recensione
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