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Ho recentemente ricevuto da Filippo Giordano, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente nel corso di una mia breve permanenza nella Città di Mistretta, due volumetti di poesie. Parlo di volumetti, non in senso diminutivo, sia ben chiaro, ma soltanto perché si tratta di libri dalle dimensioni di cm. 12 X 16 e ambedue di una consistenza numerica di trenta pagine. La pubblicazione è curata dalle Edizioni del Centro Storico, l’ambiziosa associazione che, tra le altre iniziative, ha il grande merito di voler riportare in auge il nome e le opere della scrittrice prematuramente scomparsa Maria Messina, adottata dalla comunità di Mistretta essendo qui vissuta per diverso tempo.

Mi limiterò a commentare solo la raccolta di poesie più recente, che è intitolata Minuetti per quattro stagion( l’altro ha come titolo Il sale della terra ) perché, pur essendo i volumetti di piccola dimensione, dagli argomenti trattati e condensati in poche righe, scaturiscono lampi che illuminano a tratti molta parte della storia umana e per descriverli e commentarli occorrerebbe molto più spazio che non questo qui disponibile. Giordano sa riassumere, infatti, in poche parole quello che altri descrivono in mille righe.

Ma andiamo per ordine: le poesie raggruppate nei Minuetti per quattro stagioni sono in numero di trenta ed in esse è raccontato il principio e la fine delle stagioni che coincide con il principio e la fine della vita umana, così che il filo conduttore che le lega assieme potrebbe riferirsi alla storia dell’umanità.

Da subito cogliamo questo spunto nella prima delle poesie, Vomere solca, dove la terra in cui viviamo, come una femmina procreatrice, geme al momento della inseminazione prodotta dall’uomo. È il momento del concepimento e siamo nell’inverno in cui Dicembre vola dentro fiocchi di neve. La femminilità della terra trova conferma nella successiva Mari e colline in cui i monti e le colline sono seni di terra dove le arance guadano il tempo a valle, mentre le vacche e i gatti, ( dlen dlen di vacca ) manifestano la propria presenza nei modi loro congeniali.

La primavera, e con essa la vita stessa, è alle porte e la poesia Nelle vallate la preannuncia con parole efficaci, semplici, e dall’effetto sorprendente: mandorli bianchi e avvisi di scirocco i telegrammi. Ma l’umanità non è serena e sotto la superficie bolle e ribolle la lava imprigionata. (Bolle e ribolle)

Le prime avvisaglie di pensieri cupi si avvertono in Dal Nord arriva in cui il poeta si pone senza risolverle domande ombrose, come quella che riguarda la felicità dimezzata per la mamma che generando il figlio con il metodo Ogino ha avuto il figlio ma ha dovuto rinunciare agli innesti d’amor materno. E in Roccia d’Alcara, cupo affresco in cui i macigni, duri come il coriaceo becco dell’aquila sovrastano la città, mentre pascolano nei prati cavalli di razza.

Quasi a sgombrare il campo dai cattivi pensieri, sgorga dalle montagne, puro come acqua di sorgente, il lirismo del poeta che guarda il verde, i monti ammira e desidera aspettare il fiorire del melograno in un fitto giardino. ( Guarda il verde e Con la fontana).

A questo punto, come a prendersi una pausa, Giordano gioca e si diverte con gli amici, e si chiede con una certa ironia se al gioco vince il più fortunato tra gli abili ovvero il più abile tra i fortunati. E riflette che dal gioco del lotto, probabilmente, non caverà un fico, verde come quello piantato quattro anni fa, ma che sarebbe stato preferibile fosse anziché verde, secco, magari terno. ( Al gran bar, Al gioco, Passa Mariano).

Siamo così giunti all’estate, mezza strada tra l’inizio e la fine. I tigli odorosi invitano alle ombre e il mare si fa amaca azzurra (Tigli odorosi), nelle campagne odora già di secco quell’erba campestre comune, dai fiorellini gialli, chiamata pulicaria, e si fa apprezzare l’acqua scrosciante dei ruscelli. Le donne diventano più desiderabili con le loro cosce lunghe abbrunate e vanno a godere la loro stagione. Il tutto è una raffigurazione pittorica intensa che scorre davanti agli occhi come una pellicola cinematografica ( Dalla campagna e Portano a spasso). Il culmine dell’estate arriva con la festa del patrono, a ferragosto, quando l’estate tende l’arco e scocca la freccia sopra la piazza colma di gente bene augurante, mentre i fuochi artificiali vanno il buio a fecondare. (Tende l’estate ed E con la festa ).

Immediatamente dopo, però, come succede solitamente dopo una giornata festiva, un velo di tristezza appanna la fine dell’estate. La figura di Pina venti vestiti, ritratto commovente di una fragile operaia abbandonata dal suo uomo, che trascorre i giorni fra casa e corso mostrando la sua pena, forse con qualche speranza in cuore, introduce all’arrivo dell’autunno con l’uva che dapprima gonfia l’estate e poi firma l’autunno. ( Venne Cupido e La vite alzata). È il momento dei fichi d’india, ( Sotto il cappotto) dei cachi ( Dal denso verde) del cardo ( Ritorna spesso).

Siamo oramai arrivati alla fine dell’anno e Novembre richiama le ricorrenze per i morti, vivi fra vivi / appena l’altro ieri / ora disparsi. ( E poi Novembre). La fine dell’anno con il suo ultimo giorno atteso e temuto, con il brulicar di contatti, abbracci e baci, sopravviene con l’ultima poesia, ed in Eccolo, arriva Giordano conclude la rappresentazione della vita con una nota di fatalismo: Lapilli siamo, caschiamo da una nube e ci dissolviamo, mentre, così come ha incominciato, Dicembre vola dentro fiocchi di neve arriva gennaio.

Siamo arrivati anche noi alla fine della narrazione di Giordano, che termina lasciandoci il gusto delle cose appena assaporate, di quelle intuite e con il cuore aperto ad altri racconti.

Recensione
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