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In tempi ili poca luce e dimnticata leggerezza. che. seguendo la lezione di Calvino. ci ostiniamo ancora a considerare valori anziché difetti,. fa piacere imbettersi nella lettura di un libro come qunellu di Giachery La parole trascesa ed altri scritti,. che eleva appunto luce e leggerezza al ruolo di guide lungo il lento e mai interrotto itinerario di creazione e di scoperta della parola poetica. Una parola che significa al di là del suo significare, in una dimensione polisemica che dal mondo proveine e dal mondo si irradia, ma che nei sei scritti che compongono il libro diviene qualcosa di più. Il titolo che l'autore sceglie per lo scritto iniziale, La parola trascesa, rappresenta appunto nella pluralità di significati in esso racchiusi, il risultato di questo divenire, di un tramutare accostato, con un'immagine non priva di fascino, al mistero della transustanziazione eucaristica. È difficile penetrare a pieno la "parola trascesa" senza prima aver letto i sei saggi, perché è all'interno di ognuno che si percorre una parte di quel «breve viaggio attraverso l'inquietudine protesa della parola». che alla parola trascesa infine conduce.

L'incontro col "trasceso" è, nel primo scritto del libro, incontro con Dante. Dante non usa di frequente il lessema trascendere.. ma ciò non toglie che esso abbia nell'opera dantesca una sua sostanziale centralità. Ed è per questo che Dante viene eletto privilegiato numen praesens in una ricerca fra i significati, irradiata di luce e sostenuta dalle ragioni della leggerezza. La cronologia in questo caso si inverte: procede da Calvino e di Calvino ripercorre la lezione americana. ma non esita a sottolinearne il carattere "altro". lontano dalla possibilità di interpretare appunto la leggerezza come aspirazione al trascendentale. E da Calvino risale a Ungaretti. e poi a Montale che Giachery ricorda giovanissimo annotare, nel Quaderno genovese, la quasi paradossale affermazione «non è profondità se non nella leggerezza». Ma la leggerezza che conduce al trasceso è altra: è segno di intensa vita ed esperienza spirituale, come accade in Origene. in Boezio, in Gregorio di Nissa. Si è già detto del ruolo che Giachery attribuisce a Dante, ma accanto a lui, vero maestro di leggerezza che crea trascendente, sembra essere Petrarca, che fa della leggerezza non un semplice tema-motivo di poesia, ma nucleo di poetica. È poi la metafora della luce, o meglio dell'irradiare, che contribuisce a costruire. sempre nello scritto di apertura. la polisemia della parola trascesa. E ritorna perciò Ungaretti. che la studia e la cerca nei pittori, offrendole una connotazione spesso mistica, la stessa che Giachery riscontra in Girolamo Comi, poeta salentino «forse da rileggere e da riscoprire». Ma il vero poeta di luce è indicato in Luzi. che unendo il motivo della luce a quello dell'attesa. diviene poeta "moderno di parola trascesa.

La parala trascesa conserva la sua dimensione polisemica anche nello scritto che Giachery dedica alla figura di Rosario :Assunto, di cui viene ben tratteggiata. con tono affettuoso e riconoscente, la figura di intellettuale, impegnato in un itinerario poetico e letterario che lo porta, cori un'attualità inaspettata. a battersi contro la svalutazione dello studio dei classici. Con Assunto la parola trascesa si connota come parola infinita, parola cioè che «dice più cose in una voltaa», che anzi sembra salire, citando Rilke, ad un più delle cose, quasi al loro non essere cose. Non è dunque un caso se Assunto scrive pagine dense ed acute su Ungaretti o si occupa di Dante, il numen praesens di questo cammino. Si è detto di Rilke ed è appunto con Rilke che nel saggio Il segno di Orfeo l'itinerario verso la parola trascesa prosegue. Rilke è per Giachery, in maniera pienamente condivisibile, il poeta che meglio e più di ogni altro, è stato capace di rispondere ad una concezione spiritualistica ed orfica della poesia, di una poesia come atto creativo che nasce e muove e da un'ispirazione lirica assoluta. Assoluta e, aggiungiamo, nel caso di Rilke. anche tendente verso l'assoluto. La parola trascesa, che irradia significati e si muove leggera verso il sublime, rimane dunque presente e allora «è forse il tempo di ritornare ad Orfeo», magari procedendo da chi, come Apollinaire ed altri poeti francesi tenta di avvicinare la figura di Orfeo a quella di Cristo. La scelta di Giachery è ancora quella di un excursus tra quanti, poeti, letterati, pittori hanno fatto dell'orfismo uno dei temi ricorrenti della loro opera. Uno accanto all'altro appaiono così i nomi di Pessoa. il già ricordato Apollinarire, Cocteau e poi Campana, Fallacara, Onori, Comi e Macrì come poeti accomunati da una sincronia di contenuti e modalità liriche di cui restano da chiarire le origini. E poi si prosegue con Pascoli, ancora Ungaretti, Quasimodo, Montale per concludere che il segno di Orfeo mai dovrebbe rimanere estraneo anche al lavoro dell'interprete letterario. Incontri con l'ermeneutica e «Saggezza» dell'interprete, il quarto e il quinto dei saggi raccolti ne La parola trascesa e altri scritti, sembrano coronare il compimento di un percorso e illuminano l'itinerario sin qui compiuto alla cui leggerezza sembrano voler dare, paradossalnrente, garanzia di "stabilità".

L'ertneneutica. in questo senso. da Dilthey a Gadamer, da Husserl ad Heidegger, sembra significare l'invito a capire il discorso bene e poi meglio di quanto lo capisce l'autore e non sembra ridursi alla semplice spiegazione. Giachery riferisce la posizione di Dilthey, secondo cui l'ermeneutica è sì spiegazione e comprensione, ma è innanzitutto operazione che. una volta spiegato e compreso, fa rivivere, teorie. pensieri e. soprattutto parole. Il percorso si conclude in un invito all'incontro tra filologia ed ermeneutica. in nn lavoro di attenzione al testo che sappia sempre difendersi da ogni fonna di determinismo o di preteso ''scientismo". E siamo giunti alla fine: «Promenade en mer» non è nn saggio, ma un affresco squisito di ricordi che l'autore distingue volutamente dagli scritti che lo precedono. L'itinerario è compiuto, una è dall'istantauea di ricordi che il cammino riprende, verso una parola trascesa che, come la pittura, «si accorge che tutto scorre verso il nulla e la morte, ma decide viceversa di invertire la tendenza, di capovolgere il movimento suicida».

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