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Afferrare i colori della vita, il nero, l'azzurro, il rosso e il bianco, tra il
respiro del vento e della terra, nelle poesie di Roberta Degl'Innocenti
Sebbene il libro mostri in copertina
un volto di donna dipinto, a mio avviso, è un'altra la parte del corpo che più
lo rappresenta. Si tratta della mano, e delle mani. Se ne trova testimonianza
direttamente nei versi. La voce stessa di Roberta ha mani e braccia, nella
metafora quasi classica delle lirica che apre il libro, Respiro d'alba,
nella prima sezione del "colore nero"; la voce "turgida di rami,
| che volgono
rabbiosi | verso il cielo" e questi rami sembrano la voce di Dafne inseguita da
Apollo, Dafne disperata che grida rivolta al cielo mentre il suo corpo si fa
albero e la sua fuga si ferma. La stessa immagine ritorna nella sezione finale
che inneggia al "colore bianco", a chiusura della poesia Sciolta la traccia,
nei versi: "E nel richiamo dolce di canzone | graffio le mani al cielo | e
m'abbandono".
Più spesso queste mani sono mani che
afferrano, che stringono e ritorna l'idea del graffio, con movimento rapido e
felino per catturare qualcosa che altrimenti sfugge: si legge nella poesia
Rivelami un tempo, (in colore rosso) nella seconda strofa "E' un lembo di
cielo | la vita | che afferro con unghie | laccate di rosso, | fino a farmi
male". Così come in Scende la notte, la seconda poesia della raccolta, si
legge: "Torno alla terra | e capovolgo il tempo, | afferro una manciata | di
destino...".
Oppure il tono può farsi più evocativo
e quasi implorante richiesta, come nella lirica Indugia il mio pensiero,
seconda strofa: "Possono le tue mani | rubare il gemito che scuote | e bere alla
mia coppa | di corallo?". Altre volte si incontrano mani che stringono, che
trattengono nel pugno qualcosa o che stringono il pugno per tenacia rabbia
resistenza: in Nuda la mia storia alla terza strofa: "Stringo le dita
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ruvide di anni, | appese nell'abbraccio | chiuso al giorno"; oppure nella poesia
Colore rosso "... io tengo in pugni stretti | la mia vita..."; sono
spesso passaggi rapidi come veloce è il gesto della mano ed è come se il mondo
di queste poesie fosse pieno di mani, non solo quelle umane di Roberta che
scrive ma anche quelle altrettanto umane del cielo e del respiro: come nella
poesia Colore nero, terza strofa, "Lasciatemi | una lacrima smarrita,
stretta nel pugno | ruvido del cielo", e poi in Abbraccio il tempo,
all'inizio dell'ultima strofa: "Cade il respiro | e si trasforma in canto,
| in
un pugno | di echi soffocati".......
Sono tanti gli esempi possibili che
fanno girare la testa. Ma che cosa vogliono afferrare queste mani, e qual'è il
loro significato? Che cos'è quest'ansia se non l'ansia di afferrare la vita
stessa, nei suoi colori e nei suoi attimi, e la forza di voler afferrare
l'effimero, un'emozione che svanisce? Può sembrare una rivelazione banale, ma
anche la più nobile perché è un desiderio semplice e pulito quello di volere la
vita. E' un desiderio ancestrale, primitivo come i colori scelti da Roberta per
nominare e raccogliere le sue poesie. A chi ha già visto e aperto il libro sarà
stato facile notare che è diviso in quattro parti, contrassegnate ognuna con un
colore come titolo: e allora in sequenza c'è il colore nero, l'azzurro, il
rosso, e il bianco. Dunque sono tutti colori primari, da cui gli altri colori
del mondo si generano: questa rosa di colori è un po' come l'arché, il principio
all'origine del tempo, forse una cosmogonia poetica da cui i versi fluiscono per
combinazione di parole.
Tra i colori fondamentali, però, manca
di essere nominato il giallo ma non è un colore di cui si sente l'assenza nel
libro di Roberta, sia per l'energia piena di calore e forza che percorre e
intreccia tutte le poesie, sia perché vi sono molte immagini in versi che ci
propongono il giallo, chiamato spesso luce o trasfigurato nel lampo: la fonte
di luce è onnipresente nelle poesie di Roberta o come immagine per gli occhi o
come sentire interiore per l'anima. Già nella prima poesia, alla terza strofa si
legge "Freme la luce, | si riprende piano..."; o nella poesia che si intitola
come il suo primo verso: "Il Rosso e il Nero | sono i miei colori, | lampo che
incendia | e si disperde piano", il giallo è colore diffuso in atmosfera o
elemento pulsante, piccolo faro nella notte come la piccola lucciola nella
lirica Colore azzurro, seconda strofa: "Magia è l'assenza | che ritorna
al cuore, | lucciola che ferisce | il nero e si consuma". Invece in Rivelami
un tempo tutta la strofa iniziale è pervasa dal sentimento rarefatto della
luce, sembra davvero un quadro di Turner dal chiarore diffuso e morbido, qui
forse si chiarisce ciò che intendevo dire del colore giallo, colore non
dichiarato nel libro ma egualmente penetrante, colore che circonda il corpo
nella luce ma che è pure forza interiore, come il nucleo solare del sentire
poetico di Roberta: "Non basta | l'incanto dell'aurora | e il mio sangue | che
pulsa e prorompe | nel chiarore del mattino, | a trasformare | memorie | in
sequenze di luce." Qua e là tra le poesie appaiono visioni del giallo come
sorgente luminosa della malinconia; una inizia così: "Luce è l'autunno, |
padrone del rimpianto"; e Colore rosso, definisce "danza di luce
| il
canto di cicala" mentre il finale de "Il rosso e il nero" accosta all'immagine
del tramonto "l'agonia del giorno" che, dice Roberta "ammala la mia luce". Il
giallo è presente nel libro paradossalmente per assenza, compensato dalla
multiforme presenza dell'ombra. Ho definito l'ombra multiforme, anche se per
imperativo della fisica si sa che l'ombra non può avere una forma sua autonoma,
perché nei versi di Roberta l'ombra è soppesata nei suoi molti effetti di
grigio, e nelle sfumature, non tanto coloristiche ma quasi intime, sfumature che
le donano un carattere umano e pieno di compassione. A cominciare dalla prima
lirica, quel Respiro d'alba che ho più volte citato, forse perché in essa
si trovano, in sintesi, molte immagini poetiche sviluppate poi nel resto del
libro; qui, parafrasando, la vertigine dell'ombra ricama il desiderio cieco;
l'ombra è una ricamatrice, ha cura del filo della vita come le Moire, le tre
figlie di Zeus e Temi, o in un' altra versione le figlie della notte, ma al
contrario di queste che inflessibili filano, avvolgono il filo e poi sono pronte
a reciderlo, l'ombra della quale parla Roberta, invece, ricama, e dal filo
colorato emergono disegni quasi ad abbellire la vita, come a indugiare sui
particolari che rendono bella la vita, che non scorre solo in avanti ma si fa
"girovaga o aquilone" proprio come dice un'altra sua poesia (Colore rosso)
in cui la stessa autrice si fa Moira: "affondo le unghie | nella pelle
| e
sono io, | girovaga o aquilone, | a tessere le fila | del mio credo". Le
immagini legate all'ombra non sono mai drammatiche anzi sono, all'opposto,
rassicuranti e hanno un effetto di culla: un verso bellissimo in Perduto è il
giorno dice "La vecchia casa | naviga nell'ombra" o, per esempio, un verso
di Sulla soglia è più esplicito: "Ritorna il mio pensiero | sulla soglia,
culla d'una | penombra sussurrata". L'ombra è un elemento vivo, sonoro; si
trovano espressioni come "crepitio dell'ombra" ma si parla anche di un grido
beffardo, come la smorfia delle maschere di Ensor, all'inizio di Come un
grido: "Mi sorride la morte | come un grido, | palpebra d'ombra | e verità
recise". Alle due immagini dell'ombra e della morte è connessa la caduta della
foglia, simbologia anch'essa ripetutamente presente nelle poesie di Roberta, e
nella quale spesso la stessa scrittrice si identifica: in Regalami un
tramonto alla quarta strofa si legge "sarò foglia | che cede | alle lusinghe
| della terra" e la poesia So che verrai si chiude così "...saremo vento
e foglia, | complici | sono i gesti | che sciolgono la pelle". L'immagine della
foglia che cede è sempre languida e sottolinea più che l'abbandono dell'albero e
della vita, quasi un'attrazione verso la terra che sembra chiamarla, come bene
esprime quell'essere "libera | nell'esilio della foglia | ricongiunta all'ombra
| della quercia madre" (sono versi di Scende la notte). Anche l'immagine
della sera e quella della notte offrono un'idea tutt'altro che angosciante
dell'oscurità: "Scende la notte | custode del dolore | e copre il mio respiro
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abbandonato, | raccolto al suono | tremulo dell'ora", oppure (titolo e incipit)
"La notte mi sorprenderà | con passo di gazzella | e mani di velluto, | a
frugare nel letto | del mio sogno..." e come si è fatta foglia, Roberta
ugualmente si identifica con la notte, come nella lirica Arresa alla parola:
"Sono la notte | che sorveglia l'ora, | d'attese e di promesse | capovolte."
La sera si ricongiunge all'idea
dell'ombra come nicchia, come elemento che raccoglie e pure come momento di
finale raccoglimento della giornata, la sera è spesso personificata: ci sono due
versi che si possono considerare cornice di tutto il libro proprio perché si
trovano in chiusura alla prima e all'ultima poesia della raccolta: Respiro
d'alba infatti si chiude con il verso "Malinconia di sera inginocchiata",
quindi raccolta su di sé, e Non parlate di me recita nella seconda parte:
"S'apre la notte | al lume di rugiada | e mi riporta piano | sulla soglia.
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Nell'aria sparge dolce | la parola" e poi, staccato, l'ultimo verso come estesa
apposizione a 'parola': "culla d'una memoria inginocchiata".
Legandole di seguito, l'una dopo l'altra, si scopre che le due poesie formano un
unico arco di tempo, dalla soglia della sera verso il buio della notte all'ora
che sussurra l'avvento dell'alba, nella seconda poesia, quella stessa alba il
cui respiro è annunciato all'inizio del libro: lette in questo senso le altre
poesie della raccolta sono come incastonate nella durata di un'intera notte,
notte sulla quale tenere un silenzio riservato, almeno se il lettore volesse
esaudire le due invocazioni messe a incipit della poesia iniziale, quel "Fermati
ad ascoltare | la mia voce", e, nella poesia ultima, quella strofa d'inizio "Non
parlate di me, | della mia storia | smarrita nelle pieghe | del pensiero". La
notte è, spesso, una notte che viene a dissetare, a placare la sete di un'arsura
che la precede ma di cui non si rende ragione, una sete che, come recita il
finale in Nuda la mia storia, cade e poi risorge. Ed è sempre una
ricerca, quest'ansia di un'assoluzione, mossa in prima persona dal soggetto
della scrittrice. Tra gli esempi più eclatanti: in Bevo la notte, quale
titolo più esplicito? I versi dicono, nella terza strofa: "Bevo la notte, | in
sorsi di sorgente, | dimora delle stelle | inginocchiate e perse"; poi, un'altra
poesia, dal titolo uguale al primo verso, "Mi sfiora un desiderio | di sorgente,
| nella dolcezza che | danza la mia sera"; invece in Colore nero la sete
torna con l'idea del 'prendere' in un gesto rapido "Rubo alla notte | il nero
che mi scioglie, | rompe la sete | franta sul cuscino". Per senso logico, la
conchiglia, altra immagine frequente nelle poesie di Roberta, dovrebbe legarsi
all'elemento acquatico, abitando la conchiglia il mare o l'acqua dolce, invece
dell'acqua non v'è traccia se non arcaica memoria, nel senso oscillante e
perpetuo dell'onda, e piuttosto nella memoria ciclica dell'onda che va e
ritorna. Si legge ne Il rosso e il nero. "Spoglia di rughe | antiche e di
conchiglie | muoio e rinasco | cento e mille volte". La nudità anzi la
svestizione ritorna anche in Improvvise le parole (sezione colore
azzurro) con un sei tu che...."...asciughi il mio sudore | di conchiglia, |
spogliata e persa". Oppure in Canta la mia sirena, la seconda strofa:
"Parla d'un fiume amaro, | respiro di conchiglia | che non teme | la resa alla
sua foce. In Abbraccio il tempo la terza strofa dona invece al lettore un
quesito irrisolto: "Tramonta , forse, | l'ansia socchiusa | ad una favola |
intrisa di conchiglia?". La conchiglia per la sua stessa forma concava riporta
all'idea della nicchia e del raccoglimento, ma la poesia di Roberta, poesia
piena di vento, soprattutto nella sezione dedicata al colore rosso, è poesia
piena di slanci e di voli, forse pindarici, ma pieni di aperture e disponibilità
all'emozione spesso destabilizzante che la vita ci impone. Vorrei concludere con
alcune immagini piene di leggerezza offerte dalla poesia di Roberta e dal suo
respiro di farfalla ma lascio a questo pubblico di sicuramente avidi lettori il
gusto solitario di rintracciare nel libro Colore di donna le poesie che
accolgono questo volo leggiadro. Ne rammento solo una per concludere con le
parole della stessa autrice che, ne L'ultima canzone, ribadisce il suo
desiderio di vita perché, dice Roberta "....non è mai la morte | a vincere il
destino, | quando cala il sipario | ed è finito il gioco, | anche i pensieri |
divengono farfalle".
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Recensione |
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Colore di donna
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poesia
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| Autori |
| • | Roberta Degl'Innocenti |
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Edizione:
Pietro Chegai Editore
Firenze 2000 |
|
| Prefazione di Giovanna Fozzer. In copertina opera di Anna Maria Rossi Zen - pp. |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
L’Apostrofo nr.12/2000
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