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Paolo Ruffilli nella prefazione ha parlato di “rispecchiamento del reale”, ma per Annamaria in partenza è un reale quasi sempre decisamente “apoetico” che, per buona parte del libro, non consente un approccio ex abrupto con accadimenti, sentimenti, emozioni, passioni. E’ un reale asettico, fino a farsi a volte matematico, fisico, ma soprattutto chimico, addirittura da formule, perciò già rivestito del suo linguaggio formale, senza vibrazioni, freddo, distaccato, congelato. Ma la scommessa, il puntiglio iniziale di Annamaria, sta nel trasformarlo in sostanza poetica. Ecco tutto. La modulazione, il ritmo, il verso, la sintassi, la composizione, la distanza tra soggetto ed oggetto, sono là in attesa. Come l’Io del soggetto narrante, la sua vita, satura di atttualità, di ricordi, di sogni, di rimpianti, di nostalgie, di amore(i), o altro. Ciò che conta è fonderli nella tessitura della parola “apoetica”, che per il miracolo della trasfigurazione si riscatta, cogliendoti di sorpresa, e si fa poesia. Potrei addurre esempi a iosa:
oppure
ancora
e
Intenzionale o meno, o fino a un certo punto, l’essenza è uno “spiazzamento”, una sorpresa, non di concetti o contenuti, ma di costruzioni specifiche erette sulla collocazione, invenzione, fusione e trasfusione di parole poetiche e antipoetiche. “Spiazzamento” come “piazzamento” (cioè collocazione) dei reperti linguistici della scienza e della tecnica, di un glossario specifico, perfino di un procedimento scientifico (ad es. un esame spettroscopico), in un contesto esistenziale, ora sofferto, ora quasi da smarrimento, nel quale la struttura del verso attinge memorie suggestive, interiori, (pre)ancestrali, cosmiche, e trasferisce il discorso nell’aura poetica, anche in virtù dell’inattesa valenza di cui la parola di uso corrente riesce ad impregnarsi:
Altro esempio (ovviamente per frammenti)
E’ il caos che ancora agita l’universo (che a noi, nell’illusione di una raggiunta armonia cosmica, sfugge nella sua interezza); sono i moti misteriosi della materia immensa ma certamente limitata e finita – in una dimensione che trascende le nostre capacità di misurazione – e per contro un provvisorio (solo per alcuni miliardi di anni) ordine che la natura, selezionando se stessa attraverso il disordine di altri miliardi di miliardi di anni, si è dato nell’insieme degli elementi, delle forme e del moto universale; sono il troppo grande ed il troppo piccolo; è il tempo senza tempo che confonde l’essere col divenire; sono forse una nuova fisica o chimica sommerse: è tutto questo che affiora nell’insieme degli elementi ed in virtù di strumenti e raffigurazioni tecniche, per diventare magica riscoperta e definizione del mondo nell’interiorità del poeta-scienziato che alla fine si ritrova e si smarrisce, come in un gioco nel mare incerto dell’essere:
altrove
Ho detto che in Annamaria il reale non è permeato esplicitamente di accadimenti, di sentimenti, di emozioni, di passioni. Ma la sua illimitata fantasia, la sua prorompente invenzione è anche ricchezza di spunti, di significati sommersi, di referenti occulti, a volte, direi, indulgenti o perfino ammiccanti proprio sul quotidiano, di ironia, di velate attese, sempre tuttavia rifuggendo dalla parola usurata e prendendo le mosse da quella congelata, irritante, che nella collocazione all’interno del verso si riscalda, si addolcisce, si poetizza, ti trafigge e ti commuove. Cercare le solite analogie, le corde dell’arpa, le sezioni di un’orchestra, ecc., è banale. Invece è una mia esigenza soffermarmi su qualche esempio.
E’ tempo di concludere (forse solo per ora) e lo faccio con una provocazione, perché cito quei frammenti che ritengo esemplari per la fusione del linguaggio, per l’altissima qualità del risultato, per l’influenza di immagini forse freudiane e per la sottile ispirazione surreale nella quale vedo serpeggiare – messa a tacere la coscienza repressiva ma senza ulteriori interrogativi (che, chissà, non potrebbero invece coraggiosamente scoprire nuovi orizzonti) – proprio un ammiccamento ed una malizia, per intenderci alla Dylan Thomas (specie del famoso e criptico titolo-verso: The force that through the green fuse drives the flower). Mi riferisco a “La mia parte d’oriente” e a “Pas-saggi di stato”, nelle quali il lettore accorto, lo voglia o meno Annamaria, ravvisa quell’insieme di simboli che agevolmente decriptati diffondono un sottile aroma di pura e poetica sensualità:
per Enzo
E’ tempo di concludere! Ma reprimendo la tentazione di altri esempi, altri nomi (quel “distillo” di Emily…) e tanti altri punti di vista, specie quelli che il poeta nella sua febbre creativa conquista ma non vede o vede scoprendosi a poco a poco. |
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