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Quando sto sul punto di liberarmi della mia nevrosi, dell’ossessione del mezzo espressivo come contestazione e specifico poetico, del linguaggio come macchina di fagocitazione, aerazione e trasformazione del materiale di cultura in poesia (come il lombrico trasforma il terriccio in humus), di tutte queste belle cose che vado ripetendo e scrivendo qua e là fino alla noia, eccoti che ti arriva a ripiombarmici Annamaria Ferramosca, con queste sue“Porte/Doors”, poesie, che si sono spalancate sul mio fragile proposito di tacerne una buona volta per sempre.

Paolo Ruffilli nella prefazione ha parlato di “rispecchiamento del reale”, ma per Annamaria in partenza è un reale quasi sempre decisamente “apoetico” che, per buona parte del libro, non consente un approccio ex abrupto con accadimenti, sentimenti, emozioni, passioni. E’ un reale asettico, fino a farsi a volte matematico, fisico, ma soprattutto chimico, addirittura da formule, perciò già rivestito del suo linguaggio formale, senza vibrazioni, freddo, distaccato, congelato. Ma la scommessa, il puntiglio iniziale di Annamaria, sta nel trasformarlo in sostanza poetica. Ecco tutto. La modulazione, il ritmo, il verso, la sintassi, la composizione, la distanza tra soggetto ed oggetto, sono là in attesa. Come l’Io del soggetto narrante, la sua vita, satura di atttualità, di ricordi, di sogni, di rimpianti, di nostalgie, di amore(i), o altro. Ciò che conta è fonderli nella tessitura della parola “apoetica”, che per il miracolo della trasfigurazione si riscatta, cogliendoti di sorpresa, e si fa poesia. Potrei addurre esempi a iosa:

In verità la amiamo, la materia terrestre
senza riserve, con Energia E uguale
a ciquadroEmme
e ci stringiamo, Alberto, alla materia
che da sempre ci stringe

oppure

E’ mio destino, sindrome
confermata: mi inietto
curaro immetabolizzabile
Sedimenta
Pietrifica…

ancora

… Il sogno è un Librocielo
Noi sotto un planetario di manoscritti

e

Silenzio assordante sulla piazza
assolata di luce catodica
sole catatonico

Intenzionale o meno, o fino a un certo punto, l’essenza è uno “spiazzamento”, una sorpresa, non di concetti o contenuti, ma di costruzioni specifiche erette sulla collocazione, invenzione, fusione e trasfusione di parole poetiche e antipoetiche. “Spiazzamento” come “piazzamento” (cioè collocazione) dei reperti linguistici della scienza e della tecnica, di un glossario specifico, perfino di un procedimento scientifico (ad es. un esame spettroscopico), in un contesto esistenziale, ora sofferto, ora quasi da smarrimento, nel quale la struttura del verso attinge memorie suggestive, interiori, (pre)ancestrali, cosmiche, e trasferisce il discorso nell’aura poetica, anche in virtù dell’inattesa valenza di cui la parola di uso corrente riesce ad impregnarsi:

Policiclici idrocarburi aromatici


Ma queste sono voci
di cellule remote, dissepolte
da mari antichi
animule larvate di petrolio
policiclici idrocarburi aromatici
riconoscibili
dallo spettro di riga
(giungono in riga
le grida degli spettri)

E’ il mare antico
comune abbraccio nello smarrimento

Altro esempio (ovviamente per frammenti)

Organismi geneticamente modificati


Ora l’ibridazione mi confondesalta
domino le creature mi domino
come se avessi in dono droga
mosaico di natura snatura
m’innesto ali d’aquila, di certo
un cuore di leone
longevità di tartaruga
Volo
Pluripotente vivo
A lungo sopravvivo

anche se ci scambiamo tutti senza fine
geni come figurine
fino ad averle tutte
e poi e poi

E’ il caos che ancora agita l’universo (che a noi, nell’illusione di una raggiunta armonia cosmica, sfugge nella sua interezza); sono i moti misteriosi della materia immensa ma certamente limitata e finita – in una dimensione che trascende le nostre capacità di misurazione – e per contro un provvisorio (solo per alcuni miliardi di anni) ordine che la natura, selezionando se stessa attraverso il disordine di altri miliardi di miliardi di anni, si è dato nell’insieme degli elementi, delle forme e del moto universale; sono il troppo grande ed il troppo piccolo; è il tempo senza tempo che confonde l’essere col divenire; sono forse una nuova fisica o chimica sommerse: è tutto questo che affiora nell’insieme degli elementi ed in virtù di strumenti e raffigurazioni tecniche, per diventare magica riscoperta e definizione del mondo nell’interiorità del poeta-scienziato che alla fine si ritrova e si smarrisce, come in un gioco nel mare incerto dell’essere:

Chiamatemi messaggio pietrificato
bottiglia dei giganti di Pasqua
tangente d’amore attraverso l’oceano
magmatico canto sotterraneo

altrove

…terra e luce tramano alchimie

Ho detto che in Annamaria il reale non è permeato esplicitamente di accadimenti, di sentimenti, di emozioni, di passioni. Ma la sua illimitata fantasia, la sua prorompente invenzione è anche ricchezza di spunti, di significati sommersi, di referenti occulti, a volte, direi, indulgenti o perfino ammiccanti proprio sul quotidiano, di ironia, di velate attese, sempre tuttavia rifuggendo dalla parola usurata e prendendo le mosse da quella congelata, irritante, che nella collocazione all’interno del verso si riscalda, si addolcisce, si poetizza, ti trafigge e ti commuove.

Cercare le solite analogie, le corde dell’arpa, le sezioni di un’orchestra, ecc., è banale. Invece è una mia esigenza soffermarmi su qualche esempio.

Chi si nasconde e ride
nella doppia interlinea dei miei versi?
Flauto di Pan beffardo
o ipnotico…

Notturno instancabile raggiro
gamberetto di fiume che misuri
la linea d’affondamento
del mio scafo leggero…
Ai piedi del letto ti vedrò arrivare
dalla sorgente di oscillazione – chiara –
col passo del respiro
verso il tuo punto noctilucente di deriva
Sul mio silenzio vetrificato
Incisa, infine, la tua Parola

E’ tempo di concludere (forse solo per ora) e lo faccio con una provocazione, perché cito quei frammenti che ritengo esemplari per la fusione del linguaggio, per l’altissima qualità del risultato, per l’influenza di immagini forse freudiane e per la sottile ispirazione surreale nella quale vedo serpeggiare – messa a tacere la coscienza repressiva ma senza ulteriori interrogativi (che, chissà, non potrebbero invece coraggiosamente scoprire nuovi orizzonti) – proprio un ammiccamento ed una malizia, per intenderci alla Dylan Thomas (specie del famoso e criptico titolo-verso: The force that through the green fuse drives the flower). Mi riferisco a “La mia parte d’oriente” e a “Pas-saggi di stato”, nelle quali il lettore accorto, lo voglia o meno Annamaria, ravvisa quell’insieme di simboli che agevolmente decriptati diffondono un sottile aroma di pura e poetica sensualità:

La mia parte d'Oriente

Sotto la pensilina
                        profumo di tempio

Anche in occidente
si reputa sconveniente
per una ragazza
prolungare lo sguardo, per strada
su un viso sconosciuto
oltre il flash d’una sillaba

Eppure sotto la pensilina
                                ho avvertito
per un solo attimo obliquo
piegarsi le sbarre del mondo
penetrare nella mia
una pupilla di seta
mi cercava
– luna dietro le nuvole –
                                cercava
la mia parte d’oriente

Solo accostarmi, io nube confusa
                                ansia di loto
senza sovrappormi

Offrirti le mie figurine immobili
Emily, Simone, Cristina, Amelia
La polpa del mio loto
                                in cambio
                                            del tuo biancore

Pas-saggi di stato
(Pas de deux / pas d’adieu)

                                                            per Enzo


E’ il mosto muto che non fermentava
scuotilo (tuffandoti)
Fa’ tutto come una pantomima
alle mie spalle, quando
tergi-verso. Festeggiami
innevata, spruzzata d’ess-Enz-iale
nell’attimo vorticante del ballo – denti di bacca –
Quando mi sublimo, quando
mi rigenero
da succo ribollente – danza impropria
Fino al tumulto dell’orizzonte
non più inquisitrorio, solo incendio

Imperturbato lievito,
mio Enz-ima, levo-girami intorno
Ormai distillo. Sapessi come levito:
un fermento derviscio

E’ tempo di concludere! Ma reprimendo la tentazione di altri esempi, altri nomi (quel “distillo” di Emily…) e tanti altri punti di vista, specie quelli che il poeta nella sua febbre creativa conquista ma non vede o vede scoprendosi a poco a poco.

Recensione
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