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Dicevamo, il titolo è sintomatico di una condizione che ci vede, come uomini, ai limiti della coscienza (prima della coscienza), dentro, quand’anche ai bordi, della notte: insomma, dobbiamo ancora pervenire alla piena luce (certo, abbiamo scritto, ci sarà un giorno, quantunque d’inverno, e l’aurora ha generato una fine, piuttosto della primavera.., ma la realtà non è proprio questa?), alla coscienza di noi e degli altri, coscienza sociale, quindi (si può ancora dire di classe?). La prima parte è, dunque, allegoria del risveglio, crudele, duro, ostico da raggiungere, da un immondo pantano, la situazione storico-sociale che ci tiene avvinti, a volte sentita come condanna collettiva (si veda la seconda poesia "sprofondati in trincee | nel fango di fosse comuni | nell’attesa del trillo | di un destino già conosciuto | ... | correre | a cercare rifugio nel crepuscolo"). Dove "crepuscolo" non è tanto da intendersi con connotazione temporale, quanto come crepuscolo sociale, stato involutivo: la vita stessa, così ridotta, " trincea, fango, fosse comuni, nell’attesa di un destino già conosciuto" », è già crepuscolo); a volte vissuta nella propria sfera individuale, con diversi tentativi di liberazione, proprio per questo non riusciti: "Con la ragione delle maggioranze | mi percuoti e mi getti nella strada | e perdo, nella vergogna dei lividi | le lacrime confuse con la pioggia". Ma la luce, la consapevolezza, può anche incutere angoscia, paura: "per sfuggire al buio popolato | dai mostri evocati da noi stessi, | verso una luce che ci fa paura". E i "mostri", quasi sempre, sono "evocati", chiamati da noi, mostri del nostro grigiore, della nostra ignavia, la palude sociale in cui quietamente ci adagiamo, che noi stessi creiamo. E andiamo verso la sconfitta, magari nel chiarore: "Tra poco sarò decapitato | dal primo raggio di sole". Mentre "Aurora" è, innanzi tutto, un percorso interiore (ai bordi del risveglio), itinerario verso una visione cosciente della realtà che ci circonda (in questo senso è indicativa la chiusa "nell’ora della dignità | davanti al sole nascente, né servi | né padroni", che sancisce la ritrovata consapevolezza della propria dimensione umana), la sezione ‘Villeggianti d’inverno" è soprattutto proiettata nel tessuto sociale (e l’avvio è proprio dato dal saper essere né servi né padroni), nella realtà esterna, ed il realismo predomina sia nella componente ‘lessicale, sia nelle situazioni descritte. E la seconda parte trova, appunto, nella prima le premesse indispensabili: dopo l’aurora, il giorno chiaro, la realtà, e ne vengono evidenziate le contraddizioni o, comunque, le circostanze ostili e ‘laceranti, con un linguaggio, notavamo, più realistico e piano. In tale realtà sociale non abbiamo a disposizione neppure il più piccolo spazio, uno spicchio di luce, costretti in "cabine senza più intimità". Non siamo che "impronte fra resti di orme | cancellate dal vento | che prende le poche parole | ... | tra valli | dai percorsi obbligati". E’ finita miseramente pure l’illusione collettiva: "navi che non partono più | verso i porti d’oriente" che, forse, nutriva una remota giovinezza (o anche questa era oscuro inganno?). Allora, a quando la rinascita, l’aurora, finalmente, che pur intuiamo come unica possibilità di salvezza e riscatto?: "e dal tedio del male contratto | da tempo, che lento consuma | la voglia di attendere albe | di schiuma con qualche conchiglia". (Queste citazioni da "Lidi ferraresi"). Aspettiamo da Mandrino conferma della felice, ed energica, stagione poetica. |
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