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in: Samgha

Mariagrazia Carraroli e Patrizia Fanelli hanno entrambe collaborato con riviste ed hanno alle spalle una copiosa produzione poetica, in particolare la prima, con numerosi riconoscimenti da parte della critica. Se si guarda molto indietro nel tempo, due voci dialoganti alternate compaiono nei componimenti d’ambito bucolico-pastorale-amoroso di notissimi poeti dell’antichità ellenistica e del periodo aureo della letteratura latina. Era il cosiddetto canto amebeo, ‘scambievole’, pervenuto ad altissimo livello soprattutto con Teocrito e, in seguito, col Virgilio delle Bucoliche; la sua tipologia traeva probabilmente origine dalle antiche competizioni poetiche tra cantori locali greci. Appartiene al genere, seppure con assai differente ambientazione e destinazione, anche il ‘contrasto’, d’amore o no, vivo nella letteratura medievale – notissimi quelli di Cielo d’Alcamo, del trovatore provenzale Raimbaut de Vaqueiras e di Ciacco dell’Anguillara – e oltre, fino al secolo XVI, e nelle letterature romanze. Ma in quei casi, a parte gli aspetti culturali e la teleologia poetica differenti, ne era autore un unico ’Io’ poetante, ed era soltanto quell’ ‘Io’ che giustapponeva nella stessa composizione le ‘voci’ contrapposte, in competizione o ‘in gara’ l’una con l’altra.

Qui, in Contrappunto, si tratta di cosa diversa: le voci sono due, con poesie che si alternano, due sono gli ‘Io’ poeti, due le storie, i punti di osservazione, due le sensibilità, i toni e i ritmi della versificazione. Eppure, quando si leggono queste poesie – se, partendo dall’inizio, le leggiamo due a due, la prima della Carraroli e poi la successiva della Fanelli, perché così sono, sino alla fine, disposte –, l’impressione è di un dialogare interiore, di un’alternanza di ‘canti’ che non soltanto non implicano scissioni e sfasature di qualche rilievo – e ciò alla lunga produce uno stupore crescente nel lettore -, ma, seppure ciascuno con il suo tono – lirico nella Carraroli, lirico-elegiaco nella Fanelli –, la sua storia e il suo umore stilistico ben riconoscibili, sono in continuo contatto, procedono tenendo conto l’uno dell’altro, ascoltandosi e traendo ispirazione a vicenda.

Nella Prefazione Achille Serrao ha illustrato le differenze e le somiglianze stilistiche, formali e di metro: «…non c’è privilegio…per alcuno dei metri canonici», «proclive alla concisione nella Carraroli, più disteso – e in alcuni casi, di scansione endecasillabica e ipermetra – nella Fanelli», ed ha altrettanto bene intuito, mi sembra, il lavoro preliminare che certamente c’è stato, la comune disposizione interiore, con i naturali e impliciti aggiustamenti e incertezze, le necessarie ‘consultazioni’ con cui le due poetesse devono essersi poste di fronte al traguardo che si prefiggevano. L’idea motrice non può essere sorta dal nulla, ma deve essere stata intravista all’origine come possibile e realizzabile per qualche motivo valido, quasi forse cogente, da entrambe, forse anche soltanto ‘guardando e vedendo’ l’una negli ‘occhi’ dell’altra.

A livello di contenuti, entrambi gli ‘Io’ dialoganti hanno vissuto, a suo tempo, la tensione all’autoidentificazione, cercandola spinti dall’impellenza interiore, e per conquistarla hanno lottato e con determinazione affrontato i rischi dell’esperienza, senza, per altro, giungere, e così doveva essere, ad una visione di sé conclusa e definitiva: «Alto lo specchio sopra il lavandino. | Per volti adulti: mi inerpicavo | ed era affanno | bilico di gambe…||…||…Sono scissa sbriciolata | attirata a ricomporre | i miei frammenti | in figura da trovare | dentro l’onda del gran mare. ||…Anche oggi è una salita | (o colata nell’abisso?) | per cercarmi nel riflesso | veritiero del gran mare |…» (Mg. C.: da Specchio, p. 7).

Dai versi della poesia seguente di Patrizia Fanelli affiorano, retrospettivamente e non solo, un conflitto ed un malessere interiori più accentuati: «Anch’io sono la voce rotonda | di bimba | che guarda più su del suo naso e | come una volta vuol essere ancora… || mi inchinavo alla luna | anche ora tra le mie cose mi confondo | sotto il cuscino con esile voce: | un invece dell’amore…|| …|| la poesia fu | dolcissima carezza del pensiero | nel più tenero verde…| …|| mi rifugiavo nei libri pareti di carta | facevo rotta verso l’isola dei sogni, l’isola | dei dimenticati;…..|…» (P. F.: da Anch’io sono la voce rotonda, p. 10).Più avanti le due poetesse estendono la reciproca sintonia quando alludono – con metafore sempre pertinenti che aumentano la denotazione – ciascuna alle difficoltà della sua vita, della sua poesia, alle inevitabili delusioni e rimpianti; anche se è vero che per Mariagrazia Carraroli il ‘mare’ è una presenza costante, uno spiraglio che le consente l’accettazione ed una serenità di fondo: «Volare. || Il sogno | delle mie ali | mancate. || Le ali. || Le più lunghe e spumose | donami tu | mare» (Mg. C.: Ali, p. 20); «Sono tutti ritratti di bimba | … | una presenza spuria, un caso: ora | mi riconosco nel guscio dei resti. | Non era mai stato così freddo | mai tanto freddo: | solo il cielo infinito | e strade di vento» (P. F.: da Sono tutti ritratti,p. 21).

Viene il risveglio, che si fa apertura a una nuova via da percorrere; e sono la poesia e la bellezza a produrre il miracolo: «…|| Lesa | da sangue affine | ripongo il cuore | dove la parola m’incontra. || Il dolore rema | più lontano | e s’invera l’approdo» (Mg. C.: da Approdo,p. 22); «Ho dimenticato l’inferno…| … | ieri qualcuno mi ha parlato di fiori | e la vita ha messo di nuovo i germogli» (P. F.: da Ho dimenticato l’inferno,p. 23).Due storie interiori differenti si respirano in questi versi. Per la Carraroli, alla quale la vita ha dato l’amore e ha fatto scoprire «la tenerezza che non vorrebbe dormire», la poesia è «sorgente che deterge e scava per sanare». Patrizia Fanelli racconta una vicenda diversa: di una fanciullezza e giovinezza prive di affetti, con un successivo, e forse conseguentemente faticoso, aprirsi all’altro e all’amore, fino a goderne la presenza. Ed entrambe sono colpite, nella sensibilità di esseri umani e di donne, dagli eventi terribili del nostro tempo, ad esempio dalla violenza e dalla guerra che si consuma in Paesi che i mass media hanno reso estremamente vicini.

Il senso del libro sta forse anche a monte e, in uno stadio prepoetico, nell’esigenza di sentirsi insieme anche come donne, quasi di un appoggiarsi l’una all’altra; anime che hanno vissuto e vivono vite diverse, ma che avvertono di avere in comune un senso alto dell’umanità e la femminilità: «…|| Al caldo | delle storie scambiate | con pudore | ne udiremo l’eco evocata | dalle nostre libere voci | di donna | e ancora una volta | ci riconosceremo» (Mg. C.: da Riconoscersi, p. 49); «Ti parlerò di sogni che muoiono | appena concepiti | della vita recisa di un fiore | ancora non nato | …forse ti parlerò…» (P. F.: da Ti parlerò di sogni, p. 50).

Ciascuna delle due sa che la sua vita e quella dell’altra sono tessute di gocce di sapore dolceamaro, ma che il vivere ciascuna la sua fino in fondo le accomuna anche nell’orgoglio di essere donne; e il loro incontro contribuisce al disvelamento nella poesia, al considerare vicina la vicenda dell’altra, così diversa e al tempo stesso così uguale, e dunque alla sintonia poetica, alla pacificazione interiore, all’amicizia. Anche se una delle due è più serena e più forte.

«Un màndala a quattro lati |…|| Si colora a scambio di matite | giù fino al centro del sentire | trovando in forma di parola | il disegno che volevamo fare ||…Un màndala a quattro lati: | la voce, la poesia | le strade a incrocio tua, e mia» (Mg. C.: da A quattro mani, p. 61); «Lungo il tuo fiume mi nutro | di versi e tutto il resto si scolora; |…|…cade goccia | a goccia il dolceamaro | succo del vivere tuo | e mio…» (P. F.: da Lungo il tuo fiume, p. 62).E, nelle ultime liriche, la conclusione. Conclusione che non è veramente tale, perché rimanda ad un ‘futuro’, prevedibile e come inevitabile, perché già messo in moto, di incontro ulteriore, di cui non si intravedono il tempo e l’occasione, come fa intendere l’ultima domanda, che implica speranza ma anche, forse, certezza:

«È un viaggio una partenza | un vagolare | in luoghi smemorati |…|| È respirare nel chiaro | di qualcuno | riposando in qualcosa | di sognato | è un viaggio una sosta | un ritornare | nella terra che forse | non ho mai lasciato» (Mg. C.: da Poesia, p. 65); «E ancora andare: si sgretolano | le pareti, | gente mi danza intorno come fosse | di carta buio luce | luce buio e quiete ti vengo incontro…| la mia mano presto avrà altre dita | da stringere come da bambina | con una nuova compagna di giochi: | nella mia terra verrai?» (P. F.: E ancora andare, p. 66).Bene si adattano alla forma e alla connotazione del libro le immagini di Luciano Ricci, marito della Carraroli ed esperto grafico, fotografo e pittore, al quale lei dedica esplicitamente una poesia.

Le immagini sono sei, disposte in tre gruppi, due a due, impaginate una di fronte all’altra, immagini astratte ma definite, identiche ma speculari, solo che nella prima domina assolutamente il bianco e nella seconda lo scuro, come a significare anch’esse due aspetti della stessa realtà. Quello che Mariagrazia Carraroli e Patrizia Fanelli hanno intrapreso forse con iniziale incertezza, seppure assecondando una motivazione profonda prontamente e originalmente intravista – perché il libro in questa forma è un caso piuttosto singolare –, è approdato alla poesia e, come ha messo bene in evidenza Franco Manescalchi nella sua Postfazione, all’unità di un ‘contrappunto’.
Recensione
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