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Ciò che maggiormente colpisce nei versi de La caduta di Milano di
Francesco Mandrino è una
visione della realtà disgiunta dall’esistere, una realtà quasi evaporata dal
tempo che la contiene. Intendiamoci: l’intera opera è chiaramente
contestua!izzata nel tempo dì “oggi” e molti sono, infatti, i riferimenti - a
partire dai titoli dati ai testi e non senza toni ironici e a volte polemici al
sopravvivere di uomini, cose e situazioni tipici dell’età moderna.
E’ in passaggi come “saturavamo l’aria | del permanere di
presenze”... o . “ma il futuro è già sazio degli echi dell’evento”.,
o ancora “Lo spazio: Sensazione di mani appena levate”..., solo per
citare alcuni esempi, che l’autore traduce la sofferenza, il disagio di vivere
che investe l’intera società contemporanea in una “modalità dell’accadere” a
tratti molto vicina alla dimensione del sogno, in cui “l’essere” accumula un
tale debito e ritardo nei confronti del “non essere” e viceversa, da sovvertire
in maniera sorprendente, e per questo originale, lo stesso “stare al mondo” ed
il trascorrere del tempo (vivendo ascoltava se stesso come vivere altrove
Eravamo nei luoghi | prima del loro divenire...). In altre parole, Mandrino
sembra dirci che nella frenesia dell’esistere tra crociati di borsa e
tutta la stampa a cena e ricercando la consapevolezza del proprio agire e
pensare (così come la sua coscienza di poeta gli impone), tutto si avvicina e si
allontana, si sfoca, perde la definizione dei contorni e ciò che vediamo diventa
un unico con ciò che desideriamo vedere e con ciò che, anche se non si vede,
cerchiamo invano di scorgere per confermare a noi stessi che siamo ancora vivi.
Realtà, quindi, che insegue le testimonianze (anche solo presunte o appena
percepite) di sé, che è inseguita dalla dicotomia del proprio apparire sensuale
e spietata, che assume, nelle liriche iniziali della sezione intitolata
ANAMORFOSI, le sembianze di una fiaba metropolitana ed epica allo stesso tempo e
che nella parte finale del libro si mostra comunque, senza la necessità di
alcuna interpretazione da parte del lettore, per ciò che è: crogiolo di volti di
moltitudini di visioni e paesaggi sull’orlo del collasso, nel quale però
ritrovare, se pur malinconicamente, l’istinto alla costruzione e alla
“permanenza nella vita In comune” (..inspirano | l’odore di sforzi
comuni | rispettando il tempo e le regole | della solita musica...).
Nella tempesta di un soliloquio che procede senza pausa, Mandrino
individua più di uno spiraglio per cercare di non subire la follia del nostro
vivere di oggi. Di più, egli ci suggerisce il modo per accettarla sempre, ancora
una volta, con nuova sorpresa: .. “raccoglievano insieme ritagli di vita
caduti | costruendo mosaici variabili ed indefiniti | poi soffiavano insieme e
tutto finiva In un angolo | e i ritagli assumevano un ordine spesso inatteso.
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Recensione |
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La caduta di Milano
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poesia
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| Autori |
| • | Francesco Mandrino |
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Edizione:
Edizioni Tracce
Pescara 1998 |
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| Postfazione di Ubaldo Giacomucci. Nota di Roberto Roversi. Impaginazione di Graziella Santarelli - pp. 64 |
| prezzo: € 7,75 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Pagine Lepine nr.0/2000
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