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Sogno e dannazione dei poeti questi versi che, fra tanti detti immortali quasi per allegoria, non muoiono davvero mai; fanno sorridere, la giovinezza di Leopardi o di Dante, davanti a questi ed altri che sappiamo ben più "maturi". Questi versi che attraggono spudoratamente i poeti fin nel loro fanciullino più recondito ancor più di tutte le marmellate di lamponi, le brocche dei biancospini e le per quanto oneste donne posson parere, e li magano tanto da far loro aggiungere ancora una traduzione e non solo, una ricostruzione, un'interpretazione forse. Delitto e castigo di costoro, che durante il lavoro non potranno fare a meno di confrontare la forza degli scritti con quella degli scriventi, la capacità dei tra-duttori con quella dei tra-passati. A tutto questo si aggiunga la forza che riesce ad evocare il frammento per sua natura. E il possibile equivoco sia beneficio maggiore del dubbio in ogni operazione azzardata.

E' con questi versi che Giovanni Barricelli e Teresa de Vos decidono di correre i propri rischi, introdotti da Livio Missir di Lusignano e chiosati (nonché iscritti "per nostra fortuna alla categoria eletta") da Ninnj Di Stefano Busà, curatrice della collana "coup de coeur". La bontà del risultato finale, anche la traduzione francese, mai pedissequa ed in alcuni casi meno classicheggiante, non pone al riparo dai rischi detti. Coi tempi che corrono, nei quali molti si vantano di essere pronti a legarsi al carrettino del primo cesarino che passa, gli autori si legano al collo una macina che rischia di stritolarli prima di trascinarli a fondo. Qualcuno potrebbe dire che si tratti di faccia tosta, ed io me lo auguro sinceramente perché penso che la Faccia Tosta (non quella di bronzo, pannaggio di altre caste) sia la prima dote dei poeti, a meno che non vogliano rinunciare alla poesia la quale, dolce o amara, lieve o forte, pacata o violenta che sia, deve comunque costituire una provocazione nei confronti della realtà. E cosa può costituire maggior provocazione, cosa un atto d'arbitrio più grande che la ricostruzione di qualcosa scaturito dal rapporto fra un poeta e la sua visione del mondo miliaia di anni fa, ricostruzione operata da altro poeta e subito, aggiungendo arbitrio ad arbitrio, tradotta in altra lingua da altro, forse anch'egli poeta. "Miracle le la poésie," dice L. Missir de Lusignan, "miracolo della cultura, miracolo d'una civiltà alla quale noi resteremo per sempre attaccati".

In questo foro (boario?) dove qualsiasi Fagiolino disponga di uno piedistallo ha diritto di ritenersi retore e censore è molto probabile che qualche scudo si levi e si sia levato contro questa operazione, che non si nasconde dietro un dito e si dichiara apertamente quale è, la quale viene da un autore la cui bibliografia indica come già da tempo impegnato in iniziative simili; e questo ci assicura di come abbia ricevuto più plausi che censure. Io posso pensare che gli autori abbiano sentito un brivido nel vedere i propri nomi stampati accanto a quelli degli dei da loro stessi prescelti come tali; io lo sentirei sia da poeta che da traduttore e non mi parrebbe illegittimo. Qualcuno potrebbe dire che abbiano usato i nomi celebri per arricchire la copertina nella mesta speranza di una vendita più copiosa, siamo al punto in cui dei poeti si può dire di tutto, per fortuna dei Poeti, ma proprio per questo la questione è un'altra, è come distinguere i Poeti dagli altri: se siamo al punto in cui noi stessi saremmo disposti a credere cose simili di un poeta, allora non ci resterebbe più neppure la commedia dell'arte.

Recensione
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