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E' stupefacente come questi versi ripropongano la drammatica realtà della Palestina e delle sue religioni fin dove non mi pare lascino intravedere alcuna via d'uscita. Sembra che la capacità di presentimento del poeta sia stata azzerata, anche nei personaggi scriventi sembra mancare o quanto meno suona sorda come una campana incrinata, la loro capacità di rendere poeticamente la tragicità di ogni evento con nitidezza rara appare chiaramente ma contemporaneamente l'uomo che sta dietro di loro non si fa offuscare e resta spietatamente pragmatico (realpolitiko?) e molto europeo nelle sue manifestazioni, molto televisivo perfino, nel senso che molto somiglia ai personaggi che ci ha insegnato a conoscere la televisione. Entrambi sembrano coscienti delle motivazioni che sostengono la rispettiva parte (forse dovremmo dire fazione?) ma contemporaneamente sembrano astrarsi dai comportamenti che rispettivamente esse mettono in atto. I poeti rilevano i rispettivi dolori mentre gli uomini si rinfacciano reciprocamente le colpe, che però sono da attribuire ad altri, e così facendo sostanzialmente si mentono: uno evita la questione dei reticolati e dei muri (solleva quella dei campi di sterminio europei), l'altro evita la questione della creazione di uno stato per decreto politico; uno evita di entrare in merito alla promessa Divina di una Terra, l'altro non chiama in causa il dettato Divino della Guerra Santa.

E' davvero questo il dialogo fra sordi che sta avvenendo in quella terra, fra quelle terre; in quel popolo, fra quei popoli? Dobbiamo crederlo se ce lo garantisce il poeta. I due personaggi paiono soggiacere alla stessa logica, che li porta ad indicare con precisione i rispettivi martiri senza indicare un modo in cui si vorrebbe piangerli insieme, è come se pericolosamente accettassero una stessa Volontà Divina, e questa mancanza di prospettiva anche solo ipotetica che fa nascere (almeno in questo lettore) la paura che si stia accettando in modo strisciante l'assunto che l'unica soluzione sia l'eliminazione politica (dire fisica è impensabile o indicibile?) di una delle due parti contendenti. E il peggio non sarebbe la scomparsa di una parte, anche se solo politica, ne scompaiono tante per cause naturali, ma l'instaurazione del principio che sia legittimo per una parte, anche se solo politica, reggersi sull'eliminazione delle altre (ché il passo fra politico e fisico non è poi così lungo).

Varrebbe qualcosa la richiesta di pace fatta a Dio ma sappiamo che nei fatti, al di fuori delle enunciazioni di principio, non è lo stesso dio quello che alberga nel cuore dei due contendenti (che a dire di molti sarebbe ancora diverso da quello nei cuori europei, al di là delle enunciazioni di principio).

Dunque è sconvolgente la realtà presentata da questi versi, è tragica l'accettazione quasi fatalistica che noi, spettatori lontani, in modo quasi pilatesco facciamo di una condizione di parità di fronte alla tragedia evitando di approfondire almeno il sentimento, rimanendo alla superficie del sangue dei giovani Israeliani dilaniati davanti alle discoteche di Gerusalemme, parificato al sangue dei bambini palestinesi crivellati davanti alle baracche dei campi profughi, chiodo schiaccia chiodo (forse dovrei dire occhio per occhio) e tutto resta superficiale ed equidistante come l'orrore televisivo. Superficiale tanto da mettere in secondo piano la sostanziale differenza della situazione nella quale i due poeti corrispondono: uno da Hebron in veste di occupato, l'altro a Gaza in veste di occupante.

Queste le ultime parole dei due: "Seppelliscimi, madre, coi sassi che lanciai, | pietra di pietra, sangue di sangue, terra. | Tra i fiori di campo adagerò il mio spirito | nel barbaglio di luce che il prato intenerisce. | ... | S'è consumato di pietà il mio giorno, | l'estremo verso, Ahmed, da cui giunge | sussurro d'acqua alla mia sete ardente. | Pure mi sfugge il volto odiato amato. | M'accorgo di morire nella tua morte.

L'ordine, la misura, la bellezza di questi versi rende il tutto ancor più allucinante: se di fronte a tale realtà perfino il poeta non può che prendere atto, che resterà mai da fare a noi!?.

Recensione
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