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Dopo tutto quanto è intercorso fra scuola pubblica e religione cattolica, la spiritualità laica dell'insegnante Pietro Nigro, la sua religiosità non confessionale, è di grande conforto per chi si rivolge ad un "dio minore".

Detto questo non per quanto concerne il libro in questione, esiguo di per sé, ma per aver letto altro di questo autore senza mai avere avuto la sensazione di integralismo, devo comunque rilevare come in questo caso la riflessione tenda al campo interiore più che a quello sociale, cui l'autore non è estraneo. Più che un dubbio chiaro, risulta l'assenza di quelle monolitiche certezze che furono a pannaggio della gioventù, almeno la mia: "Forse eri tu che perplesso mi fissasti, | o forse fu il mio sguardo che t'attrasse." (p. 26). E' certo un distico dalla semplicità disarmante, ma la sua profondità è per questo, forse, sconvolgente, forse il più bello, sicuramente esprime la raccolta come un sottotitolo.

Non è il mio un misero tentativo di intessere una "laude", l'autore non merita alcuna miseria, lui lo sa che non è possibile sfuggire alla contraddizione e quindi vale giocarvi all'interno, fra "Passato", "Futuro", e "Io sempre qui"; "E questo correre avanti | è sempre una verifica | con la stabile mistura della verità | del primo istante" (p. 16). Lui lo sa che la perfezione non è una conquista ma un obiettivo; che è sempre una questione di scelta da operare all'interno dei limiti, anche quando il sentimento si ripiega sul sentimentalismo, anche quando il non volersi costringere rischia di perderci. Ma è importante che ogni cosa non voglia mai essere solo sé stessa. Non è questione di sapore di arance fresche, quando si riesce ad evocare il sentimento, come quando vi riesce Pietro Nigro, per sognare e riflettere può bastare anche l'odore della paglia di riso.

Recensione
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