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Armando Bozzoli
poeta con la sua gente

Scrive lo storico a proposito di Armando Bozzoli: "... egli si rendeva conto di essere soltanto un umile bracciante costretto, assieme a tanti altri poveri lavoratori delle campagne, a guadagnare, con molta fatica fisica, l'indispensabile sostentamento quotidiano per sé e per la propria famiglia. ... Il faticoso lavoro dei campi non impedì comunque a Bozzoli di far sentire una voce di protesta, diffusa innanzitutto tra gli stessi lavoratori delle campagne nella lingua della diretta comunicazione verbale che era appunto il dialetto parlato dalla comunità locale." (1)

Da queste parole traspare il fallimento di quella che fu la speranza, forse il sogno, dei nostri nonni socialisti agli albori del secolo scorso: l'emancipazione dei lavoratori attraverso la conquista di strumenti adatti a salvaguardare e diffondere l'insieme della loro cultura, alternativa a quella borghese dominante, anche traghettandola dal livello orale a quello della scrittura. La scolarizzazione di massa ha prodotto invece l'effetto opposto: rmazione sempre più nozionistica e specializzata finalizzata all'inserimento nel mondo del lavoro accompagnata da un crescente sbiadimento culturale.

Altrettanto puntualmente lo storico rileva come la scarsa fortuna editoriale della produzione letteraria di Armando Bozzoli fu in parte dovuta al decadimento delle motivazioni che l'avevano generata, a causa del graduale abbandono delle campagne e dell'ingresso dei lavoratori nelle fabbriche: nelle campagne i lavoratori della terra si trasformavano in lavoratori della fabbrica nelle città, mentre la cultura contadina non si trasformava in cultura operaia. Tutto questo ha contribuito a generare quella serie di convinzioni che uniformavano il lavoro alla mera fatica negandogli una dignità sociale e quindi culturale, insinuando allo stesso tempo che per emanciparsi culturalmente fosse necessaria una sorta di "elevazione" verso la cultura borghese. Ricordo ancora le parole di mio padre: "studia se no ti tocca di lavorare". Già allora a me parvero irriverenti, specie verso di lui che lavorava, ed avrebbe lavorato per tutta la vita. Da queste convinzioni nacque, da un lato la coniazione del termine, più assurdo che orrendo, di "poeta operaio", mentre mai si parlò di poeta avvocato o poeta imprenditore, e dall'altro l'enunciazione del "principio", più volte espresso pubblicamente, che un operaio non può essere poeta.

Nella produzione poetica di Armando Bozzoli io riscontro invece sufficientemente palesi i segni di un tentativo di emancipazione della scrittura senza la cooptazione dei parametri della cultura letteraria dominante, ed anche in parte il tentativo di coniare uno stile personalizzato o almeno una gestione personalizzata della scrittura poetica.

Già nelle poesie dialettali, mezzo certamente più congeniale all'autore fin dai suoi primi approcci alla scrittura, si può notare l'importanza conferita ai ritmi ed alle assonanze, anche virtuali.

Nella poesia Storia ad Tugnet (2), fra i primi due versi di ogni strofe e i due successivi si può agevolmente notare, anche solo all'ascolto, la differenza sia del ritmo che della musicalità, meno evidente è quella metrica, che oppone un andamento molto regolare degli accenti dei primi rispetto a quello decisamente inferiore dei secondi. Ogni strofe è conclusa in sé stessa, nei primi due versi l'andamento è quasi cantilenante, ricorda quello delle filastrocche popolari e viene usato dall'autore per creare la situazione, nei due successivi, più duri meno musicali e con qualche pesante cesura, con un linguaggio più vicino alla realtà descritta, viene invece presentato il protagonista, anche attraverso la proposizione delle sue parole, cosa che rafforza l'impatto realistico sul lettore. In questo ultimo verso l'autore spersonalizza la drammaticizzazione dell'evento mettendo in bocca al protagonista il termine fiùa, figli, che trasporta il dramma fuori dal caso descritto, lo rende colletivo e lo proietta in avanti verso le generazioni future. Si può fin da questo esempio osservare come l'autore usi due tecniche diverse e quasi contrapposte per delineare, da un lato il sentimento verso la situazione, sia essa riferita alla natura alla condizione umana o la considerazione sugli eventi, e dall'altro il sentimento verso il caso, sia esso il suo personale quello di un altro o la condizione di un gruppo. Nelle poesie di questo tipo si può notare un progressivo uso intelligente ed in alcuni casi ricercato dei mezzi che offre la versificazione. Indubbiamente parte di esse sono particolarmente intrise dello spirito di quei tempi, nessuna torre eburnea per Bozzoli che neppure si sofferma ad osservare il proprio ombelico anzi, spesso i suoi versi sembrano influenzati dalle parole d'ordine che costituirono gli slogan di tante manifestazioni dei lavoratori. Di questa messa in rapporto l'autore sembra fare strumento, in alcuni casi molto sottilmente. Nella poesia I lazaron (3), i due ultimi versi della prima strofe si distaccano stilisticamente da tutti gli altri, attraverso di essi l'autore non si accontenta di fare riferimento alla tragedia, con questo distacco porta il lettore fuori dalla vicenda personale e quando vi rientra, nella strofe successiva, senza strapparlo all'immediatezza della tragedia personale, ne ha ribaltato il senso e l'ha trasformata in quella collettiva, sottolineandola attraverso la ripetizione nell'ultimo verso dell'epiteto che costituisce il titolo, fatto seguire dai puntini che lasciano aperto in discorso. In Braciant ad' la "bàsa" 4), l'autore dimostra di possedere già una sufficiente capacità di gestire il linguaggio secondo un progetto definito. Ad una lettura poco più attenta si può notare come i primi due versi si distacchino decisamente per ritmo e cadenza dal resto della composizione, non solo, io credo di avervi riconosciuto un'assonanza con un famoso inno abbastanza conosciuto in quegli anni, vale la pena di proporre un confronto affinacato:

Braciant ad' la sàsa, om ad fer, "Armata rossa, torrente d'acciaio,
custret set mes a l'an, a far la rusna," nelle tue file si vince o si muor.

L'intento di collegare la categoria dei braccianti agli epici combattenti di Stalingrado non trascina però il poeta nella trappola della retorica, il linguaggio usato viene subito dopo abbandonato per utilizzarne uno che introduce una quotidianità che potrebbe apparire minimale se non fosse per la drammaticità evocata dall'elenco seguente. L'intento del paragone virtuale appare chiaro negli ultimi due versi, nei quali viene ripetuto il primo verso ma subito dopo appare un verso che tronca decisamente con ogni passato evocato o indotto precedentemente e introduce la prospettiva del futuro. Un sistema molto simile viene usato anche nella poesia in lingua Invito ai poeti 5); con intento palesemente ironico, Bozzoli mostra di saper usare perfettamente i parametri di quella poesia che invece evita sistematicamente, specie quando intende riprodurre l'ambiente alternativo alla borghesia, che egli vede rappresentata proprio da quello stile. Altri esempi raffinati, dove si sente il desiderio, ancor più della necessità, di mutuare un linguaggio poetico più raffinato ma originale, non mutuato dalla poesia circolante, si possono trovare nelle poesia in lingua. In Ho bisogno di voi 6), una composizione insolitamente lunga, l'autore si racconta e facendolo cerca di collocarsi nel contesto che sente suo portando con sé la scelta che ha omai deciso di seguire, e verso il finale ripete "lasciatemi dire", dire di quelle cose che sono mie ed anche vostre, ma nel momento di dare a alla sua scelta un respiro che vada al di là di quel quotidiano che egli non vuole negate ma elevare, il linguaggio cambia decisamente e la composizione si conclude con un ampliamento dell'orizzonte. "Il tempo lenisce il dolore, / e la zolla scavata profonda / estingue la gramigna ...". Si può notare come l'autore abbia la capacità di proporci il tragico esulando da entrambi i linguaggi: abbandona il suo, quello della realtà quotidiana, ma non accede all'altro, quello più paludato della poesia accademica, non crede che possa né debba servirgli anche quando l'occasione è molto più alta del dramma quotidiano. Un altro mirabile esempio si può apprezzare in La grande città 7), dedicata a Stalingrado, nel quale l'essenzialità, la velocità, la precisione nulla tolgono al sentimento.

Fu asciutto il pianto di madri,
fu eloquente il silenzio dei figli
perché l'ora non voleva parole.

Che Armando Bozzoli fosse impegnato a dare una statura al proprio impegno letterario, e non a promuovere meramente la propria produzione, lo testimoniano anche i contatti che ebbe e mantenne con intellettuali che non si può dire andassero per la maggiore nei salotti del tempo, come in quelli attuali del resto. Il livello di approfondimento di questi contatti, che è dimostrato da diverse lettere, è invece garantito da una di Italo Calvino inviata in evidente risposta, dalla quale si evince come i due siano entrati a fondo nella questione della costruzione del testo e della sua valenza letteraria. Proprio in questa lettera viene proposta da Calvino a Bozzoli una visione della scrittura che io credo costituisca una delle migliori definizioni della poesia, di cui non voglio privarvi 8).

Secondo me le vere creazioni poetiche rappresentano una concezione di vita,ma la rappresentano in modo che non può essere definita in altro modo che con quelle immagini, con quella vicenda, con quelle parole. Cercare di definirla in altro modo è sempre, in qualche modo tradirla,perché l'immagine poetica ha in sé sempre una molteplicità di significati, non contradditori, ma che stanno l'uno nell'altro come le foglie d'un carciofo.


La raccolta di poesie di Armando Bozzoli Con la mia gente è stata pubblicata da: Editrice La Verità, Modena 1954.

Note
1) U. Cesari, Antonio Delfini e altri intellettuali della società modenese del novecento, Fiorini, Verona 2003, pp.73 e 74.
2) A. Bozzoli, Storia ad Tugnèt, in Quaderni della Bassa Modenese 47, S. Felice s/P. 2005, p. 60.
3) A. Bozzoli, I Lavaron, ibid. p. 60.
4) A. Bozzoli, Braciant ad' la bàsa, ibid. p. 56.
5) A. Bozzoli, Invito ai poeti, ibid. p. 52.
6) A. Bozzoli, Ho bisogno di voi, ibid. pp. 52-54.
7) A. Bozzoli, La grande città, ibid. p. 67.
8) U. Cesari, op. cit.p. 95.

In alto: Armando Bozzoli in uno schizzo di Renato Guttuso, 1958.

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