|
| |
Quando non
restano che le mosse obbligate che conducono allo scacco matto, la partita non
ha più alcun senso né per il vincitore né per lo sconfitto, può considerarsi
conclusa. L'escatologia esistenziale, il fine ultimo dell'esistenza, non sta nel
compimento dell'esperienza bensì nel suo divenire. Ogni esperienza può
considerarsi compiuta solo alla cessazione del suo divenire, al limite
dell'esistenza; a quel punto la sua conclusione non può aggiungere altro,
scontata o inimmaginabile che sia non è importante. E' ciò che rende diversa
l'atmosfera di queste storie da quella apparentemente simile dei racconti di
Kafka, dove invece le vicende si concludono nell'omissione del finale. Qui le
storie finiscono indipendentemente dalla conclusione.
Nei racconti
di Luciano Nanni, il veicolo del divenire è qualcosa di liquido che addiviene ad
un inspessimento graduale e successivo: dalla nebbia all'umidità alla pioggia
all'acqua alla muffa alla mucillagine al liquame, fino alla poltiglia
indistinta. In un percorso che inizia quasi sempre con la discesa ad un livello
inferiore a quello dove si svolge il quotidiano, per quanto inconsueto possa
essere, e continua lungo un perenne dislivello, anche se lieve, attraverso spazi
apparentemente chiusi che danno invece accesso ad altri spazi chiusi spesso a
livelli inferiori, un sistema di vasche comunicanti che ricorda gli impianti di
decantazione ma dove invece la materia pare addensarsi, appesantirsi, insieme
all'esistenza del protagonista, che non pensa non prova non vuole ritornare
indietro, e intanto perde gradualmente le forze e le facoltà.
Alle
condizioni sopra descritte, il protagonista giunge sempre da un ambito che
risulta particolare, o lo diviene ben presto, una socializzazione estranea o un
sociale estraniante nel quale è sempre meglio non scoprirsi del tutto, dove la
risposta non va mai data in ragione della domanda ma espressa in relazione a
colui che la pone, al preposto al questore all'inquirente al superiore
all'inquisitore.
Sconfortante,
e forse anche tautologico, è notare come il primitivo istinto di ribellione,
nell'attesa del momento più opportuno per esplodere, evolva in successivi
temporeggiamenti contestualmente all'indebolimento del ribelle, per giungere a
maturazione nel momento in cui appare ormai palese la sua inutilità; allorché il
contenitore si rompe rivelando la decomposizione del contenuto.
Pane oscuro
(p. 35) sembra quasi suggerire una morale accettabile, pur se nel contesto delle
atmosfere del libro: se l'obliterazione della personalità dell'individuo passa
per l'inflazione della sua immagine, l'auto-oscuramento della stessa può
rivolgere l'azione contro i suoi autori. Mi rendo conto che ciò possa apparire
come una forzatura, un discorso arbitrario; se mai in questo libro può esserci
una morale non può certo dare luogo al alcuna messa in pratica; tuttavia, forse
per aver praticato la poesia per più di trent'anni, forse per una
predisposizione naturale alla provocazione, il fatto non mi solleva alcuna
autocensura anzi, ogni mia posizione che risulti discutibile mi conferma nella
direzione presa e mi rinnova la vitalità (dovrei farlo per cosa? Se non per
discutere il discutibile. Forse per compiacere il capriccio del lettore?).
Quindi
concludo dicendo che questi racconti, che inizialmente mi hanno traghettato alle
angosciose sponde di Kafka, successivamente mi hanno recuperato agli
struggimenti irrimediabili di Neruda, dove la morte "cresce nell'umidità come il
pianto o la pioggia." e "come in un naufragio nell'intimo moriamo, | come se
affogassimo nel cuore, | come se cadessimo di continuo dalla pelle all'anima.".
| |
 |
Recensione |
|
Corpus e altri racconti
|
|
narrativa
|
|
| Autori |
| • | Luciano Nanni |
|
Edizione:
Panda Edizioni
Padova 2002 |
|
|
| prezzo: € 5,00 |
|
| Recensione a cura di |
| • | |
Pubblicata su:
Literary nr.5/2006
|
| |
|
|