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Ad incontro conviviale di amanti della poesia, cui ero presente, un vecchio poeta (poeta da tanto tempo ché i poeti non invecchiano) prese la parola per leggere alcuni limerick dedicati alla sua donna.

Il limerick, come spiegò il poeta, è una strofetta insensata, che Edward Lear ha trasferito dall'ambito delle contese burlesche, o dal certame di piazza, a quello letterario. Alcune di queste strofette parvero leggiere, "A Premilcuore in riva ad un ruscello | Silvia lodava Fidia e Raffaello | Scocciato Giove Pluvio | scatenò un bel diluvio | Facendole i lavaggio del cervello"; altre meno, "Silvia che vota per rifondazione | Vagheggia ancora la Rivoluzione | Commenta con dolore | Che Stalin fu un errore | Ma resta sempre buona l'intenzione".

Il limerick, dice sempre il vecchio poeta, ha la proprietà di congelare il sorriso nascente nello stereotipo di una smorfia, che sta tra il capire e il non capire, fulminata nel limbo di una insuperabile perplessità. E la platea ubbidiva scrupolosamente, incerta se ridere o applaudire, per fortuna così il poeta non ebbe interruzioni, fin quando egli lesse: "Silvia non vuol dipingere perché | Non è Picasso e neppure Paul Klee | Perché firmar la resa | Prima della contesa | Il pedone non può dar scacco al Re?", fu allora che per una reazione immediata ed incontenibile esplosi (non lo faccio mai, parola) in una risata ed interruppi battendo le mani. Per tutti fu come una liberazione, ognuno si sentì libero di manifestare come meglio credeva e la sala fu riempita di suoni diversi. Tuttavia nessuno immaginò il motivo della mia reazione: a quei pochi versi mi tornò in mente chiaro come allora il grande sciopero dei lavoratori della Torino Automobilistica, e come allora sentii una fitta al costato, risentii corvi neri, scarafaggi neri, vermi neri che già prima dell'inizio ripetevano da ogni vetrina che non ce l'avrebbero fatta, che non ce l'avremmo fatta, e come allora ebbi rispetto per chi accetta di soffrire pur di poter scegliere le modalità della propria sconfitta, perfino; parvero avere ragione gli altri allora ma ora, a causa di fatti recenti, pare un po' meno, e nessuno gracchia, e ancor meno parrà in futuro, credetemi.

Quel giorno all'incontro conviviale ciò che mi diede sofferenza mi portò gioia e fui contento, perché continuare a soffrire per quei fatti come allora mi fece comprendere di essere ancora vivo come allora (guai se la morte non ci cogliesse vivi), fui contento perché il vecchio poeta era tornato alla poesia e per tornarvi aveva scelto poesie d'amore, ironiche un poco ma tenere molto di più, e chi sa provare tenerezza sa certamente soffrire, e chi sa soffrire sa sicuramente amare, e solo chi sa amare può essere un poeta.

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