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Un poema fra teologia e inquisizione

La recente pubblicazione della raccolta completa dei poemi di Veniero Scarselli (Il Lazzaretto di Dio, Bastogi 2004) ci ha indotto a rileggerne uno dei più crudi e tragici e al contempo ironici e grotteschi, Il Palazzo del Grande Tritacarne, col suo intrigante sottotitolo di “Manuale del perfetto morituro”. Assente ogni tentativo sia di restaurazione che di revisione, in questo poema i sentimenti più laceranti si intrecciano ai temi che maggiormente hanno acceso la discussione nella cristianità; il tono teologico-religioso non è una scelta di metodo per dare maggiore enfasi alla narrazione, ma sostanzia e giustifica l’intero poema. Ad una lettura superficiale, il testo potrebbe apparire come una diffusa quanto cruenta satira di uno dei tanti carrozzoni che contraddistinguono la nostra epoca (è facile correre col pensiero al grande circo degli ospedali e della Sanità), i quali, dietro ad una facciata fatta di riti complicati, producono sostanzialmente il nulla; ciò che, nel pragmatismo tipico del mondo del lavoro, viene indicato con una sigla: U.C.A.S. (Ufficio Complicazione Affari Semplici). Ma una lettura più attenta rivela riferimenti e connessioni ad aspetti psicologici ed esistenziali della società in cui viviamo; nella quale siamo costretti a vivere, sembra suggerire l’Autore. Il Palazzo infatti, più che un lugubre ospedale dove si va per crepare, è un luogo metafisico dove si amministra una sorta di Inquisizione, o meglio si gestisce scientificamente la purificazione della carne dal peccato attraverso minuziosi cerimoniali di dolorose amputazioni, triturazioni e distillazioni per poterne salvare lo spirito. Il peccato infatti è il disordine | annidato nella materia del corpo, | che perciò si trova sempre sull’orlo | d’un fatale rovinoso disfacimento; | ma il dolore è il grande taumaturgo | che ha il compito crudele e sublime | di riscattare la colpa di vivere | emendando i tumori d’una carne | atta solo all’insano godimento | dei beni ingannevoli del mondo. Nella descrizione di queste operazioni Scarselli entra più volte con maniacale ossessione nel particolare anche minimo, chiarisce perfettamente anche il meccanismo che pare meno incidente ai fini del lavoro; guida il malato-reo verso il traguardo finale della sublimazione dello spirito ed usa tutto il suo mestiere per far sì che questo viaggio nel Palazzo, che a volte ha attinenza col più profondo degli inferi mentre altre pare invece irraggiungibilmente alto, diventi il viaggio dello stesso lettore-morituro. Ma è anche il regno dell’ironia e del grottesco, e come una pallina da ping-pong la narrazione passa continuamente da una parte all’altra sopra la rete della commedia umana per rimbalzare nei due campi opposti della tragedia e della farsa.

Il linguaggio forte, viscerale, cruento, ben si addice là dove manca il referente individuabile in una persona fisica e reale, ma rischia di sembrare irrispettoso quando a torto o a ragione si accanisce contro un decano fra i poeti: Eppure in un lurido cantuccio | dentro un secchio pieno d’ossa e budelle | riconobbi ugualmente una testa | quasi tutta piallata di vegliardo | che ancora caparbiamente sporgeva: | era proprio d’un vizioso fiorentino | ai suoi tempi acclamato poeta | che s’era fatto arrogante monarca | d’un branco di poeti necrofili | incestuosi stupratori del cadavere | d’un ermetismo che avevano evocato | disseppellendolo da grigi cimiteri; | un potente una volta attorniato | da servi ed amanti ambiziose, | e che pure con tutti i suoi incensi | m’ebbe in astio, affamò, ed esiliò, | né mai seppi perché caddi in disgrazia | io che certo mai nulla avevo tolto | ai suoi caduchi onori mondani | né alle tristi sue serotine fornicazioni.

Il rischio opposto corre invece l’Autore nei riguardi di un noto critico di cui tesse una sorta di necrologio, essendogli debitore, non fosse altro, per una sua analisi dalla lucidità difficilmente superabile (“Il lettore è irretito e indotto ad abbandonarsi mani e piedi legati alla voce del Poeta Maestro” si legge nella quarta di copertina): m’è ancora dovuto accadere | nel mio girovagare alla ricerca | d’un pertugio, una finestra, una luce | che indicasse una via per fuggire, | di trovarmi rinchiuso proprio là | dove stavano in quattro macellando | con zelo cialtronesco e molto sangue | l’amico Oli, che non s’era ancora | rassegnato al destino di morire; | fischiettando tagliavano e segavano | chi un polmone chi uno stomaco o una gamba | a un vero re che molto avea peccato | con ogni poro della carne ormai disfatta | ed ancora non s’era ravveduto | né aveva messo il cuore in mano a un prete. | Stridette a lungo come un porco scannato | e anch’io patii con lui come un fratello; | alla fine fu sul letto lasciato | legato ed esausto di fiato | a guardarsi stupito tutto il sangue, | pieno d’ira per lo scherzo inaspettato | che avevano giocato alla sua pelle.

E’ da notare come, nello squartare con metodi e arnesi essenzialmente fisici, l’Autore preferisca rimanere legato al gesto della macellazione tradizionale piuttosto che ricorrere ad allegorie d’immagine e di suono, che pure sono gli strumenti più usati dal nostro tipo di società per triturare l’uomo. Per il resto il linguaggio è, come sempre in Scarselli, ricercato pur senza mai appoggiarsi né al lessico parlato né all’invenzione sperimentale. Lo svolgimento è narrante ed epicheggiante senza divenire vero e proprio racconto, e ricorda certe traduzioni dell’Iliade e dell’Odissea praticate in altri tempi. Più che confermare se stesso, ché non ne ha bisogno, Veniero Scarselli con questo libro riunisce in un unico crogiolo i principali temi esistenziali che lo assillano, confermando, se mai, i motivi della scelta operata dal lettore.

Recensione
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