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La prefazione inizia: “Silvana Baroni si distingue dagli avventori più o meno casuali delle Patrie Lettere,avendo coltivato nel profondo l’ambizione di scrivere qualcosa di diverso,”, e certamente ci riesce, fin dalla prima riga: “La formica è nuda sulla sedia”. Dall’indice scopro che il breve testo s’intitola “La formica”, e ciò mi ridona il senso di un solco da seguire e mi tranquillizza insieme al fatto che sia impedito “da sotto l’impalo”.

Sempre nella prefazione: “i cui versi sono dettati da una forza primaria, morale e spirituale,”, ma non riesco a darmi ragione del metro e del ritmo che regola tali versi, né mi soccorre il margine crescente o decrescente, la quasi totale assenza di punteggiatura unita all’abbondanza di puntini o l’introduzione di maiuscole in grassetto, nei due tipi di stesura in cui si compone la pubblicazione, forse tre,se si considera “in attesa di Lancillotto” (p. 29), per il quale nulla vale di quanto detto.

Non mancano elementi di sconcerto che fanno pensare alle innumerevoli possibilità che la vita offre di essere osservata. “Nell’utero di ognuno è muco d’universo il futuro butta il midollo dal ponte in mezzo alle cosce il deserto” (p. 11), “Togliamo i numeri dal tempo già tutto si dimentica appena si trova di meglio / per il resto si andrà avanti con i postini” (p. 35), “Cerco Manritte nell’acqua che non bevo nel tonfo delle orche nel tuorlo dei pinguini” (p. 37). Insieme a questi sguardi altri ve ne sono che mi pare mostrino una discreta freschezza d’immagine, “Un campanile crocifigge l’orizzonte e mi domando fino a che punto crescere in altezza o tornare a iniziale orizzonte” (p. 38), “Dai sugheri della coscienza si stappa un fiasco di vento… il polso alza l’ora e la manica… mi sveglio” (p. 36), “Ci vedevamo a cerca di comete fuori dal mondo sopra una panchina” (p. 31), quando un certo romanticismo prende le distanze dal “romanticume”, “In uno scatto di vita muori – cadi lì dove i termini mutano” (p. 17).

L’insieme è amalgamato compattamente in un solo corpo che appare unico per la quasi totalità della pubblicazione, poche le eccezioni, un insieme quasi sempre verboso, che spesso lascia dubbi di eccessivo autocompiacimento. Se ne ricava un senso di appunti presi a memoria e trascritti inseguito, annotazioni per sceneggiature, battute per monologhi non sense con qualche concessione all’ironia, citazioni.

Dalla scheda nelle ultime pagine si evince che poesia: – teatro – narrazione – saggistica – pittura, sono i diversi linguaggi che Baroni usa. Scomparsa la figura del poeta universale, pare affermarsi quella dell’artista totale, raramente scultore in pietra o in metallo ma quasi sempre poeta, anche.

Nella parte finale, Minime, tutta in corsivo, l’autore si fa più incisivo, quasi essenziale, ne risulta una certa ironia a volte caustica, peccato che non riesca a fare a meno di strizzare l’occhio all’aforisma, grande moda del momento, a torto creduto facile e poco faticoso.

Recensione
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