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Non mi pare che mostri la necessità di un interlocutore possibile,
nemmeno probabile, questa poesia; credo che la considerazione da cui nasce la
parola le basti per creare l'ambientazione, la situazione e perfino il dialogo
(non paiono i soliloqui dell'ispirato che vaneggia come fuori di sé e dal mondo
all'insegna di un'ispirazione che gli giunge da lontano). Anche dove parrebbe
più difficile (il titolo della
poesia lo invoca) l'interlocutore non è presente (parlo della poesia Kamikaze p.
28), eppure alla fine si ha la sensazione di una forte presenza dell'altro.
Abilmente l'autore la delinea con precisione ed al tempo stesso la nasconde fra
altre immagini forti. L'altro da sé del poeta, e quindi del lettore, sta tutto
in quel "vostro-nostro" degli ultimi versi. Un altro da sé con carattere
universale che al tempo stesso contiene il sé: l'altro del poeta comprende il
poeta stesso, dunque per il lettore è lo stesso. Una conferma di questo io credo
di trovarla nel calo di tono che mi pare di osservare nei testi dove invece è
presente un interlocutore; confrontate: Kamikaze / A Philip Webb (p. 24) – A
Emily Dickinson (p. 15) – Commiato (p. 51). E' proprio per la capacità
evocatrice di quell'universale che le dediche mi sembrano un imbuto nel quale il
lettore è costretto a ridurre la sua visione ad una persona fisica che potrebbe
essergli estranea. Se la dedica fosse invece una questione privata (legittima)
fra l'autore e il suo oggetto, per motivi che rimarrebbero privati, la poesia
potrebbe essere di tutti, legata alle motivazioni private di ogni lettore, e il
sentimento indotto non muterebbe; poiché la poesia in fondo parla sempre d'altro
e una volta pubblicata, forse appena scritta, appartiene a quell'universo di cui
il poeta stesso fa parte, esaurito il suo compito di scrivente, fruitore come
gli altri.
Propongo un'ulteriore verifica: private del suo
titolo la poesia a p. 20. Vi pare
forse che perda qualcosa della sua capacità di evocare mozione? Ora provate a
mettere alla poesia di p. 41 il
titolo tolto all'altra
(dal punto di vista estraniato del lettore potrebbe essere), pensate che
guadagni intensità o profondità?. Qualcuno potrebbe non conoscere, o non
conoscere abbastanza, T. Romano, M. Luzi, E. Dickinson, ma se è dotato di
sensibilità certamente riconoscerà l'anelito verso quell'interlocutore
universale di cui si sentirà parte.
Tutt'altro che improvvisata la prefazione di Lucio Zinna, cui i tanti
riferimenti danno il profilo di un discorso tenuto di fronte a critici capaci;
prezioso l'accenno all'etimologia, a cementare il costrutto col senso intimo del
vocabolo, tanto più adesso che spesso pare le parole abbiano smarrito ogni
rapporto coi loro significati pregressi, e questo è impossibile se si viole fare
poesia. Più che dignitosa la veste editoriale; qualche dubbio sulla gestione
tipografica dei trattini.
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Recensione |
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Per versi necessari peregrinando
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poesia
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| Autori |
| • | Francesca Simonetti |
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Edizione:
Thule Edizioni
Palermo 2006 |
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| Prefazione di Lucio Zinna. In copertina "La rosa scarlatta" di Francesca di Carpinello - pp. 56 |
| prezzo: € 13,00 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Literary nr.12/2007
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