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Sulle pagine di questa antologia si possono seguire gli ultimi trent'anni del
secolo scorso quasi come nel diario di un cronista; trattandosi di poesia,
invece dei fatti vi si trovano registrati gli stati d'animo, i sentimenti che
hanno contraddistinto i vari periodi.
Le battaglie civili e le lotte sindacali, "Ancora gambe di bambini
tremano | sotto il peso del lavoro"; le grandi speranze nel riscatto
sociale, "Contadini | ... | Stanchi, col cuore teso | a un rigo di conferma"
(p. 8). Ancor più che nei temi, il semtimento di quegli anni è riscontrabile
nella posizione da cui muove lo scrivente, nel suo punto d'osservazione: fermo,
come chi sente che non può esservi altro se non il riconoscimento della propria
ragione; non c'è condanna né derisione per i paesi i vicoli gli uomini e le loro
piccolezze, solo comprensione per chi non riesce a capire o a credere.
Poi qualcosa s'incrina, in ogni pagina troviamo l'anno di pubblicazione
della raccolta di volta in volta antologizzata, sulla quale l'occhio corre a
chiedere conferma, e appare per la prima volta il dubbio: "ipocrita
estroversione | partorita da 43 gradi d'alcool | per non pensare che ..."
(p. 17), e pare di notare un senso di tristezza nella constatazione che
solo l'amore sia rimasto a consolare.
Il paesaggio, la natura, presenti fin dall'inizio, acquisiscono in
seguito una personificazione, "Forse nei nostri cuori | ci sta dormendo ...
l'Etna." (p. 23), quasi la ricerca di un ambito alternativo nel quale
sia possibile inserirsi. E il dubbio ripropone sé stesso nell'ambiguità fra la
promessa e la minaccia, "ma nell'iride | implacabile | s'annida | l'ansia
risorgente." (p. 27). Così compaiono i disoccupati, che di volta in volta
cambiano fisionomia, cioè il poeta li vede diversi ogni volta. L'emigrazione non
è più il cruccio dei genitori "per figli sballottati a nord", ma declina
nome e cognome di persone conosciute (il sociale diventa drasticamente
personale) e il tema sociale cambia aspetto: confrontate "Il concorso" (p. 45)
con "Aurora" (p.9).
L'interlocutore ipotetico diventa lettore nel momento stesso in cui il
poeta sembra congedarsi: "Che pena offrirti questo rantolo" (p. 50);
appare il senso d'insufficienza, d'incapacità; sono gli anni '980, e
l'amarezza si fa ironia, con un vago senso di recriminazione, sarcasmo infine:
"Nuccia | ... | Leitmotiv pregare in chiesa ... | ... | (Da quando il di lei
fratello, | disc-jokey in un posto di potere | l'incluse | in un pentagramma
d'assunzioni | ... e altri rimasero fuori)." (p. 53). E' un passaggio
quasi obbligato, la poesia che diventa interlocutore della poesia, per chi
intraprende il cammino della scrittura, ma in un poeta già così evoluto dalle
sue forme iniziali non si sarebbe detto; evidentemente si fa sempre più
difficile individuare interlocutori credibili alla poesia, ed allora:
"Giacomo, Giacomo dolce," (p. 63) ed ancora: "Del sabato e dell'infinito"
(p. 69). Quindi il discorso si allarga a tutto il possibile, si sente quasi
palpabile l'assenza di un punto di riferimento all'orizzonte; infine l'autore si
richiude, verrebbe da dire si involve, a cercare l'intimo delle|nelle cose, a
segnare la fine "del tristo secolo". L'amore, che mirabilmente si era infilato
in ogni piega, nella prima parte, ora è quasi scomparso, sembra; e invece
permane, col fiato in gola dei coprifuochi e degli allarmi aerei, ma rimane,
nell'insidia di un serpente che fa sussultare e fa balzare uno nelle braccia
dell'altro (p. 8
0 sembra di vederle al
lettore, le braccia aperte che l'aspettano), e infine esplode incontenibile
tenero ma riservato in "Biancospini" (p. 86).
E' una poesia che rimane sostanzialmente sé stessa, al di là di una
evoluzione continua e regolare, che cerca la sua raffinazione prima nel ritmo
poi nella metrica come strumento di una nuova musicalità; solo apparentemente
più matura, mantiene invece tutta la capadità di meravigliarsi e di sorprendere,
nonostante tutto: "Gustose dentro, | le rosse più dell'altre, |
ficodell'indie." (p. 105).
Nasce un senso
d'invidia in questo lettore, quasi di rabbia: il paesaggio ed il paese sono gli
stessi, salvo qualche abuso edilizio in più, l'amore e forse anche la donna sono
gli stessi, salvo qualche ruga in più, anche la poesia ed il poeta sono gli
stessi, salvo qualche delusione in più; il lettore invece ha troppo poco in cui
riconoscersi.
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Recensione |
| Rami di scirocco |
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poesia
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| Autori |
| • | Filippo Giordano |
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Edizione:
Edizioni Il Centro Storico
Messina 2000 |
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| pp. 130 |
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| Recensione a cura di |
| • | Francesco Mandrino |
Pubblicata su: Alla Bottega nr.4/2001 |
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