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"Ai poeti bisogna imporre di essere originali, di risalire alla scaturigine dei fenomeni e degli eventi ... per riproporre la questione dei fondamenti del pensiero ... ritrovare i luoghi da cui contrastare l'acquiescenza e la sudditanza al Nulla." (quarta di copertina). Sfogliando il libro leggo il nome del primo poeta, lo conosco, allora decido di cominciare a leggere dalla fine.

"Protesa in avanti | pensi alla vita che porti in grembo | ... | E quando ti mostrerà | nel palmo della mano | le prime banconote guadagnate, | tu sarai contenta." (p. 115), "Ora l'erba può splendere | nel cortile di ruggine." (p. 113), "Non sai nemmeno | se il topolino intirizzito | ha divorato le loro scarpe | o l'ombra dei loro sogni." (p. 110). Ecco, penso, una mia coetanea, una donna che affonda le sue radici ataviche in un passato lontano, che ha conservato quei caratteri che il femminismo ha un po' banalizzato, conquistando alle donne il diritto alle armi. "Vi lasciai fra le spighe, | perché mi narraste l'infanzia | quando sarei tornato" (p. 107), Giuseppe Vigilante è nato a Roma nel 1949. Ma come? Non c'è traccia di risentimento, di minacce, di violenza, come può trattarsi di un uomo? Il curatore scrive: "Con un linguaggio trasognato e essenziale, attraverso una contemplazione pura dell'esistenza," (p. 106), quando si dice la proprietà di linguaggio.

"Andare elemosinando | sino al rantolo dell'anima | per scrivere un verso | che abbia la pietà di una donna." (p. 95), mi sento rimesso un po' in carreggiata da Fabio Prestifilippo, padano (forse oriundo) lodigiano "de Sgü gnàe". La strada la notte l'uomo, che corre, il prato; si respira l'aria umida di quella bassa Lombardia fatta di paesini che furono serra di fantasie e leggende, "La notte è un uomo che corre | ... | Padrone del suo nulla | e di ogni cosa acerba di senso | basterebbe un gesto | per diventargli fratello." (p.98); i pendolari "la balaustra che ci guida | in questo limbo | è dura come un cielo di piombo | come un grigio traghettatore | che ha perso la sua riva sperata," (p. 102), forse il giovane poeta non ha i ricordi che ho io di quella terra, "Così vedo per la strada | sorrisi contratti | per l'eterno timore | di spezzarsi in un soffio." (p. 96), per fortuna anche da quella incoscienza possono nascere poeti.

Si è come portati per mano in una sorta di lento divenire non faticoso durante una specie di trans, non proprio un'incoscienza ma piuttosto una coscienza non attiva, quasi involontaria. Immaginate che gli occhi guardino nella stessa direzione fissando ognuno un oggetto diverso, e la mente li subisca senza riuscire a concentrarsi su alcuno dei due; forse non poteva essere che così in un lavoro fatto a due mani da due soggetti così lontani per età provenienza vissuto esperienze, ciò che se ne ottiene è al livello del risultato e il risultato è al livello dell'impegno. "cuna svuotata di pensiero | zero privo di angoscia | sciamante consapevolezza: | olezza nell'orientamento | ontologico il calcolo poetico | etico ed epistemico | amico in fede di un'antica | icona che produce il nuovo." (p. 92), non saprei dire perché ma mi è tornato in mente l'esperienza dello "qwfwq" di Italo Calvino.

Non so quanto fatichi Oronzo Liuzzi a rimanere negli spazi ridotti di una scrittura certamente molto convenzionale per i suoi standard ma ci riesce. Se la forma è quella delle chat, che spesso nega la sostanza con dialoghi composti da monologhi spezzati ed alternati, in realtà l'occhio del poeta non si stacca dalla visione del sociale né rinuncia alla sottile ironia. "<accarezzo il sorriso silenzioso del neonato | non ancora illuso dal dibattito politico." (p. 71). Con una serie di incisi tra l'aforisma e la citazione, il senso della scrittura viene messo in dubbio dalla tendenza letteraria del frammento, che appare eccessiva rispetto al comune linguaggio dell'informazione, così un linguaggio poetico che nega sé stesso utilizzando frammenti di altri linguaggi viene fatto passare sotto mimetismo per far sì che riemerga rafforzato dai dubbi che esso stesso ha generato. "........................ | <il sangue degli umili inondava l_erba | sempre verde della pianura. | ......................" (p. 73. Indubbiamente questa modalità rischia di vedere ridotto il numero di accessi al sito del poeta, che neppure nella costrizione rinuncia completamente al suo essere visivo, ma di questo credo che all'autore non importi gran che.

Gemma Forti aderisce ad un tipo di scrittura che usa mezzi diversi da quelli della poesia comunemente intesa: battute aforismi citazioni sottolineature e specie di partiture per voce che ruotano intorno ad un argomento, spesso in modo ironico/polemico, ne fanno un testo di tipo quasi teatrale che conta prima sulla capacità induttiva di un interprete per coinvolgere emotivamente lo spettatore, che sulla capacità deduttiva del fruitore per ottenerne il coinvolgimento sentimentale. "JFK | ... | Anni distanti | | Guerre preventive & non | accrescono disordini del clima | (le stagioni procedono impazzite | nel tepore generale) | | Tutto sembra normale | | Incombono | | persecuzioni ideologico-razziali | like semper | (come sempre) | ut semper" (p. 65).

In Gianluca Di Stefano alla citazione viene riservato un posto sicuramente di maggior rilievo di quanto avviene al solito. Qui essa svolge funzione di presensibilizzatore che assicura massimo effetto al testo che la segue. Le citazioni sono scelte oculatamente e il successivo testo gioca non necessariamente sulla banalizzazione dell'assunto ma sicuramente sullo stravolgimento del significato. Esempio magistrale mi pare Bianca camicia di cotone (p. 47), che non vi citerò un po' per perfidia un po' per non togliervi il gusto. Dalla citazione, che si spende come letteraria, alla fonte dichiarata, che si insinua come improbabile; dal tema, che pare indicare un paramento funebre, allo svolgimento che lo contraddice per assoluta contrapposizione; dalla banalizzazione del tutto al suo ribaltamento completo nelle ultime righe. Forse un po' cervellotico, da Woody Allen a Piergiorgio Odifreddi, rischia di lasciarti indietro senza spocchia ma solo per il gusto di lasciarti indietro; cito: "Amaro caffè Amare donne | <...lucidi ha gli occhi per il vino | e bianchi i denti per il latte...>. | (Gn 49,12) | <Booz mangiò, bevve, e aprì il cuore alla gioia>. | Rt 3,7) | Al mattino senza the | Ho bevuto un caffè. | Forse ti avrei vista la sera.".

Per comprendere meglio la poesia di Domenico Cara penso che sia utile conoscere qualche suo scritto in prosa, solo così penso si possa avere la prova di come del pretesto rimanga nel testo solo il sentimento da esso generato, solo così si può evitare di rincorrere inutilmente un fatto che dalla memoria dell'uomo ha ipoteticamente suggerito il testo al poeta, e ci si può dedicare a cercare nella propria memoria qualcosa che sia collegato alle sensazioni, ai sentimenti che il testo ha indotto in noi. "Dal precipizio i venti sono salmi in attesa | di adulti cosmi,ripetono desideri alti, | inseguono la bellezza dell'infinito..." (p. 43). Nella quieta penombra del bersò di un'osteria di periferia, la boccia esula dal campo di gioco finito e, giocata di traverso alla milanese, cerca un piccolo infinito in un finito maggiore. "Da questa eternità di colloqui fatui, riordino, | chiamo la mia memoria, la solfa dei suoi | errori, gli amici dell'indifferenza quasi | imposta da disincanto, e grido più leso incalza" (p. 38).

E' raro incontrare un verso tanto lungo che resta comunque verso, ancor più raro se è battuto e sottolineato nel ritmo agile e sincopato da richiami assonanze e rime in posizioni apparentemente casuali, che servono invece a produrre stacchi che si aggiungono alle pause versali anzi, le scombinano un poco là dove il verso nella sua interezza potrebbe cedere, ponendosi quasi come cesure in un verso doppio. "Di lato da un liso pastrano la mano su perla a maniglia | che apre alla luce a schizzi di viva vaniglia... e ancora una figlia | ... | che attende in un broncio d'orgoglio che il cielo scompaia | nel più nero cordoglio." (p. 25). Tutto questo Silvana Baroni lo presenta nella prima composizione, e poi con un salto lo fa riapparire nell'ultima: "Molto tempo è trascorso da quel giorno d'infanzia | la mia testa sì esiste ancor fiera e pensosa | ma in perenne reazione dubbiosa, ribelle, nervosa. | Lì ritta in disparte nel tempo che passa s'è rotta | sbeccata la nuca, poi il mento, sul naso una botta." (p. 32)

Ed eccomi arrivato a Leopoldo Attolico, più che un conoscente vorrei dire un amico di penna. Invidio il suo ritmo, l'adagio con cui affronta le cose che invece sanno sbottare me, la sufficienza con cui le schiaffeggia per sberleffo, in una ostentata superiorità non composta, come sarebbe quella di un aristocratico, ma sbracata come quella di un locatario a fitto bloccato della Città Eterna, un Romano che adotta quel "tirèm inàns" che costringe un padano a perdonare tutti gli altri romani. Leggetevi Crisi di coppia a canale cinque (p. 15), è un tiramisù gratis, e poi pensate con un po' di benevolenza a quest'omino tutto occhiali, sempre pericolosamente in bilico fra una cosa come: "Se nunc et in hora | diventa 'nuncatanòra | è scorbuto celeste | ma anche picco DADA di grande suggestione." (p. 19) e un'altra come "Di questo itinerario son rimaste | le randellate di Pulcinella a Pantalone | ... | le sagrestie scombussolate dal pudore | ... | e un tamburo di latta a ribadire | sprazzi di grazia antica" (p. 20).

Nel complesso un bel lavoro, e io continuo a credere che un'antologia ben fatta e ben gestita sia lo strumento più valido per i poeti, sia per quelli che cercano visibilità che per quelli che cercano conferme.

Recensione
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